ALL'INTERNO DEL

Menabò n.176/2022

18 Luglio 2022

C’è davvero un mercato per i lavoratori anziani?
Enrico D’Elia argomenta che poiché le imprese tendono a liberarsi dei lavoratori over-50, l’innalzamento dell’età pensionabile potrebbe creare molti disoccupati anziani con costi per il bilancio pubblico comparabili al previsto risparmio previdenziale.
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Il dibattito sulla sostenibilità dei sistemi pensionistici tende a dedicare poca attenzione all’effettiva capacità del sistema produttivo di assorbire i lavoratori anziani, indotti a rimanere sul mercato da schemi pensionistici sempre meno generosi. Se la domanda di lavoratori meno giovani fosse inferiore all’offerta, le riforme pensionistiche tese a posticipare l’età del ritiro potrebbero determinare almeno due effetti negativi: il primo riguarda la creazione di un bacino di persone difficilmente occupabili che andrebbero ad ingrossare le file dei disoccupati di lunga durata e degli inattivi; il secondo potrebbe essere una riduzione del salario dei più anziani per contrastare la bassa domanda di questo tipo di lavoratori.

I dati sui maggiori paesi europei raccolti da Eurostat, relativi al 2019 che è stato l’ultimo anno relativamente “normale” prima di pandemie e guerre, segnalano che gli ultracinquantenni rappresentano poco più di un terzo degli occupati nella Eurozona, con un minimo del 31% in Francia ed un massimo del 38% in Germania, che tuttavia scontano anche profonde differenze nella composizione della forza lavoro. Come di vede dalla Tab. 1, tale percentuale non aumenta con l’età pensionabile, come ci si aspetterebbe, anzi mostra una lieve correlazione negativa con tale valore, almeno per i maggiori paesi europei. Ad esempio, in Spagna, Francia e quasi tutti i paesi del nord Europa, dove si lavora più a lungo (fino ai 67 anni della Norvegia), la quota di occupati over-50 è inferiore alla media. Invece tale percentuale è tra le più elevate in Italia, dove l’età legale del ritiro è quella più bassa (62 anni, 67 senza tener conto di quota 100 ed altre agevolazioni). Inoltre la quota di occupati anziani sembra crescere con il corrispondente tasso di disoccupazione: gli over 50 rappresentano oltre il 34% degli addetti proprio nelle aree dove la disoccupazione in questa classe di età tocca i valori massimi (con la sola eccezione della Germania). Ciò farebbe pensare che l’uscita dal lavoro dipenda più dalle politiche del personale delle imprese che dalla disponibilità di lavoratori over 50, dalle preferenze individuali o dalle norme previdenziali in vigore. Persino nella pubblica amministrazione italiana c’è l’obbligo di congedare i lavoratori che hanno superato i 65 anni (con alcune eccezioni).

Tab. 1 – Lavoratori over 50 ed età del pensionamento

a) Per chi ha iniziato a lavorare a 22 anni (media maschi e femmine).
b) 67 anni senza quota 100.
Fonte: Eurostat e OECD.

I motivi per cui un’impresa preferisce personale più giovane possono essere molti: dalla maggiore dimestichezza con le nuove tecnologie, fino alla flessibilità e alla resistenza a fatica e stress. Già dopo i 50 anni (che è una età ancora lontana dal pensionamento) le giornate di lavoro perse per malattie o per impegni familiari aumentano, riducendo la produttività oraria a parità di altre condizioni. Inoltre i contratti di lavoro prevedono salari più alti proprio per i lavoratori con una tenure più elevata, che quindi finiscono per gravare di più sui bilanci aziendali. A fronte di questi svantaggi, i lavoratori più maturi hanno sviluppato abilità (comprese molti soft skills) ed esperienze che teoricamente ne migliorano la performance complessiva, sebbene l’esperienza tenda ad essere meno rilevante di un mondo di rapidi cambiamenti tecnologici e organizzativi. In ogni caso, un’analisi delle retribuzioni al crescere dell’età sembra mostrare che le imprese, a torto o a ragione, preferiscano personale più giovane. Lo confermano anche le diffuse pratiche aziendali per incentivare l’uscita dal lavoro dei più anziani.

I dati Eurostat mostrano che la quota di occupati over 50, pur essendo abbastanza omogenea tra i paesi, varia sensibilmente con il settore di attività. L’importanza dell’esperienza e il tipo di mansioni richieste nei diversi comparti produttivi sono infatti piuttosto diverse. Ad esempio, la Fig. 1 mostra che la quota di anziani è mediamente maggiore nell’agricoltura, nella pubblica amministrazione, nell’istruzione e nel settore estrattivo. Al contrario, età e tenure sembrano meno apprezzate nella filiera del turismo e ristorazione, nella ICT, nell’arte e divertimenti, nel commercio e nella finanza (dove fanno premio la capacità di innovazione e il dinamismo dei più giovani).

La variabilità della quota di anziani all’interno di ciascun settore è abbastanza significativa: da 5 a 12 punti in più o in meno della media, escludendo il comparto più eterogeneo delle attività varie. Nonostante ciò, i settori produttivi possono essere ordinati da quelli meno propensi ad occupare anziani a quelli dove sono più richiesti. In questo quadro, il nostro paese si posiziona tra quelli dove la presenza di lavoratori maturi è relativamente più elevata in settori come la ITC e la finanza (nonostante si tratti di settori mediamente più giovani nel resto d’Europa), nell’energia, nella sanità, nella pubblica amministrazione e nella formazione. L’elevata età dei lavoratori italiani occupati nei principali settori del welfare potrebbe pregiudicarne la qualità. In particolare preoccupa l’anzianità degli addetti alla formazione che potrebbe rallentare il trasferimento di conoscenze tra le generazioni, che è essenziale in tutti processi di sviluppo economici e sociali.

Fig. 1 – Variabilità delle quote settoriali di occupati over 50 in Europa (in complesso)

Fonte: elaborazioni su dati Eurostat

La distribuzione settoriale per le sole lavoratrici, sintetizzata nella Fig.2, non è molto differente. I settori dove ci sono meno occupate over 50 sono sono la filiera del turismo e ristorazione, l’energia, la ITC, le attività professionali, l’arte e divertimenti e il commercio. Al contrario le lavoratrici anziane sono più presenti nella pubblica amministrazione, in agricoltura, nelle attività varie e nell’istruzione. La variabilità tra paesi è più o meno la stessa registrata per il complesso degli occupati e l’Italia si colloca generalmente vicino alla media dei paesi europei, con le notevoli eccezioni di una maggiore presenza di donne over 50 nei tre comparti mediamente più giovani, nell’istruzione, nella sanità e nella pubblica amministrazione.

Fig. 2 – Variabilità delle quote settoriali di occupati over 50 in Europa (donne)

Fonte: elaborazioni su dati Eurostat

La tecnologia e l’organizzazione prevalente in ciascun comparto produttivo sembrano dunque influenzare in modo rilevante la capacità di assorbire sia lavoratori che lavoratrici over 50. Tenendo ferma la proporzione di anziani rilevata in Italia in ciascun comparto e variando la composizione settoriale dell’economia, si può svolgere un semplice esercizio controfattuale, utile per valutare l’influenza della struttura produttiva sulla capacità di assorbimento complessiva di lavoratori over 50. Nella Tab. 2 sono riportati i risultati di questo esercizio non standardizzati per struttura demografica e qualifica.

La prima evidenza è che solo adottando una struttura produttiva simile a quella tedesca l’economia italiana riuscirebbe ad assorbire una quota più elevata di over 50, a parità di altre condizioni. Convergendo verso qualsiasi altra composizione settoriale l’Italia perderebbe da 3 a 7 punti percentuali di lavoratori over 50, pari rispettivamente a 0,7 o 1,5 milioni di occupati in meno. Il nostro modello produttivo sembrerebbe dunque più favorevole ai lavoratori anziani rispetto ad altri. Una conferma di questo risultato viene dalla terza colonna della Tab.2, dove i profili di anzianità nazionali sono stati ponderati con la composizione dell’industria italiana. Adottando il modello italiano, solo la Germania avrebbe qualche svantaggio nell’assorbimento degli over 50 rispetto alla situazione attuale. In tutti gli altri casi la quota degli anziani aumenterebbe da 4 a 8 punti percentuali. La particolare struttura produttiva italiana, pur con tutti i suoi limiti, sembra dunque più “accogliente” verso i lavoratori over 50.

Tab. 2 – Quota di lavoratori over 50 e modelli produttivi

Dati non standardizzati per struttura demografica e per qualifica.
Fonte: elaborazioni su dati Eurostat- Forze di lavoro

Queste simulazioni scontano l’indipendenza tra struttura settoriale e disponibilità di lavoratori anziani, tuttavia l’elevata disoccupazione giovanile farebbe escludere che la specializzazione delle imprese sia stata condizionata significativamente della carenza di manodopera under 50. Quindi è plausibile che la struttura produttiva abbia influenzato la composizione dell’occupazione per età e non viceversa.

In attesa che l’economia italiana evolva verso modelli più efficienti, bisogna riconoscere quella attuale sembra garantire maggiori opportunità di occupazione alla parte meno giovane della popolazione, che è anche tra le più deboli sul mercato del lavoro. È possibile che ciò avvenga a scapito dell’occupazione giovanile, sebbene non esistano evidenze univoche su questo aspetto. Questo risultato dipende paradossalmente dall’arretratezza tecnologica e organizzativa di alcuni settori, a cominciare da quelli che erogano servizi pubblici, arrivando fino alla ITC e alla finanza, che assorbono meno giovani rispetto ai partner europei perché in Italia puntano ancora sull’esperienza degli anziani. Ovviamente non si può pensare ad uno sviluppo di lungo periodo in cui gli over 50 trovino o mantengano una occupazione a scapito della produttività complessiva del sistema. Tantomeno si può fondare la sostenibilità finanziaria di un sistema previdenziale su simili basi. Si rischia infatti di cadere in un circolo vizioso in cui un sistema poco dinamico richieda continui spostamenti in avanti dell’età pensionabile per garantire il pagamento degli assegni in essere, lasciando “invecchiare” la forza lavoro e peggiorando così ulteriormente la produttività e la capacità di crescere delle imprese.

Apparentemente, un compromesso tra produttività e capacità di occupare la fascia più anziana della popolazione potrebbe essere quello di avvicinarci al modello produttivo tedesco, ma è bene essere consapevoli che qualunque forma di modernizzazione dell’economia richiederà uno svecchiamento della forza lavoro, con una contrazione relativa della domanda di lavoratori anziani da parte delle imprese. Per il futuro si deve dunque pensare ad una rete permanete che protegga gli over 50 espulsi dai processi produttivi e difficilmente impiegabili altrove. La distruzione tra 0,7 e 1,5 milioni di posti di lavoro per gli over 50, stimata in precedenza in caso di una rapida modernizzazione della struttura produttiva, potrebbe determinare una crisi sociale, prima che finanziaria, superiore a quella dei 200 mila di “esodati” generati da una riforma pensionistica forse troppo radicale. Di conseguenza, aumentare l’età pensionabile può forse migliorare i conti della previdenza sociale, ma rischia di aprire una voragine nel capitolo dei sussidi ai disoccupati di lunga durata e alle loro famiglie.

*L’articolo riporta esclusivamente le opinioni dell’autore, che per la cronaca ha superato da tempo la soglia dei 50 anni, e non coinvolge assolutamente le organizzazioni con cui collabora.

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