Dieci anni dalla grande crisi

Anna Giunta e Salvatore Rossi si occupano dello stato dell’economia italiana dopo la grande crisi. Giunta e Rossi elencano i punti di forza e di debolezza del nostro sistema produttivo e sostengono che esso è polarizzato tra un manipolo di imprese dinamiche che sostiene la competitività del nostro paese e un gran numero di imprese, prevalentemente a proprietà e conduzione familiari, poco produttive e innovative. La loro conclusione è che occorre una politica dell’offerta con un orizzonte di intervento di medio periodo.
Dieci anni dalla grande crisi
Anna Giunta e Salvatore Rossi si occupano dello stato dell’economia italiana dopo la grande crisi. Giunta e Rossi elencano i punti di forza e di debolezza del nostro sistema produttivo e sostengono che esso è polarizzato tra un manipolo di imprese dinamiche che sostiene la competitività del nostro paese e un gran numero di imprese, prevalentemente a proprietà e conduzione familiari, poco produttive e innovative. La loro conclusione è che occorre una politica dell’offerta con un orizzonte di intervento di medio periodo.
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A metà del primo decennio degli anni Duemila s’iniziò a parlare del “declino” economico del Paese in un numero sorprendentemente alto di convegni, libri, saggi accademici, articoli di giornali, italiani ed esteri. Tanto da indurre il compianto Luigi Spaventa (nel suo “Commento” in Oltre il declino  a cura di T. Boeri et al., Il Mulino 2005)  a chiosare, scrivendo sulle afflizioni dell’economia italiana: “quella delle diagnosi e prescrizioni per contrastare l’arretratezza è un’industria – forse la sola – in rapida crescita” (sul tema si veda anche M. Franzini e A. Giunta, “Ripensare il declino”, Meridiana, 2005, n. 54).

Che cosa induceva tanti a parlare di declino? Molte spiegazioni sono state avanzate per spiegare come, a partire dagli anni Novanta, l’economia italiana avesse rallentato la sua crescita, fin quasi a fermarsi: dal crollo della “prima repubblica” agli sforzi per entrare nell’area dell’euro. Una delle spiegazioni (S. Rossi, La nuova economia. I fatti dietro il mito, Il Mulino, 2003) era riassumibile così: il mondo cambiava e l’Italia non se ne accorgeva.

Il mondo cambiava per due ragioni. La prima è che mutava la tecnologia dominante: dall’elettricità, che aveva prevalso per un secolo, alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict). La seconda è che, conseguentemente, partiva una nuova ondata di globalizzazione delle società e dei mercati, che vedeva protagonisti i paesi emergenti, in particolare la Cina. L’Italia non approfittava né dell’uno né dell’altro fenomeno, perchéla sua struttura produttiva si era, da lungo tempo, frammentata. Tante piccole imprese non erano in grado di trarre tutti i frutti in termini di innovazione e di produttivitàofferti dalle nuove tecnologie e dall’avventurarsi su mercati lontani.

Ma il peggio doveva ancora arrivare, e ancora dal di fuori dei nostri confini. Dopo il 2007 si è avuto nel mondo quello che definiamoun “decennio breve”, denso di accadimenti, tutti ruotanti intorno allo scoppio della gigantesca bolla finanziaria che si è prodotta negli Stati Uniti, con la recessione mondiale che ne è seguita. Per effetto di tutto ciò sono rallentati gli scambi commerciali globali, sono aumentate le disuguaglianze nei paesi avanzati, è stata compromessa l’Unione europea. È stata, altresì, minata la fiducia nel futuro, alimentando, in alcuni paesi, una specie di cupio dissolvi e in altri quantomeno il timore di una “stagnazione secolare”(L. Summers, “The age of secularstagnation”, Foreign affairs, 15 Febbraio, 2016). Da ultimo sono emersi e si vanno rafforzando rischi geopolitici: il terrorismo, le grandi ondate migratorie, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, il protezionismo del nuovo presidente degli Stati Uniti.

La nostra economia, pur incolpevole delle cause della crisi mondiale, ne ha pagato un prezzo molto alto, proprio in ragione di una fibra produttiva indebolita dalla frammentazione e dalla staticità delle sue imprese. Al culmine della crisi, la produzione complessiva era diminuita di quasi un decimo, l’apparato manifatturiero aveva visto scomparire un sesto della sua capacità, la distruzione netta di posti di lavoro era stata di quasi un milione. Per effetto della recessione, la più acuta e lunga dal dopoguerra, la disuguaglianza dei redditi è aumentata e rimane superiore a quella di Germania e Francia, il dualismo tra Nord e Sud si è accentuato, il debito pubblico è passato dal 100 a oltre il 130% del Pil, le banche si sono caricate di un considerevole ammontare di crediti deteriorati e  alcune di loro  sono in seria difficoltà.

Insomma, nel corso del quarto di secolo trascorso da quando il nuovo paradigma tecnologico e la globalizzazione sono divenuti manifesti, il Pil reale annuale del nostro paese è aumentato solo di 17 punti, mentre quelli francese e tedesco di oltre il 45%! Quasi tre volte di più, una differenza enorme.

Se affrontiamo la questione in termini di analisi e politiche d’offerta, si  confermano tre peculiarità delle nostre imprese: sono troppo “familiari” nella gestione (oltre che nella proprietà); la loro produttività cresce troppo poco (se mai cresce); fanno troppo poca innovazione formalizzata (cioè Ricerca & Sviluppo). In particolare, il segnale più forte delle difficoltà del sistema produttivo italiano è rappresentato, fin dagli anni Novanta, dal cattivo andamento della produttività del lavoro e della produttività totale dei fattori (cioè dall’efficienza con cui il lavoro e il capitale sono combinati nel processo produttivo). È la dinamica della produttività che principalmente spiegava il miracolo economico italiano degli anni ’60 e la crescita degli anni successivi, ed è il suo rallentamento (nella seconda metà degli anni ’90) e la sua successiva stagnazione (dagli anni 2000 fino al 2014) la causa di fondo del peggioramento dell’economia italiana.

Le tre caratteristiche delle imprese che abbiamo menzionato (familismo, bassa produttività, scarsa innovazione) si tengono l’una con l’altra. Tutte e tre sono riconducibili alla dimensione troppo piccola delle nostre imprese (3,7 addetti in media; 9, 2 nel manifatturiero), che è la ragione principale del mancato aggancio alla nuova fase storica segnata dal paradigma tecnologico incentrato sulle Ict e dalla globalizzazione.

Ma perché la dimensione media delle imprese italiane è asfittica e statica? Si tratta difenomeni connaturati col paese, con la sua società, con la sua storia? Forse no, visto che sono relativamente recenti: fino a tutti gli anni Sessanta l’Italia vantava numerose grandi imprese, che sono poi scomparse o si sono rimpicciolite. La causa probabilmente va ricercata in alcuni fattori che stanno intorno alle imprese, questi sì parte integrante della storia nazionale. Fra tutti: l’ordinamento giuridico e le condizioni che ne discendono (legalità, concorrenza, efficienza della pubblica amministrazione); il sistema d’istruzione. E forse  anche nella struttura finanziaria, con la forte dominanza delle banche.

Inoltre, la crisi degli scorsi anni ha portato con sé un fenomeno relativamente nuovo: il sistema si è sempre più polarizzato. Si è aperto un “grande golfo” fra imprese vincenti e perdenti: in tutta l’economia, non solo nella manifattura.

Un manipolo di imprese medio-grandi, circa 40mila (il 20% delle imprese esportatrici),un club di “pochi eletti” (T. Mayer e G.I.P. Ottaviano,I pochi eletti: nuovi fatti sull’internazionalizzazione delle imprese europee, L’Industria, n.2, 2008), fronteggia molto bene il mare aperto della competizione globale, assicurando alla nostra economia 400 miliardi di euro di esportazioni,il 25% del Pil. Sono imprese dinamiche, con elevata produttività, alti livelli di innovazione, forte proiezione sui mercati internazionali. E le altre? Il 20 % delle nostre imprese è in condizioni di seria difficoltà, Il 60 % si trova in mezzo al guado.

I “pochi eletti”hanno incredibilmente retto sotto il fuoco incrociato e talvolta amico, internalizzando le diseconomie di un paese “senza”: senza fattori abilitanti di sistema. È la nostra eccellenza, ma un’eccellenza parziale e confinata, che non fa “standard”. Le imprese vincenti sono tali nonostante il paese, le perdenti a causa di esso.

Dunque, l’Italia sa ancora “inventare cose nuove che piacciano […] e che si vendano fuori dei confini”, per dirla con Cipolla (Storia facile dell’economia italiana dal Medioevo a oggi , Mondadori, 2007, p. XV), ma questa capacità si è ristretta a un pugno di imprese di avanguardia. Manca uno standard diffuso di buona qualità, innovatività, appetibilità dei beni e dei servizi prodotti, come quello che viene attribuito, ad esempio, alla Germania.

La novità è relativa perchéparliamo di fenomeni emersi già prima della crisi, proprio per l’agire selettivo dai “fattori abilitanti”. Ma la lunga recessione li ha fatti esplodere, e, secondo una classica selezione darwiniana, le imprese meno produttive sono uscite dal mercato, sono sopravvissuti i migliori.

Che fare? Puntare ad una politica dell’offerta, vale a dire una politica organica che migliori il clima generale entro cui gli imprenditori e le imprese vivono, una sorta di “onda che solleva tutte le barche”, per prendere a prestito una metafora utilizzata da J.F.Kennedy (Remarks in Heber Springs, Arkansas, at the Dedication of Grers Ferry Dam, 3 Ottobre1963) in un suo discorso di oltre mezzo secolo fa. Se non tutte le imprese, almeno quel 60% che si trova in mezzo al guado.

E’ necessario riformare l’ordinamento giuridico.   La riforma non concerne solo le norme che regolano il funzionamento della macchina giudiziaria o anche tutta la pubblica amministrazione, ma proprio l’intero impianto giuridico. Che va reso più coerente con il funzionamento di un’economia moderna, delle imprese, dell’efficienza. Qualche passo avanti è stato fatto in questi ultimi anni.

La seconda riforma riguarda il sistema di istruzione. L’Italia si caratterizza per uno dei più bassi  livelli d’investimento pubblico in istruzione tra i paesi OCSE. Anche da questo dipendono i macro fenomeni che vengono normalmente evocati quando si parla dell’università italiana: il basso numero di laureati e l’alto tasso di abbandono, dai quali dipende la parziale inadeguatezza dell’offerta di capitale umano rispetto alle esigenze di un’economia moderna e avanzata. D’altro canto, le imprese non sono quasi mai attrezzate a riconoscere la qualità di quel capitale, a richiederlo, ad assegnargli il giusto compenso. Occorre dunque investire in istruzione, adottando una visione lunga, ma occorre anche intervenire su quelle caratteristiche delle imprese che ostacolano lo sviluppo di una domanda di personale più istruito.

E qui veniamo a quell’insieme insieme di politiche che un tempo si sarebbero dette “industriali”, larga parte delle quali è di carattere orizzontale. Sono politiche quasi tutte costose per l’Erario, quindi esigono uno spostamento di risorse pubbliche da altri usi meno produttivi, il che non è politicamente banale. Sono misure volte a favorire la transizione delle imprese verso la quarta rivoluzione industriale (il piano del governo Industria 4.0 va in questa direzione); ad incrementare gli investimenti in Ricerca & Sviluppo, ad attenuare i costi di transazione internazionale, a incentivare l’attrazione di investimenti esteri, ad agevolare l’apertura al controllo esterno delle imprese familiari, a favorire lo spostamento del lavoro, ma soprattutto del capitale, verso impieghi più efficienti, amigliorare la governance nelle banche e a favorire la presenza nella struttura finanziaria di altri intermediari più adatti a far crescere le imprese.

Alcune di queste misure sono state già parzialmente prese, si tratta innanzitutto di sospingerne l’attuazione. Perché esse abbiano un impatto adeguato sul sistema economico occorre finalmente realizzare ciò che da tempo si conosce e si auspica: obiettivi ben definiti (soggetti dunque alla possibilità di valutazione ex post della efficacia della policy); un congruo stanziamento di risorse; un orizzonte temporale di medio periodo; regole semplici e certe per le imprese; pochi e stabili interlocutori istituzionali.

Questa è parte dell’agenda necessitata di qualunque governo che si ponga il problema di scongiurare il declino storico della nazione. Far nascere nuovi imprenditori, convincere quelli che ci sono a far crescere le loro imprese, separandole dai destini della famiglia, premiare il coraggio e l’inventiva, disincentivare le rendite di posizione. E ancora, sgonfiare l’ipertrofia fiscale e normativa, raddrizzare i labirinti procedurali di cui è disseminato il cammino di chi intraprende. Tutto questo ci farebbe scalare diverse posizioni nelle classifiche internazionali del “fare impresa”; avvierebbe un circuito di attese favorevoli e libererebbe le energie di cui il nostro paese continua ad essere ricco.

* Questo articolo sintetizza alcune delle tesi contenute nel nostro libro:  Che cosa sa fare l’Italia. La nostra economia dopo la grande crisi, Laterza, 2017