ALL'INTERNO DEL

Menabò n. 181/2022

27 Ottobre 2022

Guardiamo la luna e non il dito. Considerazioni in merito al contratto di ricerca.

Francesco Sinopoli discute la riforma del “pre-ruolo” universitario e in particolare l’introduzione del contratto di ricerca in sostituzione dell’assegno di ricerca, anche alla luce delle esperienze della FLC della CGIL. Per Sinopoli, la nuova forma contrattuale può diventare uno strumento per invertire la lunga deriva neoliberista negli atenei caratterizzata per lunghi anni – e prima dei recenti Piani Straordinari – da tagli di risorse e aumento del precariato, accompagnandola con mobilitazioni su risorse, ulteriori norme e un deciso allargamento degli organici.
Guardiamo la luna e non il dito. Considerazioni in merito al contratto di ricerca.
Francesco Sinopoli discute la riforma del “pre-ruolo” universitario e in particolare l’introduzione del contratto di ricerca in sostituzione dell’assegno di ricerca, anche alla luce delle esperienze della FLC della CGIL. Per Sinopoli, la nuova forma contrattuale può diventare uno strumento per invertire la lunga deriva neoliberista negli atenei caratterizzata per lunghi anni – e prima dei recenti Piani Straordinari – da tagli di risorse e aumento del precariato, accompagnandola con mobilitazioni su risorse, ulteriori norme e un deciso allargamento degli organici.
Tempo di lettura: 8 minuti
Facebook
Twitter
LinkedIn
PDF
WhatsApp
Telegram

Dopo più di dieci anni, il Parlamento questa estate ha finalmente rivisto la cosiddetta Gelmini, la legge 240/2010 che ha ridefinito la struttura degli atenei e i ruoli universitari. In un emendamento al DL 36/2022 sono state infatti inserite una serie di norme sul preruolo, le varie figure a tempo determinato e in tenure in università ed enti di ricerca. In questi mesi si è quindi aperto un discorso pubblico, con interventi su quotidiani e blog. Ritengo questo dibattito importante, proprio per dare vita ad un risveglio delle coscienze sullo stato di ricerca e università, per trarre un bilancio di questo decennio perduto e quindi rilanciare un sistema sempre più logorato da profonde divergenze. La discussione, però, non mi è sembrata segnata da questa preoccupazione, concentrandosi sulla cancellazione dell’assegno di ricerca (un contratto atipico basato su norme nazionali e regolamenti di ateneo) e la nuova figura del contrattista, più costosa proprio perché vi si riconosce un rapporto di lavoro subordinato (il lordo ente passa infatti da circa 25mila euro annui ad almeno 38mila, con la necessità di prevedere una durata biennale e quindi almeno 75/76mila euro complessivi per bandire).

Il discorso pubblico si è soffermato in particolare sulla rigidità di questa nuova figura, che secondo alcuni impedirebbe la positiva mobilità dei giovani ricercatori e per altri ostacolerebbe la necessaria formazione selettiva dei percorsi accademici. C’è chi ha segnalato la limitatezza dei fondi e il rischio di annichilire alcune filiere che sopravvivono solo grazie a figure atipiche a basso costo. C’è chi ha denunciato il rischio che così si colpiscano i precari e non solo il precariato, anche per la scelta di introdurre un assurdo tetto di spesa pari alla spesa storica sugli assegni (la classica imposizione MEF, che pretende di migliorare le condizioni lavorative a costo zero). C’è infine chi ha sottolineato l’importanza di accompagnare questa figura con ulteriori interventi, evitando che si diffondano al loro posto le borse di ricerca, con ancora meno tutele degli assegni e quindi un degrado delle condizioni di lavoro in università ed enti di ricerca.

Preoccupazioni diverse, con diverse ragioni. Facciamo però un passo indietro. 

L’assegno di ricerca è stato introdotto dalla legge 449/97 e declinato da una circolare del 12 marzo 1998, in cui si specifica il carattere continuativo e non occasionale dell’attività, in un rapporto di coordinamento con il committente nel quadro di un programma di ricerca. Nasce quindi esplicitamente assimilato ad un contratto di collaborazione coordinata e continuativa. Chi ricorda il periodo, sa che la ragione era quella di favorire i “giovani”. In quegli anni, infatti, la collaborazione coordinata e continuativa era proposta come soluzione a tutti i problemi occupazionali. Oggi conosciamo il prezzo di quelle scelte su generazioni di lavoratrici e lavoratori, intrappolate in una precarietà senza fine con il miraggio di un contratto a tempo indeterminato. 

L’università nel frattempo ha conosciuto la legge 240 del 2010, che si innesta (e non abroga) sulla 230 del 2005 (la cosiddetta Moratti): un modello che radicalizza l’autonomia, rilancia le gerarchie e centralizza il controllo, con il risultato di mettere in competizione gli atenei per i fondi premiali, rilanciare il ruolo degli Ordinari e dimezzare il loro numero con il DL 49/2012, enfatizzare i poteri gestionali (i nuovi Direttori generali), istituire l’ANVUR e i suoi parametri (AVA, VQR, ASN). Un modello competitivo, nel solco del new public management, in cui si è portato a sistema il precariato (le borse, previste di passaggio e limitate a fondi esterni al comma 5 dell’art 18 della legge 240/2010, l’assegno di ricerca all’art 22 e i due RTD, A e B, all’art 24). 

Questo modello ha prodotto danni. Mentre i tagli hanno rattrappito le università – riducendo del 20% gli organici, del 40% i dottorati e del 10% gli studenti – e si è imposta una redistribuzione di risorse e personale su parametri assurdi e talvolta ridicoli (come spesso sottolineato da ROARS), si è creata una bolla di decine di migliaia di precari (assegnisti, rtda, borsisti, docenze a contratto, partite IVA e varie figure spurie moltiplicatesi nelle pieghe dell’autonomia). Una generazione perduta, che ha permesso al sistema di raggiungere buoni risultati (come mostrano le comparazioni internazionali), e si ritrova oggi senza prospettive, oramai matura professionalmente (vedi i numeri delle abilitazioni), nell’età e nei relativi carichi di vita.

Contro Moratti e Gelmini abbiamo partecipato a grandi movimenti di massa, nelle piazze e sui tetti. Un movimento che ci ha visto protagonisti con associazioni, comitati e coordinamenti. Quella battaglia non si è esaurita con l’approvazione di quelle leggi, ma è proseguita proprio sul precariato. La FLC ha sviluppato un’inedita azione con sportelli e coordinamenti precari, partecipando al movimento dei ricercatori determinati e costruendo un’intersindacale non solo con CISL e UIL, ma anche con associazioni della docenza (come CIPUR, CNU, ANDU), sindacati di base (Cobas) e strutture di movimento (rete29aprile o universitàmanifesta). Questa battaglia ha creato una rete, conquistato tutele parziali ma importanti (ad esempio la DIS-COLL, un assegno di disoccupazione per dottorandi e assegnisti che gli riconosce un minimo di dignità), mantenuto negli anni una denuncia costante sulle condizioni di questo precariato.

Allora, se oggi c’è stata una revisione del preruolo, non è avvenuta per caso. In questi anni, infatti, nelle mobilitazioni sono state poste tre questioni: l’infinito periodo di precariato (sino a dodici anni, il più lungo in Europa); l’assenza di tutele per borse e assegni (contratti individuali, senza rappresentanza, fuori da CCNL e fuori dallo stato giuridico); la necessità di forme transitorie che facilitano la stabilizzazione dei precari, nel quadro del necessario rilancio degli organici (la stessa relazione di accompagnamento della legge di bilancio 2022 sottolinea come manchino oltre 45mila posizioni di ruolo rispetto alla media europea). Su queste urgenze è iniziata la discussione parlamentare. Il percorso è stato lungo, segnato da una pessima versione approvata alla Camera che rilanciava lunga durata e forme atipiche, un’ipotesi CRUI che precarizzava la tenure e l’allungava sino a 14 anni, ipotesi che strutturavano le borse di ricercacon fondi di ateneo e sino a 36 mesi. 

L’iter si è concluso improvvisamente, con un emendamento ad un decreto PNRR, che in diversi abbiamo criticato nel metodo. Questa norma si è focalizzata su tre elementi: la cancellazione degli assegni e la loro sostituzione con i contratti di ricerca (rapporti di lavoro subordinato a tempo determinato, aprendo alla contrattazione collettiva); l’eliminazione del RTDa, con il prolungamento delle tenure sino a sei anni e la possibilità di esser chiamati dal terzo anno; un transitorio articolato, con il prolungamento degli assegni al 31.12.2022 e degli RTDa al 30.6.2025, oltre che una riserva di posti del 25% dei bandi a RTDa o assegnisti triennali per il nuovo RTT.

Colpisce allora che non sia stata discussa la sostanziale conferma dell’impianto gelminiano di un lungo precariato(che rischia di portare in ruolo dopo oltre 11 anni di contratti e tenure), con meccanismi di passaggio non chiari e margini di discrezionalità, senza una effettiva cancellazione di figure improprie (come le borse di ricerca). Invece, le preoccupazioni si sono concentrate soprattutto sul principale, se non l’unico, punto sostanzialmente positivo di questo intervento: il contratto di ricerca.

Positivo, perché Rose is a rose is a rose is a rose: un lavoro è un lavoro è un lavoro. Non smetteremo mai di ripeterlo. Certo, nelle università esistono percorsi particolari di formazione lavorativa: attività supervisionate con forme particolari di tutela e retribuzione, inseriti in precisi percorsi di studio (come alto apprendistato o scuole di specializzazione). Se sulla base di un titolo di studio si svolge attività di ricerca, allora questo è un lavoro. La ricerca infatti non è una missione, una passione, un hobby, un premio o un infinito percorso formativo valutato da un maestrodi riferimento. Un lavoro deve garantire diritti e giusta retribuzione (malattia, ferie, permessi, contributi, rappresentanza). Allora non possono esistere borse di ricerca, assegni collaborazioni spurie, non dovrebbero esistere periodi infiniti di precariato, che in tutti gli altri settori hanno un limite di 36 mesi. Non si dovrebbe cioè tenere l’università in una bolla dove i diritti del lavoro vengono sospesi, dove i precari si trovano in un limbo individuale fuori da contrattazione e stato giuridico. Il contratto di ricerca afferma questo principio, collegandosi alla contrattazione collettiva, alle sue tutele e rappresentanze.

Il contratto è allora un risultato positivo e deve essere accompagnato da un adeguato e strutturale aumento dei finanziamenti pubblici alla ricerca. L’Italia ha affrontato la crisi epocale del 2009/12 scegliendo di tagliare proprio gli investimenti, già tra i più bassi dei paesi OCSE. Il Tavolo tecnico istituito dalla Ministra Messa ha sottolineato la necessità di investire almeno 10 miliardi, perché il PNRR non risolve con le sue misure a termine l’attuale sotto-investimento strutturale. Questa assenza di risorse ha sviluppato, soprattutto in alcune filiere, gruppi di ricerca che sopravvivono nella precarietà e nell’incertezza, comprimendo i costi attraverso borse, progetti e collaborazioni occasionali. Tutte le strutture si sono trovate in realtà prigioniere di questo sottofinanziamento, costrette a comprimere costi e ridurre diritti solo per svolgere le proprie attività. Lo ha sottolineato anche Giorgio Parisi, con la richiesta di un intervento urgente in Legge di Bilancio. Dobbiamo allora ribaltare una percezione sbagliata: non sono le flessibilità e i bassi costi del lavoro che facilitano gli investimenti, ma anzi sono proprio le sue rigidità che li sospingono. Pertanto, partire dal rispetto di condizioni minimali di tutela non è solo un principio astratto (per noi comunque fondamentale), ma è anche una scelta politica proprio per segnare una svolta nella sconsiderata politica di ricerca di questo paese.

Questo non vuol dire negare limiti e contraddizioni di questa norma, sviluppando la discussione negli atenei e la necessaria mobilitazione per correggerla e integrarla. In primo luogo, nelle more del rinnovo del contratto nazionale Istruzione e ricerca (di cui ancora non sono chiari i tempi), bisogna evitare di lasciare vuoti che rischiano di scaricarsi sugli attuali precari e sulle attività di ricerca: ad esempio, si potrebbero definire accordi transitori di ateneo (esplicitamente in attesa del CCNL), per far subito partire i bandi per i nuovi contratti. Inoltre, nella prossima legge di bilancio sarà necessario eliminare l’assurdo tetto di spesa imposto dal MEF, riconoscendo che la maggior tutela del lavoro di ricerca implica necessariamente l’aumento dei fondi. Bisogna cioè porsi esplicitamente l’obbiettivo di trasformare tutti gli attuali assegni in nuovi contratti di ricerca. Ancora, sarà necessario permettere di bandire assegni anche oltre i limiti previsti per i progetti PRIN presentati prima del 30 giugno 2022, che non hanno dimensioni in grado di reggere i nuovi contratti (sono più di 700milioni di euro, circa 5mila progetti vincenti, probabilmente 7/8mila unità di ricerca). Sarà necessario eliminare le borse di ricerca, evitando che l’introduzione delle giuste rigidità del contratto sospinga forme improprie e squalificate. Inoltre, sarà importante allargare il principio della riserva di posti, introdotto nell’università per la prima volta, sviluppando percorsi di stabilizzazione, come è stato negli enti di ricerca con la cosiddetta legge Madia. Così, infine, sarà importante rilanciare, proprio nel solco delle conclusioni del Tavolo ministeriale e dell’intervento di Parisi, la richiesta di un aumento significativo e strutturale dei fondi di ricerca, almeno 10 miliardi, guardando alla ricerca generale e di base, non solo (e non tanto) a quella applicativa e al trasferimento tecnologico (come fa invece il PNRR). 

Però, oggi, sono state affermati in controtendenza alcuni principi e alcune possibilità (il contratto di ricerca, la riserva dei posti): non tanto per un atto parlamentare improvviso e improvvido, quanto soprattutto nel quadro di rivendicazioni di un movimento decennale. Difendere e allargare questi spazi dovrebbe allora essere non solo, e non tanto, un problema sindacale, ma una condizione di base proprio per quel rilancio della ricerca italiana che da tempo si chiede da diverse parti.