Il Pil pro-capite è anche demografia. Nel dibattito politico odierno è riemersa una parola antica con un significato nuovo: “remigrazione”. Chi la propone sostiene che è necessario ridurre la presenza di immigrati regolari e, nelle formulazioni più radicali, anche di seconda e terza generazione, attraverso politiche di rientro, espulsione o restrizione della permanenza. Il tema ha evidenti implicazioni etiche, giuridiche e sociali. Ma c’è anche un aspetto economico finora trascurato. Una politica di remigrazione non comporterebbe soltanto una contrazione del numero degli immigrati residenti, ma determinerebbe anche una riduzione della popolazione complessiva, della forza lavoro e della popolazione in età da lavoro. Aritmeticamente, il Pil (reale) pro-capite può essere scomposto in tre componenti
Nella formula, è il Pil reale, la popolazione complessiva, il numero di occupati e la popolazione in età lavorativa. Il reddito per abitante dipende quindi da tre fattori: la produttività del lavoro Y/L, il tasso di occupazione della popolazione in età lavorativa , e la quota di popolazione in età lavorativa sul totale . Tale relazione è ovviamente un’identità contabile e ci ricorda che il reddito medio di un paese (Y/P) non dipende soltanto da quanto produce in media ciascun occupato (), ma anche dal tasso di attività e da un fattore di natura puramente demografica .
Da dove viene la (poca) crescita italiana. La Tabella 1 riporta i tassi medi annui di variazione del Pil reale pro capite e delle sue componenti tra il 2000 e il 2024, per i cinque principali paesi europei e gli Stati Uniti. Nel periodo considerato, l’Italia registra la più debole crescita del Pil reale, pari allo 0,38 per cento medio annuo. Poiché, nello stesso periodo, la popolazione cresce poco (0,14 per cento) il Pil pro-capite aumenta dello 0,24 per cento, contro lo 0,72 della Francia, lo 0,80 della Spagna, lo 0,82 del Regno Unito, lo 0,91 della Germania e l’1,29 degli Stati Uniti. Dietro questa dinamica si nascondono però combinazioni molto diverse di demografia, occupazione e produttività.
Per iniziare, guardiamo alla componente demografica. La quota della popolazione in età lavorativa sul totale, decrescente in tutti i paesi per effetto dell’invecchiamento, è più marcata in Italia e Germania. È bene notare che questo freno non è costante nel tempo. Sempre in Italia, la quota in età lavorativa resta sostanzialmente stabile fino al 2007-2008 e cala in modo sostenuto negli ultimi anni. Una dinamica demografica sfavorevole si riflette in una minore crescita produttiva e mette a repentaglio la tenuta del welfare state.
Tabella 1: Il prodotto pro capite e le sue componenti demografiche ed economiche, 2000-2024
Nota. Tassi medi annui in percentuale. Pil reale a valori concatenati, anno di riferimento 2020. Fonte. Elaborazioni degli autori su dati AMECO (banca dati macroeconomica annuale della Commissione europea).
Il terzo fattore è la produttività del lavoro. Come è stato più volte sottolineato, nella sua debolezza risiede la principale fragilità dell’economia italiana degli ultimi decenni. Mentre, infatti, cresce in tutti gli altri paesi, in Italia il tasso medio annuo di variazione è addirittura negativo ( 0,25 per cento). Nulla di sorprendente, considerando il principio della produttività decrescente. Tuttavia, emerge un fatto preoccupante. La modesta crescita del reddito pro capite italiano è da ricondurre all’aumento dell’occupazione, che compensa sia il peggioramento demografico che la caduta della produttività. È un aspetto cruciale. Una crescita fondata quasi esclusivamente sul contributo del lavoro è più vulnerabile ai cicli economici di quella basata sulla produttività perché in risposta a shock negativi, la base occupazionale si restringe velocemente, e il Pil pro capite ne risente, contraendosi rapidamente. I guadagni collegati alla produttività sono, invece, molto più stabili.
Il controfattuale della remigrazione. Come entra la remigrazione in questo quadro? In un paese che invecchia, il numero degli immigrati (regolari) influenza sia la popolazione complessiva che quella attiva, nonché il tasso di occupazione. La retorica della remigrazione trascura queste relazioni. Analizziamo allora l’impatto dei flussi migratori sulla crescita dell’economia.
Indichiamo con la quota degli immigrati sulla popolazione totale (), con la quota della popolazione in età lavorativa immigrata sulla popolazione in età lavorativa totale () e con la quota di immigrati occupati sul totale dell’occupazione (). Immaginiamo, nello scenario controfattuale, di escludere dalla popolazione complessiva gli immigrati, mantenendo però costante la produttività media del lavoro. Quest’ultima, dipende infatti da fattori tecnologici e di accumulazione, i cui effetti tendono a manifestarsi nel medio-lungo periodo. Che cosa accade? Il reddito pro capite si contrae in proporzione agli occupati esclusi dallo scenario controfattuale, mentre la popolazione si riduce in proporzione ai residenti sottratti al computo. L’effetto contabile (come si mostra in Appendice) è misurato da
Δln (Y/P) = [ln(1-) – ln(1-)] + [ln(1-) – ln (1-)].
Il primo termine tra parentesi quadre cattura il canale occupazionale e misura quanto cambia il rapporto tra occupati e popolazione in età lavorativa quando vengono rimossi i lavoratori stranieri. È negativo se i nati all’estero pesano più sull’occupazione che sulla popolazione in età lavorativa. Il secondo termine cattura il canale demografico e misura quanto cambia la quota di popolazione in età lavorativa sul totale. È negativo se i nati all’estero pesano più sulla popolazione in età lavorativa che sulla popolazione complessiva. Sommando i due canali si ottiene l’effetto complessivo della variazione del reddito pro capite. La Figura 1 mostra le inattese conseguenze demo-economiche di un’ipotetica politica di remigrazione.
Figura 1: Effetto contabile di una politica di “remigrazione” sul Pil reale pro capite
Nota. Le barre scompongono l’effetto totale (punto nero) nel canale demografico e in quello occupazionale; valori in per cento. Fonti. Popolazione per luogo di nascita: Eurostat (Italia, Spagna, Francia, Germania, 2024); ONS Annual Population Survey (Regno Unito, 2024); US Census CPS (Stati Uniti, 2023). Tassi di occupazione per luogo di nascita: OECD.
In Italia, la popolazione complessiva ammonta oggi a circa 58,9 milioni di persone. Al suo interno, la componente straniera regolarmente residente è pari a circa 5,56 milioni di individui, ossia il 9,4 per cento della popolazione totale. Inoltre, considerando i nati all’estero, indipendentemente dalla cittadinanza, la popolazione immigrata rappresenta nel 2024 circa l’11,3 per cento della popolazione residente, il 15,3 per cento di quella in età lavorativa, 15-64 anni, e il 16 per cento degli occupati. Il loro contributo è dunque rilevante non solo sul piano demografico, ma anche su quello produttivo. In un paese caratterizzato da bassa natalità e progressivo invecchiamento, l’immigrazione regolare ha contribuito negli ultimi tre decenni a sostenere la popolazione attiva, la base occupazionale e, più in generale, la capacità di crescita dell’economia.
Nel nostro esercizio controfattuale il reddito reale pro capite italiano diminuirebbe del 5,4 per cento, cioè di circa 1.800 euro lordi annui a persona, rispetto al dato del 2024. Una perdita quasi interamente riconducibile al canale demografico. Va sottolineato ancora una volta che la caduta del reddito non resterebbe confinata a una dimensione contabile, ma peserebbe direttamente sui residenti rimanenti, cioè sugli italiani, riducendo nell’immediato il loro reddito disponibile e il benessere economico complessivo. Quindi, la remigrazione, invocata per accrescere il benessere degli italiani, finirebbe per ridurlo. Il quadro è simile, e in qualche caso più accentuato, in Spagna, Regno Unito e Stati Uniti. Per Francia e Germania si registra invece un effetto totale più contenuto. Infatti, il canale occupazionale è positivo, perché la quota degli immigrati sugli occupati è inferiore alla loro quota sulla popolazione in età lavorativa. Tuttavia, anche in questi paesi il canale demografico resterebbe complessivamente negativo. Rimpatriare la popolazione immigrata significa, perciò, sottrarre forza attiva dalla componente demografica, indebolendo uno dei fattori di crescita. Vale infine la pena ricordare che la remigrazione non può riguardare i cittadini della UE. Tale distinzione conta comunque molto poco (Tabella 2). In Italia, nel 2024, dei circa 6,7 milioni di nati all’estero solo il 24 per cento proveniva da un altro paese dell’Unione europea, mentre il restante 76 per cento era nato in paesi extra-UE.
Tabella 2: Effetto della politica sul Pil reale pro capite, per origine dei nati all’estero (2024)
Nota. Effetto complessivo (demografico più occupazionale) di una politica di rimpatrio per luogo di nascita, in per cento. Le colonne “Nati in UE” e “Nati extra-UE” rimuovono rispettivamente i nati in un altro paese dell’Unione europea e i nati fuori dall’UE. Fonti. Eurostat (popolazione per età e paese di nascita e tassi di occupazione per paese di nascita), 2024, età 15-64.
Cosa non dice, e cosa dice, questo esercizio. L’esercizio non implica che ogni flusso migratorio sia automaticamente positivo per l’economia di un Paese, né che le politiche migratorie non debbano essere governate. E non misura tutti gli effetti dell’immigrazione su salari, produttività, distribuzione del reddito e welfare. Non contabilizza, inoltre, i costi economici collegati al rimpatrio forzato di almeno 3.5 milioni di persone: costi enormi, che ricadrebbero sulla finanza pubblica, peggiorando il saldo di bilancio annuale e il grado di indebitamento pubblico, a meno di compensarli con maggiori tasse o con tagli alla spesa pubblica. Si tratta di aspetti tutt’altro che trascurabili: basti pensare che il costo dell’intera operazione dei centri italiani in Albania, riferita a una platea incomparabilmente più ridotta, è stata stimata dal governo italiano in oltre 650 milioni di euro nell’arco di cinque anni, cioè in circa 130 milioni l’anno.
Il punto centrale dell’analisi benché più limitato, è cruciale: non si può trattare la popolazione immigrata solo come un problema sociale o di ordine pubblico. In un’economia demograficamente anziana, come quella italiana, gli immigrati diventano parte della popolazione attiva e della forza lavoro del Paese, dunque una risorsa per la crescita.
Ci sono naturalmente limiti tecnici nella storia che abbiamo raccontato, e anche aspetti morali da considerare. L’ipotesi di produttività invariata non implica che la produttività del lavoro resterebbe immobile, serve piuttosto a costruire un benchmark trasparente. Nel breve periodo, la remigrazione produrrebbe costi aggiuntivi e perdita di produzione se i sistemi produttivi non riuscissero a sostituire i lavoratori stranieri con quelli italiani, soprattutto nelle filiere più dipendenti dalla manodopera immigrata: agricoltura, cura alla persona e anche segmenti qualificati, come nel caso dei medici cubani in Calabria. Nel lungo periodo, salari più alti e investimenti in capitale e tecnologia potrebbero attenuare l’effetto iniziale. Tuttavia, la perdita di forza lavoro non sarebbe facilmente compensata dal rientro degli italiani emigrati. Tra il 2014 e il 2024 sono espatriati oltre 1,2 milioni di cittadini italiani, a fronte di 573 mila rimpatri, con una perdita netta di circa 670 mila persone. Perciò, al di là degli slogan delle destre europee, il ruolo dell’immigrazione regolare è riconosciuto nei fatti. Lo dimostra anche il decreto flussi 2026-2028, che prevede quasi 500 mila ingressi regolari nel triennio. Ma quote più alte non bastano, servono canali legali credibili, integrazione, riconoscimento delle competenze e contrasto dello sfruttamento.
Queste considerazioni rinviano poi a una più ampia dimensione etica, giuridica e morale. L’arida contabilità delle componenti demo-economiche può mostrare i costi e i benefici della remigrazione, ma non esaurisce il giudizio complessivo su una proposta che investe direttamente i principi di convivenza democratica, cittadinanza e dignità della persona. Prima ancora dei suoi effetti sul Pil e sul reddito pro capite, una politica di allontanamento di massa trasformerebbe persone, famiglie e lavoratori in una variabile da sottrarre dal corpo sociale. È questo il suo limite più profondo. Una società democratica può e deve governare i flussi migratori, fissare regole di ingresso e integrazione, garantire l’ordine pubblico, contrastare irregolarità e sfruttamento. Ma non può fondare una strategia di sviluppo sull’idea che una parte stabile della popolazione, spesso già radicata nel lavoro, nella scuola, nell’università, nei territori e nella fiscalità del Paese, sia un corpo estraneo da rimuovere.
La valutazione economica e quella morale finiscono dunque per convergere. L’Italia non ha bisogno di ridurre la propria popolazione, ma di renderla più ampia, più integrata, più inclusiva e dunque anche economicamente più efficiente e produttiva.
APPENDICE
La formula nel testo segue dall’identità ⋅(L/P). A produttività Y/L invariata, rimuovere i nati all’estero riduce gli occupati da a (1 – ) e la popolazione da P a P (1- ). Il nuovo reddito pro-capite è quindi , da cui Δln (Y/P) = ln(1-) – ln (1-). Aggiungendo e sottraendo ln(1 – ) si ottiene la scomposizione nei due canali.


