ALL'INTERNO DEL

Menabò n. 172/2022

19 Maggio 2022

Il denaro e la disparità di genere
Giovanna Paladino esamina le ragioni della problematica relazione tra le donne e il denaro guardando alla famiglia, dove spesso – anche involontariamente- l’educazione segue stereotipi di genere che favoriscono l’autonomia dei figli e la dipendenza delle figlie. Un’indagine campionaria mostra il ruolo cruciale della famiglia proprio nella preadolescenza e nell’adolescenza e la necessità per le madri di dare l’esempio, poiché la famiglia è il riferimento in materia di gestione del denaro per oltre il 90% degli adolescenti.
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L’educazione ricevuta in famiglia è quasi sempre fortemente condizionata da stereotipi ed è difficile negare che i genitori, pur senza una volontà esplicita, mettono in atto comportamenti diversi a seconda del genere dei figli, creando le basi per una cultura difficile da eradicare perché, purtroppo, condivisa anche da molte donne. Lo stereotipo si distingue, infatti, perché non si fa riconoscere come tale, appare neutrale, ed è condiviso da tutti (o quasi).

Prova di un condizionamento familiare già presente in tenera età la fornisce, tra gli altri, una ricerca (Bian et al. in Science, 355, 2017) condotta su un campione di 96 bambini tra i 5 e i 7 anni, ripartito in modo equivalente tra i sessi. La ricerca si basa su un esperimento dove ai bambini vengono mostrate immagini di persone di ambo i sessi e si chiede loro di indicare chi sia una persona molto molto “smart” (brillante, intelligente etc.). A cinque anni i bambini indicano un uomo, e le bambine una donna. Dai sei anni in poi il quadro cambia e il soggetto “smart” è per entrambi i gruppi un uomo. Sei anni è l’età in cui l’educazione familiare diverge. Le femmine non vengono spinte a sperimentare giochi complessi e si ritirano dalle forme di esplorazione esterna verso cui vengono, invece, spinti i maschi. Anche la scelta dei giochi diventa devastante e certo non riflette la predisposizione naturale delle bambine o dei bambini ma gli stereotipi e le idee di genitori e parenti prossimi (tra gli altri si veda Colombo in Studi di sociologia, 40, 2003). Spesso alle bambine viene imposto il contenimento più che la sperimentazione, influenzando cosi la loro propensione al rischio che numerosi studi rilevano, almeno apparentemente, meno forte di quella maschile. Essere un genitore scevro da distorsioni educative di genere non è facile e lo si può testare in prima persona con il test implicito di Harvard sulla presenza di eventuali distorsioni comportamentali e di giudizio collegate al genere. Se si risponde istintivamente – e non ragionando sulle implicazioni delle opzioni di risposta – non è affatto facile passarlo indenni.

I dati che fotografano le differenze di genere, in Italia, sembrano indicare che non si tratti di un fenomeno relegato a specifici milieu sociali, geografici ed economici. L’indagine dell’Istat del 2019 evidenzia che seppure con gradualità significativamente diverse la questione del gender gap, sia dal punto di vista economico che culturale, riguarda tutto il Paese. Inclusa le provincie autonome di Bolzano e Trento. Inserire Figura 1

Figura 1: Rapporto Istat 2019 “Gli stereotipi sui ruoli di genere” 15.000 rispondenti tra i 18-74 anni.

Nota: la scelta dell’opzione non sono per niente d’accordo consente di evitare chi per vergogna non osa dire che condivide l’affermazione. In evidenza le regioni/province con le percentuali più basse.

Si noti, per esempio, che la percentuale di uomini e donne che “non sono per niente d’accordo” su stereotipi di genere palesi sono, seppur significativamente differenti, non contrastanti tra le diverse aree geografiche. In particolare, sorprendono le basse percentuali di coloro che non sono per niente d’accordo con l’affermazione che per l’uomo sia più importante che per la donna avere successo. Non è d’accordo solo il 43% dei residenti della provincia di Bolzano, il 46% delle donne del Piemonte. Percentuali non molto diverse dal 41% degli uomini abitanti in Campania e dal 43% delle donne siciliane. Diverse evidenze, empiriche e aneddotiche, rafforzano l’opinione che si tratti di convinzioni condivise da una larga parte della popolazione italiana e spesso non così fortemente differenziate tra uomini e donne.

Torniamo all’origine della disparità guardando il mondo degli adolescenti. In un recente lavoro (Canova e Paladino in Economia Italiana 3/2021) le risposte ad un questionario rivolto a ragazze e ragazzi appartenenti alla generazione Z, tra i 13 e i 18 anni, evidenziano diversità profonde nel modo di affrontare il contesto esterno. Analizzando i dati, le differenze di genere sono sia di tipo “caratteriale” sia condizionate dall’educazione ricevuta a casa e a scuola. In generale, ragazze e ragazzi mostrano comportamenti e tratti di personalità specifici solo in parte collegati all’età, alla sensibilità e a maturità differenti. Essi sono riconducibili, invece, in buona parte, a scelte educative che, volontariamente o meno, tendono a riproporre una visione di genere stereotipata.

Partiamo dai tratti caratteriali. L’analisi permette di individuare tre cluster: gli inquieti, i curiosi e i coscienziosi. I primi hanno un’incidenza pari a circa la metà degli intervistati e sono per lo più ragazzi delle superiori, con una prevalenza di maschi rispetto alle femmine (51% vs 49%, ma proporzionali alla frequenza del genere nel campione); anche tra i curiosi prevalgono gli studenti delle scuole superiori, con una percentuale di maschi al 54% (sovra rappresentati rispetto alla frequenza del campione) e di femmine intorno al 46%. Le ragazze sono, invece, sovra rappresentate tra i coscienziosi (pari al 50.3% del cluster a fronte di una frequenza nel campione del 48.4%). In sostanza, sulla base di risposte alle specifiche domande del questionario, le ragazze sembrano ricadere più frequentemente, nel gruppo di coloro che finiscono tutto ciò che iniziano, sono attente e scrupolose quando fanno i compiti, mettono in ordine quando hanno finito di utilizzare le cose, e che tendono a fidarsi del prossimo perché pensano che gli altri siano come loro.

Accanto a questi che alcuni potrebbero considerare aspetti positivi e segnali di affidabilità e maturità, ma che potrebbero essere tratti di personalità acquisiti sulla base di una impostazione educativa volta al contenimento, le ragazze si distinguono (cfr. Tavola 1) per avere un basso senso di autostima e una maggiore dipendenza dai social rispetto ai ragazzi, un segno della necessità di essere accettate dal contesto che le circonda.

Tavola 1

Fonte IL VALORE DELLA SOSTENIBILITÀ AMBIENTALE ED ECONOMICA PER I GIOVANISSIMI Report disponibile al link

https://www.museodelrisparmio.it/wp-content/uploads/2021/04/R.21.101-Museo-del-Risparmio_Report_REV05-002.pdf

Le adolescenti leggono più libri ma hanno meno relazioni sociali, vedono meno spesso i loro coetanei e sono meno felici. I dati evidenziano anche una “preferenza” netta delle ragazze per le materie umanistiche (43.5%) rispetto ai maschi (20.3%) della stessa età che, al contrario, dichiarano una “preferenza” verso le materie scientifiche (54.7%) ben superiore a quella delle femmine (32.3 %). Questa netta “preferenza” già a 13 anni è difficile pensare che non sia influenzata dall’ambiente familiare e scolastico. I dati confermano che non è questione di Nord o Sud. Dall’analisi statistica emerge, inoltre, chiaramente che il contesto educativo (titolo di studio dei genitori) ed economico della famiglia non determina particolari impatti sulle “preferenze” manifestate.

Stupisce, inoltre, forse perché rilevato per la prima volta, il diverso trattamento in materia di gestione del denaro. Le ragazze che ricevono periodicamente la paghetta o che riescono a ottenere denaro secondo il bisogno sono percentualmente meno dei ragazzi. Rispettivamente il 22% vs 27% e il 29% vs 34%. Alle ragazze i soldi sono concessi più frequentemente come regalo saltuario (49% vs il 33% dei maschi). Sembrerebbe, quindi, esserci una distinzione collegata al genere del figlio tra educazione all’autonomia e quella alla dipendenza. Anche in questo caso l’analisi statistica non mostra differenze geografiche significative. Si potrebbe pensare che il titolo di studio dei genitori sia un fattore importante nella scelta educativa di concedere o meno l’autonomia nella gestione del denaro. Ma l’evidenza mostra un comportamento diffuso e non legato a retroterra culturali specifici. Considerando il numero di libri che ci sono in casa – come proxy del livello culturale oggettivo della famiglia – la relazione con l’abitudine a conferire una paghetta appare inesistente per le ragazze, mentre sembrerebbe esserci una correlazione positiva nel caso dei maschi. Il retroterra culturale della famiglia sembra influente solo per coloro che hanno a casa oltre 500 libri. In questo caso la percentuale di chi riceve la paghetta raggiunge il 44% tra i ragazzi e arriva al 34% per le adolescenti. Per i ragazzi e le ragazze non basta, quindi, avere i genitori laureati. Bisogna essere parte di un melieu culturale decisamente elevato per ricadere tra i fortunati che percepiscano una paghetta in modo regolare.

Infine, si può notare un maggiore controllo delle spese non necessarie da parte dei ragazzi (replicando uno stereotipo che probabilmente inficia l’autovalutazione delle ragazze su questa domanda) che ne fanno un uso più individualistico.

L’indagine consente, inoltre, di avere una misura dell’importanza del ruolo genitoriale, che per il 92% degli intervistati è un modello imprescindibile per quanto riguarda la gestione del denaro.

Posto che la famiglia rimane il punto di riferimento, preoccupa il fatto che le ragazze trovino in casa esempi che non solo corroborano gli stereotipi ma li magnificano. Diverse indagini del Museo del risparmio sul rapporto delle donne con il denaro evidenziano che il 60% delle donne, rispondenti ai questionari, affermano di delegare la gestione del denaro ai partner mentre il rimanente 40%, che dichiara di occuparsene, in realtà si occupa prevalentemente delle spese quotidiane. Dalle indagini campionarie del Museo del Risparmio, le donne sembrerebbero, tuttavia, essere brave risparmiatrici, o almeno esserlo tanto quanto gli uomini, mentre sono meno attratte dagli investimenti soprattutto quelli rischiosi. Non stupisce, infine, che il modello della ripartizione dei compiti rimanga quello tradizionale. Come evidenziato dall’indagine del 2020, le donne sono responsabili in esclusiva delle attività domestiche nell’80% dei casi. Gli uomini, al contrario, si occupano in prevalenza delle riparazioni e delle attività fuori casa, inclusa quella di andare in banca. Ma ciò che lascia sbalorditi è che la larga maggioranza della popolazione (il 72% circa equamente distribuito tra uomini e donne) pensi che la ripartizione dei compiti segua predisposizioni naturali o non sia problematica.

Volendo sintetizzare un quadro molto complesso, per riuscire a cambiare la relazione tra donne e denaro bisogna partire dalla famiglia. Educare all’autonomia nella gestione di una piccola somma da adolescenti può sembrare poca cosa, ma ha invece conseguenze importanti nella vita adulta.

La famiglia va, quindi, aiutata a compiere uno sforzo educativo volto a rafforzare l’autoconsapevolezza femminile anche attraverso l’esempio delle madri, che dovrebbero imparare a delegare ad altri la cura della casa e non la cura dei soldi.

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