ALL'INTERNO DEL

Menabò n. 266/2026

1 Ottobre 2026

Il plus e la soglia. L’asse che l’etica dell’intelligenza artificiale non considera (seconda parte)

Giuseppe Zanini nella seconda parte del suo articolo sull’IA esamina la questione distributiva. Dopo aver ricordato che il plus nato dall’incontro con la macchina è fatto di due ingredienti entrambi umani, e aver illustrato i limiti delle letture correnti delle piattaforme, sostiene che con l’IA generativa il recinto non è più il dato ma la facoltà creatrice, e che la destinazione universale dei beni offre gli arnesi per governarne la rendita. La conclusione è che la variabile decisiva è la formazione.

Nella prima parte di questo articolo, pubblicata sullo scorso numero del Menabò, ho distinto due assi lungo i quali si può pensare il rapporto tra l’uomo e l’intelligenza artificiale. Il primo, quello della subordinazione, domanda chi comanda: su di esso si muove quasi tutta l’etica dell’IA, laica e magisteriale. Il secondo, quello della generatività, domanda che cosa nasce dall’incontro. La dimostrazione ottenuta da Giorgio Parisi con un modello linguistico mostrava un plus che non è potenziamento — non aggiunge una competenza a chi ne è privo, muta il modo stesso di lavorare — e che è umano da parte a parte, perché la macchina non è un termine dell’incontro ma la sua sede: i termini sono un giudizio vivente e il sapere sedimentato di una moltitudine. L’enciclica Magnifica Humanitas possiede già la categoria del plus, ma la spende soltanto sul piano uomo-uomo. Restava aperta la domanda con cui la prima parte si chiudeva: quel plus, una volta prodotto, a chi appartiene?

A chi appartiene il plus. Parisi è un caso-limite, e i casi-limite rendono visibile ciò che altrove accade in penombra. La dimostrazione di una relazione irrisolta da un decennio è un plus spettacolare, isolabile, firmato. Ma la gran parte del plus che oggi si produce è minuta, diffusa, anonima: la relazione redatta con la macchina, l’analisi impostata con la macchina, la riga di codice, la diagnosi differenziale, la perizia. Milioni di piccoli plus al giorno, ciascuno trascurabile, il cui aggregato non lo è affatto. E ciascuno passa per la stessa strozzatura: un’infrastruttura privata, concentrata in pochissime mani, che possiede i modelli e ne affitta l’uso.

Domandiamoci di che cosa sia fatto quel plus. Di due ingredienti, entrambi umani. Il primo è il giudizio che dirige: l’intelligenza fluida di chi imposta il problema, riconosce la strada, scarta il rumore — Parisi che instrada. Il secondo è la conoscenza cristallizzata di innumerevoli altri: i testi, gli articoli, i ragionamenti su cui il modello è stato addestrato, cioè il lavoro intellettuale sedimentato di una moltitudine di persone che non sapranno mai di avervi contribuito. La macchina non aggiunge un terzo ingrediente umano: aggiunge la ricombinazione, la capacità di tenere insieme e riproporre quel patrimonio a una scala che nessuna mente biologica regge. Il plus è dunque umano da parte a parte — giudizio vivente più sapere sedimentato — e tuttavia l’unico strumento che lo rende possibile è proprietà di pochi.

Qui conviene procedere con cautela, perché il terreno è battuto e nessuno dei sentieri già tracciati porta esattamente dove serve. Per leggere il potere delle piattaforme abbiamo almeno tre lenti: il capitalismo della sorveglianza (Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, 2019), che mette a fuoco l’estrazione del dato, cioè ciò che lasciamo dietro di noi; il tecno-feudalesimo (Varoufakis, Tecnofeudalesimo, 2024), con la rendita che spodesta il profitto e l’accesso concesso a canone; e la classica diagnosi dell’oligopolio — concentrazione, barriere di scala, potere di mercato. Ciascuna coglie qualcosa.

Alla prima sfugge però la prospettiva: il valore non sta più solo in ciò che lasciamo dietro, ma in ciò che facciamo davanti — non il prodotto di scarto, ma la facoltà con cui creiamo. Alla seconda si è obiettato, non senza ragioni, che chiamare «feudale» una rendita che vive di mercati, salari e concorrenza è più una metafora efficace che una diagnosi esatta: sotto il canone c’è ancora, riconoscibilmente, il capitalismo. E la terza, precisa sulla scala, resta muta sulla natura cognitiva di ciò che viene concentrato. Non propongo di sostituire una teoria a un’altra, ma una tessera più piccola: comunque si voglia chiamare il potere delle piattaforme, con l’IA generativa esso recinta qualcosa che prima non era in gioco. Non più (o non solo) i dati, ma la generatività stessa, l’atto del pensare-con. Il pedaggio — il canone d’accesso, la tariffa per uso — si sposta dal prodotto all’atto: il recinto non è più il dato, è la facoltà creatrice, data in concessione.

È qui che i documenti vaticani tornano utili — non più come teologia, ma come economia politica. L’enciclica che non estende il plus alla macchina sul piano antropologico, sul piano distributivo ha già affilato gli arnesi giusti. Al §67 annovera algoritmi, piattaforme e infrastrutture digitali tra i beni a «destinazione universale», che tradiscono il proprio fine quando restano «concentrati nelle mani di pochi»; ai §§71-72 rilegge la sussidiarietà nell’era digitale, dove il «livello superiore» che assorbe dati e capacità decisionale non è più lo Stato ma la piattaforma, un potere privato che si impone «dall’alto in modo opaco». Tradotto: il valore emergente della collaborazione uomo-macchina ha una parte comune per natura — perché comune è il sapere sedimentato da cui nasce — e recintarlo per intero è illegittimo.

Non si tratta, si badi, di negare che l’infrastruttura abbia un costo e meriti un ritorno. I modelli sono frutto di investimenti ingentissimi, e la stessa dottrina che subordina la proprietà alla destinazione universale dei beni ne riconosce la funzione legittima. Il punto non è l’esproprio, ma la proporzione e il governo: un plus comune nella sua materia prima — l’intelligenza cristallizzata di tutti — e privato nel suo strumento non può essere trattato come se fosse privato per intero. La domanda «a chi appartiene il plus» non chiede di abolire la macchina: chiede di governarne la rendita.

E si chiude così il cerchio con cui abbiamo cominciato. L’asse che il magistero non attraversa — la generatività, il plus — non è un raffinamento teorico. È esattamente il luogo in cui, mentre continuiamo a discutere di chi comanda, si sta formando il potere economico di domani. Riconoscere dove nasce il plus significa, per chi possiede l’infrastruttura, sapere dove piantare il casello: su quale atto, d’ora in poi, si riscuoterà il pedaggio.

La variabile trascurata. Torniamo ai due assi, ora che li abbiamo entrambi sotto gli occhi. La subordinazione chiede chi comanda, e la risposta — l’uomo — è ferma. La generatività chiede che cosa nasce, e la risposta non è ferma affatto: dipende. Perché l’asse della generatività, a differenza di quello della subordinazione, ha un segno. Può volgere in alto, verso Parisi che dall’incontro trae una dimostrazione, o in basso, verso chi dall’incontro trae soltanto l’atrofia del proprio giudizio. E ciò che decide il segno è una sola variabile: la solidità del nucleo umano che dirige. Quel nucleo, però, non è un dato di natura. Si costruisce. Ha un nome, e il nome è formazione.

È qui che il discorso, se vuole restare economico e non farsi devoto, deve fermarsi a guardare. Perché la formazione non è soltanto ciò che permette al singolo di generare il plus invece di esserne consumato: è la linea lungo cui passa la distribuzione del plus stesso. Chi arriva alla macchina con un giudizio formato la dirige, e del plus è produttore; chi vi arriva senza, la subisce, e del plus è al più un affittuario. Lo stesso strumento rende più capace chi sa già dirigerlo e più dipendente chi non lo sa: invece di colmare le distanze le allarga — a chi ha, sarà dato. Questa polarizzazione, che nasce sul piano della competenza, si rovescia senza residui in stratificazione economica: una minoranza formata che sta dal lato generativo, una maggioranza deformata che sta dal lato dipendente, e paga il pedaggio senza mai incassare la rendita. La formazione smette così di essere una questione pedagogica e diventa una questione di giustizia distributiva.

Ma bisogna intendersi su quale formazione, perché è tra le parole più abusate del momento. Non parlo del «corsetto» — il modulo di poche ore che rilascia un attestato e l’illusione di sapere —, e nemmeno dell’alfabetizzazione minima che l’art. 4 dell’AI Act impone a chiunque impieghi questi sistemi: conoscere che cos’è un modello, di quali rischi è portatore, come adoperarlo con avvertenza. Quella literacy è un pavimento normativo, sacrosanto e insufficiente: dà dimestichezza con lo strumento, non il giudizio che lo dirige; e ha poco a che spartire anche con l’up-skilling di moda negli ambienti manageriali. La formazione che decide il segno è un’altra cosa, e assai più costosa: la costruzione lenta di un sapere di dominio tanto solido da riconoscere quando la macchina ha ragione e quando sbaglia con eleganza — ciò che, in Parisi, erano quarant’anni di fisica. Non si eroga, si coltiva; non si certifica in un pomeriggio d’aula, si sedimenta in anni.

Ed è qui che la questione distributiva si fa più acuta, non più rassicurante. Proprio perché lenta, cara e difficile da acquisire, questa formazione è il bene meno democratizzabile che esista: quello che, lasciato a sé, va a chi possiede già il capitale culturale per accoglierlo e manca a chi parte indietro. L’alfabetizzazione dell’art. 4 la si può distribuire per decreto; il nucleo che dirige, no. Sicché la variabile che separa chi genererà il plus da chi ne pagherà soltanto il pedaggio è anche la più refrattaria a lasciarsi ripartire con giustizia. Chi invoca «la formazione» come rimedio a portata di mano — un modulo per tutti, e la coscienza a posto — scambia l’alfabeto per la lingua.

Questo aggiunge una domanda a quelle con cui di solito si intende «governare l’IA». Il dibattito si muove quasi tutto sull’asse della subordinazione: regole, trasparenza degli algoritmi, uomo nel circuito, vincoli alle piattaforme — e, sul versante distributivo, accesso, tassazione della rendita, ipotesi di proprietà pubblica o cooperativa dei modelli. Tutto necessario. Ma c’è una condizione che quasi nessuno di questi strumenti nomina, e senza la quale rischiano di lavorare sulla sabbia: che gli esseri umani arrivino alla macchina già capaci di dirigerla. La formazione non abolisce la rendita né spezza la concentrazione: non è la soluzione, e chi la spacciasse per tale ripeterebbe l’errore di ogni scorciatoia. È la variabile trascurata — quella senza la quale ogni redistribuzione del plus interviene su una popolazione che, nel frattempo, sta perdendo la capacità stessa di generarlo. Si può battersi perché il recinto della generatività sia comune; ma se dall’altra parte del casello non sa più generare nessuno, non resta molto da rendere comune. Resta la rendita, e sotto, il deserto.

Il magistero ha lasciato il plus sulla riva di partenza, un passo prima della soglia. L’economia, dall’altra riva, sta montando in silenzio il casello. E l’unica cosa che decide se una persona attraverserà quella soglia da creatrice o da vassalla è che qualcuno, prima, l’abbia messa in condizione di attraversarla. Prolungare l’opera — l’antico compito dell’uomo che pensa e costruisce — oggi passa per un gesto che sembra minore e non lo è: insegnare a stare davanti alla macchina senza esserne assorbiti. La vera frontiera dell’intelligenza artificiale, quella dove si decide se genererà comunione o rendita, non corre tra l’uomo e la macchina. Corre tra chi è stato formato e chi è stato lasciato solo.

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