Il principio di differenza e la razionalità dell’adesione all’UE

Riccardo Zolea propone alcune considerazioni sull’adesione di molti paesi all’Unione Europea basandosi sulle tesi di John Rawls ed in particolare sul suo principio di differenza. Zolea sostiene che la violazione di questo principio, da un lato, conduce a considerare l’adesione all’Unione Europea come irrazionale e, dall’altro, suscita inquietanti interrogativi sulla natura del processo d’integrazione europea e sul ruolo che in tale processo hanno avuto le classi dominanti e gli stati egemoni.
Il principio di differenza e la razionalità dell’adesione all’UE
Riccardo Zolea propone alcune considerazioni sull’adesione di molti paesi all’Unione Europea basandosi sulle tesi di John Rawls ed in particolare sul suo principio di differenza. Zolea sostiene che la violazione di questo principio, da un lato, conduce a considerare l’adesione all’Unione Europea come irrazionale e, dall’altro, suscita inquietanti interrogativi sulla natura del processo d’integrazione europea e sul ruolo che in tale processo hanno avuto le classi dominanti e gli stati egemoni.
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John Rawls è stato uno dei più importanti filosofi del ‘900 e le sue teorie sono state fondamentali nel campo dell’etica e della politica. In questo articolo si analizza la struttura dell’Unione Europea in base all’idea rawlsiana del principio di differenza.

Si noti che Rawls stesso non tratta quasi mai il tema dell’unificazione europea, eccezion fatta per un passo di una lettera del 23 marzo 1998 rivolta al filosofo ed economista belga Philippe Van Parijs. Questo breve passaggio sembra indicare piuttosto chiaramente il pensiero di Rawls in merito. Egli ritiene che i vari paesi europei, a differenza degli USA, non condividano una medesima cultura e tradizione e che ogni popolo sia alquanto legato alle proprie peculiarità. Inoltre, il mercato unico non può che assecondare i desideri delle grandi banche e del capitalismo di aumentare i profitti e non rappresenta una solida base per una unione di stati. Il risultato finale è una società irragionevolmente consumista e senza alcuna attenzione concreta alla distribuzione e alla redistribuzione del reddito nazionale: “The large open market including all of Europe is aim of the large banks and the capitalist business class whose main goal is simply larger profit. […] The long–term result of this — which we already have in the United States — is a civil society awash in a meaningless consumerism of some kind.”.

Nell’opera fondamentale A Theory of Justice (1971) Rawls riprende la teoria del contratto sociale, già cara a John Lock, Jean-Jacques Rousseau e Immanuel Kant: in estrema sintesi, per costituire la società, all’interno della quale si potranno avere benefici e oneri, comunanza di intenti e conflitti, Rawls immagina che individui liberi e razionali discutano di quali norme fornirla ed elaborino quindi un patto, un contratto. Ma su quali basi? Il primo passo è supporre un velo di ignoranza. Le parti non conoscono le proprie doti: senza sapere se ci si potrà avvantaggiare di questa o quella caratteristica, tutti i contraenti saranno portati a elaborare una società giusta, che non avvantaggi nessuno specificamente, ma tutti nell’insieme. Individui sotto il velo di ignoranza sceglierebbero i due principi di giustizia costituiti dalla priorità della libertà e del principio di differenza. Questo principio afferma che affinché una società sia equa debbano esserci delle diseguaglianze positive nei confronti dei più deboli e svantaggiati: posto il velo di ignoranza, non sapendo se sarò ricco o povero, fortunato o sfortunato, forte o debole, in salute o malato, intelligente o sciocco, mi converrà vivere in una società che massimizzi il benessere dei bisognosi.

L’analisi è rafforzata da due ragionamenti. Il primo è che, dovendo convivere nella società dotati e meno dotati, un’impostazione sociale di fondo benevola verso i più svantaggiati permette uno sviluppo pacifico; se invece i “migliori” (ἄριστοι) accumulano ricchezze e potere, sarà difficile ottenere la cooperazione degli altri o la loro accettazione pacifica dello stato di cose. Il secondo è che spesso la meritocrazia non ha basi fondate poiché è solo la sorte che dona quelle caratteristiche più utili per il successo (come nascere in una famiglia ricca o nascere particolarmente dotati in un qualche ambito). Grazie al principio di differenza “si possono giustificare normativamente gli interventi dello stato sociale del benessere” (S. Petruccianim Modelli di filosofia politica, 2003, pp. 111-112), impalcatura fondamentale nelle società moderne.

Si provi ora a valutare la struttura politica, economica e normativa dell’Unione Europea (UE) con la chiave interpretativa del principio di differenza di Rawls, facendo un parallelismo fra l’ipotesi di Rawls di individui che si costituiscono in società e la contrattazione tra stati che ha portato alla nascita dell’UE e più nello specifico all’Unione Monetaria Europea (UME). Questa idea è un tentativo di estensione dell’impostazione di Rawls in merito stati nazionali ai rapporti tra questi ultimi; in questa stessa direzione G. Piga (L’interregno-Una terza via per l’Italia e l’Europa, 2020, p. 164). Sembra si possa affermare abbastanza pacificamente che il funzionamento dell’UE segue principi molto diversi dal principio di differenza e che non ci sia un’applicazione reale e sostanziale di disuguaglianze positive verso gli stati più svantaggiati. Si pensi alla gestione della crisi greca (su cui lo stesso Moscovici nel 2018 ha ammesso alcuni errori) e in generale alle disparità sempre maggiori tra stati del nord e del sud Europa, nonché alla quasi assenza di trasferimenti fiscali tra paesi forti e deboli (fra i vari, si veda Y. Varoufakis, Il minotauro globale – America, Europa e il futuro dell’economia globale, 2011; S. Cesaratto, Chi non rispetta le regole? – Italia e Germania le doppie morali dell’euro, 2018; G. Celi, A. Ginzburg, D. Guarascio e A. Simonazzi, Una Unione divisiva – Una prospettiva centro-periferia della crisi europea, 2020). Inoltre, per fare un esempio attinente al dibattito odierno, si consideri che il volume di risorse impiegate in UE in interventi fiscali per arginare gli effetti economici della pandemia di Covid-19 è decisamente inferiore a quello statunitense e, come afferma anche Olivier Blanchard, sarebbero necessarie misure più sostanziose e incisive (come riporta il Financial Times).

Da questi ragionamenti si possono trarre due considerazioni che derivano dalla mancata applicazione del principio di differenza. La prima è che l’assetto dell’UE non è giusto, almeno nel senso di Rawls. Questa conclusione può sembrare ingenua, sebbene forse fondamentale da un punto di vista etico. Ma da questa ne scaturisce un’altra più interessante: seguendo i principi illustrati finora non sarebbe stata razionale l’adesione all’UE, poiché individui razionali e liberi avrebbero optato per un’unione basata sul principio di differenza (o quantomeno per una sua applicazione più consistente e concreta).

Eppure, non sembra troppo convincente l’idea che l’UE esista e continui ad esistere per una qualche irrazionalità continua e duratura dei paesi membri, o dei suoi governanti (sull’idea di una possibile irrazionalità delle regole europee si veda E. Brancaccio, Europa, guerra e pace – Dibattito con Romano Prodi, in Non sarà un pranzo di gala – Crisi, catastrofe, rivoluzione, 2020). Appare dunque necessario discutere quanto gli altri postulati di Rawls siano applicabili al contesto europeo.

Riprendendo il passo della lettera di Rawls su riportato, una possibile spiegazione di questa apparente irrazionalità è che le classi dominanti europee abbiano utilizzato il meccanismo di unificazione e integrazione europeo come uno strumento per indebolire il potere contrattuale dei lavoratori e aumentare così la quota dei profitti (si veda fra gli altri M. Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, 2016; A. Stirati, Lavoro e salari – Un punto di vista alternativo sulla crisi, 2020). Come afferma S. Cesaratto (Sei lezioni di economia – Conoscenze necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne), 2016, p. 246): “L’euro disvela così la propria vera natura […]. Esso è uno strumento disciplinante delle classi lavoratrici, in particolare nell’indisciplinato sud, Francia inclusa. Non è vero che l’euro sia un fallimento, esso è un successo.”. Dello stesso avviso Robert Mundell, “architetto dell’euro”, in un’intervista del 2012: “The euro would really do its work when crises hit, Mundell explained. Removing a government’s control over currency would prevent nasty little elected officials from using Keynesian monetary and fiscal juice to pull a nation out of recession.”. La prevalenza degli interessi di una parte della società a discapito dell’altra nelle scelte governative può spiegare razionalmente l’adesione a un’unione fondata su regole non giuste (in senso rawlsiano). Grosso modo, questa spiegazione è riconducibile alla rimozione dell’ipotesi del velo di ignoranza: in questo caso infatti una parte della popolazione europea avrebbe costruito una società volta ad avvantaggiarla, ben conoscendo quindi gli effetti futuri di questa costruzione.

Un’altra interpretazione, complementare alla precedente, emerge qualora si metta in discussione anche l’ultima ipotesi iniziale, cioè quella di individui (in questo caso paesi) liberi. La rimozione dell’ipotesi di libertà dei paesi conduce all’inquietante tesi dell’annessione di Vladimiro Giacché. Egli argomenta in Anschluss L’annessione – L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa (2013, nuova edizione 2019) che l’unificazione della Germania negli anni ’90 non è stata precisamente un’unione, quanto un’annessione della Repubblica Democratica Tedesca da parte della Repubblica Federale Tedesca; per l’autore, inoltre, il processo di unione e integrazione europeo avrebbe molti tratti in comune con quanto avvenuto in Germania. Se dunque si suppone che esistano delle gerarchie tra i vari stati europei (e che queste gerarchie siano sempre esistite durante il lungo processo d’integrazione europea), esercitando alcuni paesi un’egemonia sugli altri, bisogna considerare attentamente la reale natura di questa unione.

In proposito, secondo M.R. Kamminga, (“Rawls and the European Union”, Philica, 2014, p. 425): “The EU as it has come to exist has no place in this vision of Rawls’s, as it has not been the product of a fully democratic procedure in all its member states. In sum, the EU is by no means a liberal democratic society in Rawls’s sense. […] Accordingly, EU-wide principles of (roughly) egalitarian distributive justice make no sense.”. In altre parole, l’UE non avrebbe nulla in comune con quanto ipotizzato e teorizzato da Rawls riguardo a una società giusta.

Sembra essere così chiarita l’apparente irrazionalità dell’adesione all’UE, ma sorgono altri problemi alquanto allarmanti sui fini e sulla natura del processo di integrazione europeo. A questo riguardo, quanto ipotizzato da Rawls può costituire un benchmark molto utile e interessante per valutare l’UE ed ogni altra unione di stati.