Imposte sul patrimonio? La persistenza delle resistenze

In questo articolo, curato dalla Redazione del Menabò, viene tradotta e commentata una lettera scritta dal premio Nobel Milton Friedman nel 2001 a sostegno dell’abrogazione dell’imposta sulle successioni, sottoscritta negli anni da centinaia di economisti. La lettera contiene e in parte anticipa molte delle obiezioni mosse ancora oggi alle imposte sul patrimonio in generale. Nell’articolo si illustrano le perplessità che suscitano le argomentazioni di Friedman e si pongono alcune domande, partendo dall’assunto che nessuna imposta è perfetta.
Imposte sul patrimonio? La persistenza delle resistenze
In questo articolo, curato dalla Redazione del Menabò, viene tradotta e commentata una lettera scritta dal premio Nobel Milton Friedman nel 2001 a sostegno dell’abrogazione dell’imposta sulle successioni, sottoscritta negli anni da centinaia di economisti. La lettera contiene e in parte anticipa molte delle obiezioni mosse ancora oggi alle imposte sul patrimonio in generale. Nell’articolo si illustrano le perplessità che suscitano le argomentazioni di Friedman e si pongono alcune domande, partendo dall’assunto che nessuna imposta è perfetta.
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Nel 2001, la National Taxpayers Union Foundation chiese al premio Nobel Milton Friedman di redigere una dichiarazione a sostegno dell’abrogazione dell’imposta di successione. La dichiarazione fu pubblicata come inserto sulla stampa e poi online. Fino al 2017, aveva ricevuto ben 727 adesioni di altri economisti (fra cui quella dei due premi Nobel, Oliver Williamson e Edward Prescott).

Ci sembra utile ripubblicarla perché in maniera chiara e forte riassume le principali obiezioni che ancora oggi sono mosse all’imposta di successione e, in parte, alle più complessive imposte sul patrimonio che sostanzialmente sono quelle utilizzate in molti paesi per abrogare le imposte patrimoniali o, almeno, limitarle drasticamente. E anche perché consente di ricollegare queste obiezioni alla visione del mercato e della società dell’economista che più di tutti ha contribuito a deviare il corso delle politiche economiche dal solco keynesiano del dopo-guerra.

 

 Una lettera aperta degli economisti sull’imposta di successione

 

A tutti coloro che potrebbero essere interessati

 

Spendi i tuoi soldi scialacquando – nessuna imposta; lasci i tuoi soldi ai tuoi figli – l’esattore delle imposte è il primo a guadagnarci. Questo è il messaggio inviato dall’imposta di successione. È un brutto messaggio e l’imposta di successione è una cattiva imposta.

L’argomentazione principale contro tale imposta è di ordine morale. Tassa la virtù: vivere frugalmente e accumulare ricchezza. Scoraggia il risparmio e l’accumulazione di patrimonio e incoraggia le spese voluttuarie. Spreca il talento di persone capaci, sia quelle impegnate nel far rispettare l’imposta, sia il numero probabilmente ancora maggiore impegnato nell’elaborare stratagemmi per eludere l’imposta.

Il reddito che ha dato origine all’accumulazione dei patrimoni lasciati alla morte è poi già stato tassato al momento della sua realizzazione e considerazioni simili valgono per i redditi generati dai patrimoni, i quali sono stati tassati, nel tempo, anno dopo anno; l’imposta di successione rappresenta, dunque, un secondo o addirittura un terzo livello di imposizione sugli stessi beni.

L’imposta di successione genera poche entrate dirette. Una causa è il successo dei detentori di patrimonio nell’elaborare modi per sfuggire all’imposta. I costi di riscossione e conformità sono elevati, forse dello stesso ordine delle entrate fiscali dirette. L’incentivo a spendere, per non pagare alla morte riduce la ricchezza nazionale e quindi il flusso di reddito imponibile aggregato. Questi effetti indiretti rendono probabile che l’eliminazione dell’imposta aumenti piuttosto che diminuisca il gettito netto del governo federale.

L’imposta di successione è giustificata come mezzo per ridurre la concentrazione della ricchezza. Tuttavia, i veri ricchi e i loro pianificatori evitano l’imposta. Il basso gettito dell’imposta dimostra l’inefficacia dell’imposta come forza per rimodellare la distribuzione della ricchezza.

La difesa principale dell’imposta di successione è che incoraggia la carità. In tal caso, esistono modi migliori e meno costosi per incoraggiare la carità. L’eliminazione dell’imposta porterà a una maggiore crescita economica, che è la variabile più importante nel determinare il livello delle donazioni.

 

La morte non dovrebbe essere un evento tassabile. L’imposta di successione dovrebbe essere abrogata.

 

Milton Friedman

Premio Nobel per l’Economia

Hoover Institution

 

Ma è così? Innanzitutto, sgombriamo il campo da alcuni equivoci. Certamente, l’imposta di successione limita la libertà di trasferire ricchezza ai propri eredi. La limita, ma non la azzera: soglie di esenzione esistono in tutte le configurazioni di imposta di successione che conosciamo. Inoltre, la libertà di trasferire ai propri figli è un valore fra molti altri, in primis, l’uguaglianza di opportunità, la quale sarebbe messa a repentaglio in un mondo in cui alcuni potessero godere di immani mezzi solo per avere avuto fortuna nella lotteria sociale e altri essere invece penalizzati, di nuovo, per la mera sfortuna di nascere in famiglie povere.

Certo, Friedman non sembra molto interessato all’uguaglianza di opportunità quando scrive (assieme alla moglie Rose) “è ampiamente ritenuto che sia ingiusto che alcuni bambini debbano avere un grosso vantaggio rispetto agli altri solo perché a loro capita di avere genitori ricchi. E, naturalmente, è ingiusto. L’ingiustizia, tuttavia, può assumere diverse forme. Può prendere la forma dell’eredità di proprietà; può anche prendere la forma dell’eredità di un talento. Si può interferire più facilmente con l’eredità di proprietà di quanto si possa fare con l’eredità di talento. Ma, da un punto di vista etico, vi è forse una differenza fra le due?” (M. Friedman, R. Friedman, Free to Choose, Harcourt, 1980, p.36).

Anzitutto si può osservare che anche nei confronti del talento si può intervenire. Si può, ad esempio, cercare di farlo crescere con politiche dell’istruzione e con il più complessivo investimento nell’uguaglianza di opportunità. Non solo: se non si riesce a fare crescere il talento, sono disponibili politiche compensative.

È poi notevole l’argomento che se la ricchezza ‘fisica’ è tassabile e quella forma particolare di ricchezza che è il talento non lo è, allora per ragioni di equità non va tassato ciò che è tassabile. L’argomento è notevole perché sembra, di nuovo, dare un peso assai ridotto all’uguaglianza delle opportunità. Adottando questo punto di vista, potrebbe, infatti, essere comunque meglio tassare un privilegio piuttosto che lasciare in essere tutti i privilegi perché alcuni non sono tassabili. Ed è notevole anche per un altro motivo: un argomento simile ha portato in alcuni paesi (ad esempio in Germania, cfr. M. Drometer et al. Wealth and Inheritance Taxation: An Overview and Country Comparison, ifo DICE Report 2018,) a eliminare del tutto l’imposta sul patrimonio perché non era possibile tassare allo stesso modo la ricchezza immobile e quella mobile. L’aspetto più rilevante è, forse, che tale decisione discende da una sentenza della Corte Costituzionale. Il problema di equità, in un mondo imperfetto, andrebbe dunque formulato così: è più equo lasciare tutti i privilegi se non si possono togliere tutti i privilegi o limitare i privilegi che è possibile limitare? Saremmo quindi di fronte a un conflitto tra criteri di equità, contro la semplificazione etica di Friedman.

Perché, poi, pensare all’imposta di successione come un’imposta sulla morte? Al contrario, si tratta di un’imposta a carico di chi riceve, un’imposta sui vantaggi ricevuti, come argomentato da Tony Atkinson (Disuguaglianza. Che cosa si può fare? Cortina editore, 2015) e recentemente ripreso dal Forum Disuguaglianze Diversità. Il che mette in discussione anche l’eventuale presenza di imposizioni plurime.

Certo, anche il legatario potrebbe essere toccato dall’imposta che, come afferma Friedman, induce a risparmiare meno e a consumare di più. Il che potrebbe ridurre le prospettive di crescita, stando alle teorie per le quali il risparmio è decisivo per la crescita. Si tratta, tuttavia, di un’ipotesi che va verificata sul piano empirico. Rispetto al comportamento dei più ricchi vi è più di un dubbio che sia così: una volta assicurato un futuro decente ai figli, status, potere e puro piacere di avere sempre di più paiono giocare un ruolo importante nel motivare all’accumulazione. La morte poi non è programmabile. Il che complica la pianificazione dei comportamenti.

Inoltre, molte delle analisi che sottolineano le distorsioni indotte dal disincentivo a accumulare sembrano pensare a un mondo caratterizzato da scarsità di capitale e di opportunità di impieghi produttivi. Un mondo che appare assai lontano dalla realtà attuale di un capitalismo finanziario, caratterizzato da eccesso di risparmio e da difetti di consumo. Ma, anche se non ci trovassimo in queste ultime condizioni e vivessimo invece in un mondo in cui aumentare l’offerta di capitale potrebbe contribuire all’efficienza, alle possibili distorsioni sopra accennate si potrebbero associare effetti opposti di incentivazione all’uso efficiente dei patrimoni esistenti al fine di generare reddito grazie al quale pagare l’imposta. Gli effetti complessivi, dunque, anche in questo caso, non sarebbero necessariamente di inefficienza.

In ogni caso, le imposte sul lavoro non sono forse esposte a rischi di distorsioni? La sfida è quella di disegnare una composizione delle imposte in grado di minimizzare tali distorsioni.

Contro l’imposta di successione e le più complessive imposte patrimoniali restano, però, ancora altre obiezioni con implicazione, anch’esse, in termini di efficienza e di equità. Anche qui abbiamo tuttavia risposte. Rispetto al rischio di imposizioni plurime, vecchia argomentazione di Scienza delle Finanza, si può rispondere rilevando come il patrimonio aumenti la capacità contributiva dei singoli conferendo vantaggi (in termini, ad esempio, di sicurezza/riserva di potere d’acquisto) aggiuntivi e diversi da quelli connessi al reddito. Inoltre, le imposte sul reddito in generale non tassano tutti i rendimenti monetari derivanti dal patrimonio e, dunque, le imposte sulle successioni e/o sui patrimoni potrebbero correggere questo difetto che è rilevante sia dal punto di vista dell’equità orizzontale sia da quello dell’efficienza allocativa. Rispetto ai rischi di evasione, soprattutto per quanto concerne la componente mobile, questi certamente esistono. Ma, come efficacemente sintetizza Visco “il problema, è bene sottolinearlo, non è tecnico, bensì politico, di consenso a breve termine” (“Promemoria per una riforma fiscale”, Politica Economica 2019, Aprile). Le procedure informatiche per conoscere i trasferimenti di patrimonio sono perfettamente disponibili.

Recentemente Bradford Delong ha scritto un breve articolo che prende spunto dalle critiche che molti economisti hanno mosso alla proposta introdurre un’imposta sul patrimonio formulata da Saez e Zucman e fatta propria da Elizabeth Warren nel suo programma di candidata alle presidenziali americane. Quelle critiche riecheggiano alcuni dei temi di cui ci siamo occupati in questa nota e avanzano altre perplessità che potrebbero in realtà sorgere per qualsiasi tipo di tassazione. Delong con finta ingenuità si chiede perché l’imposta debba suscitare tante perplessità, anche in termini di efficienza. E se lo chiede richiamando i principi elementari della tassazione ideale secondo i manuali di scienza delle finanze: riferirsi a un’ampia base imponibile e ad attività con domanda poco elastica per minimizzare gli effetti distorsivi, colpire soprattutto coloro per i quali il costo marginale del pagamento delle imposte è minimo, cioè i ricchi.

Delong si chiede cosa risponda meglio della ricchezza a questi requisiti e conclude che a lui sembra che ‘dovrebbe essere una questione tecnica risolta quella per la quale l’imposta sul patrimonio è il modo ideale di tassare i ricchi’. Perché non è così? “Sono sinceramente perplesso e mi piacerebbe ricevere una risposta a questa domanda” scrive Delong.

E anche a noi piacerebbe leggere risposte di questo tenore. Vorremmo capire cosa c’è di meglio di ben disegnate imposte sul patrimonio, siano esse ordinarie e/o sulle eredità, anche per ridurre le disuguaglianze, soprattutto quelle meno giustificabili. Diciamo ‘cosa c’è di meglio’ perché il punto è anche questo: queste imposte non sono perfette, non portano all’irraggiungibile Nirvana ma forse ci avvicinano ad esso più di altre alternative (tra cui il non far nulla) e tanto più è così se il nostro Nirvana prevede una disuguaglianza minima e, soprattutto, ‘equa”.