ALL'INTERNO DEL

Menabò n.173/2022

30 Maggio 2022

In ricordo di Franco Romani
Elena Granaglia a venti anni dalla sua scomparsa ricorda il prof. Franco Romani, uno dei migliori esempi di pensatore liberale che concepiva i mercati come istituzioni sociali e che era pienamente rispettoso del pluralismo delle idee.
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Circa 15 anni fa, appena entrata in un negozio del commercio equo e solidale, vengo avvicinata da un commesso con una lunga coda di cavallo che per un po’ mi fissa e poi mi dice: “ma lei non era l’assistente del Prof. Romani?” Raddrizzo la schiena e immediatamente mi viene da dire con orgoglio: certo…

Il ragazzo continua: come vede l’università non era per me, ma di quegli anni c’è solo un’idea che mi porto dietro e me l’ha data il Prof. Romani. Gliela dico così, anche se in modo un po’ confuso: sono su una spiaggia solo e mi godo il tramonto, poi arrivano altri e il mio godimento diminuisce…

Gli rispondo che è parte del concetto di bene posizionale sviluppato da Hirsch, in Social Limits to Growth, che definisce il bene posizionale come un bene il cui valore è tanto più alto quanto più basso è il numero di coloro che ne godono (anche per ragioni di status sociale e di congestione).

Anche a me, Franco Romani ha donato un concetto – ma forse dovrei dire una visione – che mi porto dietro da quando l’ho conosciuto. Riguarda il tenere a mente le tante e inattese potenzialità dei mercati come istituzioni sociali, nel senso di istituzioni che permettono la cooperazione, e come veicolo di libertà, comprese le libertà di perseguire benessere, potenzialità peraltro presenti e pertanto ancor più apprezzabili anche in contesti dove non vi sia concorrenza perfetta. Se dovessero richiedere la concorrenza perfetta, allora i mercati reali avrebbero ben poco da offrire, essendo la concorrenza perfetta un’araba fenice.

Provengo da (e ancora condivido) una tradizione di sinistra ben diversa dal liberalismo del Prof. Romani, eppure con quella visione continuo a confrontarmi. Ed è bello perché questo significa anche mantenere un confronto con lui.

Quando entrai all’Istituto di Economia e Finanza, fui immediatamente esposta ai moralisti scozzesi tanto cari al prof. Romani, Smith, Hume e Ferguson. Mi si aprì un mondo: nessuna traccia dei mercati popolati da io vuoti, disinteressati gli uni agli altri e mossi unicamente dalla massimizzazione dell’utilità personale, che caratterizzano la prospettiva neoclassica. Al contrario, mercati popolati da soggetti sociali interessati alla qualità delle relazioni con gli altri, luoghi di smantellamento delle gerarchie sociali e di promozione dell’autonomia, strumento di ordine sociale basato sul coordinamento pacifico e decentralizzato. E i moralisti scozzesi lì a registrare con stupore questa istituzione, dopo secoli in cui l’ordine era assicurato solo dal sovrano e/o dalle guerre!

Fui esposta anche alla lezione di Hayek, di cui ancor oggi mi rimangono, potenti, le riflessioni sul ruolo della conoscenza, che “non esiste mai in forma concentrata o integrata, ma solo come frammenti dispersi di conoscenza incompleta e spesso contraddittoria che tutti gli individui separati possiedono. Il problema economico della società non è quindi semplicemente un problema di allocazione di risorse “date” – “. È piuttosto un problema di come assicurare il miglior uso delle risorse conosciute da qualsiasi membro della società, per fini la cui importanza relativa è nota solo a questi individui. O, per dirla in breve, è un problema di utilizzo della conoscenza che non è data a nessuno nella sua totalità”. E il mercato permette questo uso della conoscenza grazie al meccanismo dei prezzi, il meccanismo che, citando di nuovo Hayek, permette “di comunicare informazioni con l velocità di vento anche nelle regioni più remote”. Di nuovo, una visione del mercato come spazio cooperativo, in cui ciascuno di noi aggiunge pezzetti di conoscenza.

Ora, so benissimo che il mercato decantato dai moralisti scozzesi e da von Hayek si fonda anche sulle enclosures i cui effetti devastanti sono stati messi in luce da Polanyi e che i prezzi dipendono anche dai rapporti di forza, oltre che dalla distribuzione del reddito e non sono l’unica misura del valore. Ancora: un conto è il semplice mercato –il mito dei moralisti scozzesi è l’artigiano o, al massimo, il lavoratore di una piccola impresa – e un altro conto è il capitalismo, specialmente il capitalismo finanziario e globalizzato delle catene del valore odierne. I dati, poi, stanno sempre più sostituendo i prezzi come fonte di informazione. Accanto a tutti i limiti dei mercati, mi pare però utile ricordare che i mercati possono favorire l’esercizio di una libertà che non trascura il valore della cooperazione sociale. E questo mi pare un risultato rilevante sotto il profilo etico.

E, comunque, il prof. Romani, era consapevole dei possibili costi e limiti del mercato. A differenza di tanti economisti sedicenti liberali, di fatto schiavi di una retorica dogmatica e arida a favore dei mercati, Romani ha rappresentato, nella vita quotidiana, privata (per quello che posso conoscere) e accademica, il meglio del liberalismo: l’apertura e la curiosità nei confronti della pluralità delle idee e il dovere e la bellezza di un confronto il più serio e argomentato possibile. Essere liberali non vuol dire accettare qualsiasi posizione: tutt’altro. Il Prof. Romani era esigente nella richiesta di argomentazioni. Vuol dire però essere consapevoli e rispettosi della ricchezza del pensiero umano.

Ricordo, al riguardo, che i libri di testo per gli studenti erano Legge Legislazione Libertà di Hayek, e Lezioni di Politica Economica di Caffè, un’accoppiata non banale. Come possiamo desumere anche dal saggio di Franzini, in questo numero del Menabò, le differenze fra Romani e Caffè nelle posizioni di politica economica sono evidenti. Eppure, Romani adottava il libro di Caffè! A margine, la stima era ricambiata da Caffè e sostenuta da quei bei lunghi dialoghi che Romani amava tanto nonché, potremmo forse aggiungere, dal comune amore per la musica e dalla comune passione per il loro mestiere di professori universitari.

Tornando ai costi dei mercati, e questa è un’altra importante lezione del Prof. Romani, tali costi possono essere minimizzati se si cerca di andare oltre i precetti scontati. Come dice Sen, vivere in un’economia di mercato è come parlare in prosa. È difficile farne a meno, ma tutto dipende dalla prosa che utilizziamo.

Ricordo, al riguardo, la posizione del prof. Romani sull’annosa questione della deregolamentazione del mercato delle licenze dei tassisti. Egli si rendeva perfettamente conto dei costi che ne sarebbero scaturiti per i tassisti già in attività e non si arrendeva al principio di compensazione potenziale, tipicamente usato in economia, secondo cui un cambiamento può essere giustificato qualora i benefici siano talmente grandi da potere compensare i perdenti (senza doverlo necessariamente fare) e avere ancora un beneficio netto. Si preoccupava dei costi e, in modo creativo, proponeva di dotare ciascun tassista di due licenze. Almeno avrebbero potuto venderne una. Sarei curiosa di sapere cosa direbbe oggi della liberalizzazione delle licenze degli stabilimenti balneari.

Il prof. Romani era consapevole anche di alcuni limiti insormontabili dei mercati. Vorrei al riguardo chiudere questo mio ricordo richiamando il suo bell’intervento al primo convegno di Politeia, un’associazione costituita negli anni ‘80 per impulso di Claudio Martelli, su un’etica pubblica per la società aperta. In quell’intervento si occupò di ambiente. Il suo favore, per contrastare l’inquinamento, andava, com’era prevedibile, al principio di mercato secondo cui chi inquina paga e, in particolare, a soluzioni alla Coase basate sull’attribuzione di un diritto di proprietà.

Militano a favore del sistema dei prezzi le considerazioni sopra svolte in materia di libertà. A differenza delle regolamentazioni che impongono divieti in modo omogeneo senza tenere conto delle differenze nelle preferenze, i prezzi permettono di aggiustare le quantità sulla base, appunto, di tali differenze. Sono, dunque, più coerenti con la libertà. Certo, il meccanismo del prezzo fa leva sulla disponibilità a pagare la quale dipende dalla distribuzione delle risorse. Ma, se questo fosse il problema, avremmo un antidoto: occuparci di tale distribuzione.

Al contempo, milita a favore dell’utilizzazione dei prezzi nella prospettiva coasiana la lezione hayekiana. Le contrattazioni di mercato hanno il merito di fare scaturire, in modo decentralizzato, l’informazione sui valori che i singoli attribuiscono alla riduzione dell’inquinamento.

Anche le imposte pigouviane sono, infatti, prezzi, come tali, superiori alle regolamentazioni in termini di libertà, ma sono prezzi determinati in modo centralizzato. Chi ha al centro, l’informazione per stabilire il valore della riduzione dell’inquinamento? Si noti che in presenza di informazione perfetta i tre strumenti (regolamentazione, imposte e diritti di proprietà) avrebbero gli stessi effetti.

Certo, la presenza di costi di transazione riduce l’applicabilità della proposta coasiana, inficiando l’efficienza della contrattazione. Ma, anche a questo riguardo, con creatività, si possono trovare soluzioni senza dovere rinunciare ai mercati. Una via è attribuire il diritto a chi lo valuta di più. Un’altra è riconoscere la possibilità dello scaricamento dei costi su terzi e limitarla con l’introduzione di regole di responsabilità. Di qui, fra l’altro, l’interesse del Prof. Romani per la prospettiva di law and economics (diritto e economia), con una maggiore vicinanza alla scuola di Yale e non a quella di Chicago (non per Richard Posner ma per Guido Calabresi, che era l’autore di un altro nostro testo).

Nessun problema, allora, con l’introduzione nei prezzi a tutela dell’ambiente? No, il prof. Romani terminava il suo intervento sottolineando in modo incisivo come la difesa dei prezzi poggi inevitabilmente su un assunto di piena contrattabilità dei diversi valori. Se il valore dell’ambiente, (o, quanto meno, un dato livello di protezione ambientale) fosse ritenuto non contrattabile – come avviene per i diritti fondamentali, che segnalano uno status di non contrattabilità – allora il ricorso al mercato sarebbe inaccettabile; nei termini di Sandel, ne corromperebbe il valore. Certamente, anche in tal caso sono possibili integrazioni, come insegnano gli schemi di Emission Trading System, ma resta comunque il fatto che paletti andrebbero posti alla contrattabilità.

Anche questo mi sembra un punto importante, in particolare per un economista. Ricordo che l’economia del benessere limita sostanzialmente la riflessione etica alla questione della distribuzione delle risorse. Basti pensare al secondo teorema fondamentale. Il prof. Romani, liberale, riconosceva i possibili limiti dei prezzi anche in presenza di una distribuzione considerata adeguata delle risorse.

Come comportarci in presenza di questo contrasto? Parliamone, avrebbe detto, offrendo ragioni per le nostre posizioni. Questa è l’essenza del rispetto dell’altro e della vita democratica. Non a caso egli era attratto anche da Rawls, che sul processo equitativo di giustificazione imparziale delle diverse posizioni degli uni agli altri, fonda la sua idea di giustizia sociale.

Peccato che abbiamo smesso troppo presto di parlarne.

*Questo testo è basato sulla relazione tenuta il 27 maggio alla Facoltà di Giurisprudenza della Sapienza nel convegno di commemorazione di Franco Romani a 20 anni dalla sua scomparsa.

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