La “frazione Ingraiana di Roccaraso”

Negli anni ’60 a Botteghe Oscure, Luciano Barca dirigeva la commissione di massa che si occupava essenzialmente di sindacato e la sua stanza era a pochi metri da quella di Luciana Castellina, allora responsabile delle donne operaie nella sezione femminile del partito. Erano, quelli, gli anni del miracolo economico. Luciana Castellina ricorda, con qualche amarezza, il dibattito che si aprì all’interno del PCI sulle tendenze del neocapitalismo e sul ruolo delle lotte operaie che si trasformò in scontro aperto nel congresso del ’66, quando Ingrao rese pubblico il dissenso sulla linea del partito di molti suoi autorevoli membri. Tra di essi vi era Luciano Barca che fu relatore nella conferenza operaia del 1965 a Genova, decisiva per l’evoluzione di quel confronto.
La “frazione Ingraiana di Roccaraso”
Negli anni ’60 a Botteghe Oscure, Luciano Barca dirigeva la commissione di massa che si occupava essenzialmente di sindacato e la sua stanza era a pochi metri da quella di Luciana Castellina, allora responsabile delle donne operaie nella sezione femminile del partito. Erano, quelli, gli anni del miracolo economico. Luciana Castellina ricorda, con qualche amarezza, il dibattito che si aprì all’interno del PCI sulle tendenze del neocapitalismo e sul ruolo delle lotte operaie che si trasformò in scontro aperto nel congresso del ’66, quando Ingrao rese pubblico il dissenso sulla linea del partito di molti suoi autorevoli membri. Tra di essi vi era Luciano Barca che fu relatore nella conferenza operaia del 1965 a Genova, decisiva per l’evoluzione di quel confronto.
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Luciano Barca io l’ho inizialmente conosciuto solo come il fidanzato di Gloria Campos Venuti e dunque futuro cognato di suo fratello Bubi. Per noi un marziano. Si sapeva che era anche lui comunista, ma la sua provenienza era anomala: la Marina Militare, dove, oltretutto, si diceva avesse svolto un ruolo essenziale nella caccia ai sommergibili, prima angloamericani, poi, dopo l’8 settembre, tedeschi. Dove diavolo lo avesse scovato Gloria mi restò a lungo oscuro, sebbene io con lei e suo fratello abbia praticamente convissuto, a cominciare dal ’46-’47, per parecchi anni. Gloria, perché figura essenziale della Sezione Universitaria del PCI di cui sono stata segretaria fino a quasi metà anni ’50, Giuseppe, allora conosciuto solo come Bubi, già da prima che il comunismo entrasse nel nostro orizzonte, perché studente di architettura: sul muretto che recinge quella facoltà su via Gramsci ci si incontrava infatti fin dall’adolescenza per le prime chiacchiere collettive: noi abitanti nei dintorni, loro perché allievi. Finimmo, prima o dopo, tutti nel PCI, come spesso accadde alla nostra generazione. E così l’amicizia iniziata perché ci conoscemmo ai primi balli al suono delle canzoni americane che stavamo scoprendo, si sviluppò e radicò nelle sezioni di partito e nelle manifestazioni.

Poi Gloria e Luciano si sposarono e andarono a vivere a Torino dove lui era diventato direttore dell’edizione locale dell’Unità. Della nascita di quello che avrebbe potuto essere Fabrizio – e invece drammaticamente non lo fu perché il primogenito dei miei amici morì appena venuto al mondo – ho tutt’ora una memoria molto viva. Le mie reazioni alla tristissima notizia, appresa grazie a un messaggio di Bubi, sono scritte in un diario che allora tenevo. Era il 1953, io ero al Congresso nazionale della FGCI che si teneva in quei giorni a Ferrara, e proprio durante i nostri lavori morì nientemeno che Stalin. Il Congresso si interruppe in segno di lutto e la notte tutti noi ci radunammo alla stazione per salutare Togliatti, accompagnato da Nilde, che di lì passava col treno Roma- Vienna-Mosca per recarsi ai funerali. Gli aerei si usavano ancora solo per la guerra. Ci salutarono dal finestrino; noi, accalcati lungo il binario, eravamo realmente e sinceramente sconvolti; la morte di quello che consideravamo la personalizzazione del comunismo non l’avevamo messa in conto e io scrivo con angoscia: dio mio cosa accadrà ora? La notizia della morte prematurissima del primogenito di Gloria e Luciano, nel contesto di quel lutto politico collettivo, la ricordo anche per questo come un evento di spaesante drammaticità.

Mi sono soffermata su questi ricordi personalissimi non solo per raccontare il contesto dell’epoca in cui ho conosciuto Luciano Barca, ma perché parlando di lui non riesco a scindere il rapporto privato da quello politico, che è stato peraltro, anche questo, assai intenso per molti anni.

Pur essendo vecchissima sono più giovane di lui di 8 anni. E però il tempo politico che lui descrive nei tre volumi delle sue “Cronache”, in particolare il secondo, quello che racconta gli anni ‘60, è il mio stesso tempo. Lo stesso 3° piano di Botteghe Oscure, dove si trovavano gli uffici della Commissione di massa e di quella femminile dove ero approdata dopo una lunghissima permanenza nella FGCI e una brevissima a Paese Sera. E, in quel contesto, incaricata delle donne operaie (un pezzo di società che era diventato vistoso come mai nel nostro paese) e perciò in collegamento stretto con la commissione di massa diretta da Luciano Barca.

E’ grazie a questo che, sia pure in un ruolo marginalissimo, sono stata però coinvolta nel dibattito – o meglio scontro – fra destra e sinistra del PCI che comincia a delinearsi proprio in quel periodo. Anni di nascita, potremmo dire, di quello che fu chiamato “ingraismo”. Mai una corrente, come anche Barca precisa, e così tutti noi che ne abbiamo fatto parte, che non avremmo mai neppure ipotizzato una simile pratica, convinti come eravamo, tutti, del primato dell’unità del partito fra tutti i nostri valori.

Luciano nel suo diario ironizza sulla questione e ricorda il nostro stupore quando chi invece corrente voleva fossimo chiamati ci attribuì persino un nome: “la frazione Ingraiana di Roccaraso”.

La definizione si fondava sul fatto che noi, meno importanti di Barca e di altri come Trentin che alla corrente veniva annoverato, eravamo già un po’ sospetti perché ognuno a suo modo un po’ disubbidiente: io, per aver diretto a lungo il settimanale della FGCI Nuova Generazione dove un po’ di fronda giovanile si era insediata, a proposito del giudizio sui teddy boys, ma un po’ anche sulla più seria questione di una coesistenza pacifica intesa come immobilismo che imprigionava i movimenti indipendentisti del terzo mondo. Per questo ci mandavano poco in giro a parlare alle manifestazioni del weekend. E così, avendo tempo libero, avevamo affittato collettivamente una casa a Roccaraso dove andavamo a sciare il sabato e la domenica. Fra i soci di questa cooperativa c’era però anche la moglie divorziata di Bruno Trentin, venne un paio di volte in visita Luigi Pintor con indosso una vecchissima giacca a vento del suo famoso zio generale, e persino, con Fabrizio e Gloria, una volta – credo proprio una sola volta – anche Luciano.

E così, mentre i nomi Chiarante, Magri, Castellina, Maone e qualche altro non spaventavano, gli altri due – Trentin e Barca – accesero il sospetto. In realtà l’ingraismo era nato come condivisione e assonanza di letture e dunque di idee, sin dal 1962, in occasione del Seminario promosso dall’Istituto Gramsci su “Tendenze del neocapitalismo”. Il confronto verteva innanzitutto sull’analisi della fase, se la società italiana fosse tutt’ora segnata dall’arretratezza o se questa non fosse ormai strettamente intrecciata con le nuove contraddizioni del capitalismo maturo che dunque immettevano anche il nostro paese in un processo di trasformazione profonda e generale del sistema capitalista che imponeva alla sinistra di concentrarsi su tendenze di lungo periodo e sui nuovi problemi che si sarebbero manifestati. E dunque anche sul peso e il significato delle lotte che cominciavano a svilupparsi nelle fabbriche, non più solo in nome di una redistribuzione più equa della maggior produzione registrata dal boom economico ma già contestazione di quello stesso modello di produzione.

Lo scontro fra le posizioni emerse in quel seminario in cui si può dire che nasce quell’orientamento comune che poi verrà definita area ingraiana allora viene tuttavia minimizzato. Amendola sceglie infatti di prendersela solo con l’intervento del più comodo oppositore, Lucio Magri, funzionario di Botteghe Oscure appena trentenne. Scelto non a caso, come nota nelle sue memorie Luciano Barca, come “testa di turco” dice, in quanto il meno autorevole dei suoi oppositori.

Qualche anno dopo è Barca stesso, invece, ad essere investito dalla critica di Amendola in prima persona per via della stessa tematica che lo aveva visto concorde con gli altri c.d. ingraiani.

Siamo alla vigilia di un appuntamento importante, la III Conferenza operaia del PCI, che dovrà tenersi a Genova nel marzo del 1965 e incaricato della relazione introduttiva, in quanto responsabile della Commissione di massa, è proprio lui. Sebbene la polemica fosse già venuta allo scoperto ad un seminario tenuto nella riservata sede della scuola di partito di Frattocchie che la precedette, quella che si sviluppò alla viglia di Genova fu molto più esplosiva proprio perché ad esser incaricato della relazione era questa volta nientemeno che il responsabile di quel settore di lavoro politico e dunque un membro se non del vertice del PCI, un suo già autorevole esponente.

Ricordo tutto molto bene perché intervenni anche io a quella Conferenza e fui anche io fra i pochissimi partecipanti al seminario delle Frattocchie, quello che aveva portato Luciano sul banco degli “imputati”. E, con lui, se non affrontato in prima persona, Pietro Ingrao e i tanti di noi più giovani e marginali da allora ufficialmente annoverati nell’area ingraiana.

L’Italia, in quegli anni, aveva registrato una crescita eccezionale – 6 % – pari a quella della Germania, più veloce della Francia, enormemente più dell’Inghilterra. Come era potuto accadere vista la sua storica arretratezza? Lo stupore internazionale portò a coniare l’espressione “il miracolo italiano”, e cioè un sorprendente balzo, non solo economico ma sociale e culturale, non il risultato di un lento processo come era accaduto altrove in Europa. Era evidente che la trasformazione che si era prodotta esigeva una discussione per definire una nuova, più adeguata strategia. E discussione infatti ci fu, così accesa (il PCI non era una caserma!) da approdare ad un vero scontro politico nel corso di tutto il decennio ’60.

Il dibattito trovò uno stimolo anche in voci esterne al PCI. Fra quelle provenienti dall’Italia in particolare di “Quaderni Rossi”, ma anche della “Rivista trimestrale”, diretta da Franco Rodano (dal cui gruppo, cattolici comunisti, Luciano fra l’altro proveniva). Ma anche dalla variegata sinistra internazionale i cui scritti contribuirono non poco negli anni ’60 alla sprovincializzazione della nostra cultura: Sweezy, Baran, Galbraith, Wrigth Mills, Marcuse, Thompson, Mallet, Touraine, Sartre, Gorz. A cui si aggiunsero quelle del Terzo Mondo che, appena uscito dal colonialismo, era finito nelle mani del neocolonialismo: Fanon, Samir Amin, Gunder Frank…

Un dibattito esteso ma che trovava un punto focale e poneva un interrogativo immediato: il peso e il significato da attribuire alle nuove lotte operaie animate da una nuova generazione che aveva dopo molti anni riportato i cortei dei lavoratori per le strade della città. Gli elettromeccanici lombardi “con il fischietto”, spesso entrati in fabbrica con la raccomandazione del parroco, divennero il simbolo di una spavalderia da tempo dimenticata. È dagli interrogativi proposti da questi nuovi fenomeni che Luciano Barca, intende parlare alla Conferenza. Per la qualità delle loro rivendicazioni, che cominciavano a riguardare non solo il salario ma l’organizzazione del lavoro per cui puntano ad ottenere in fabbrica un potere diretto di intervento, queste lotte pongono oggettivamente sul tappeto il problema di un diverso modello di sviluppo, tematica fino ad allora affidata alla sola azione parlamentare. Si tratta in realtà di richieste che si generalizzeranno a partire dal’68 per poi caratterizzare l’intero decennio successivo. Amendola considera invece quelle nuove agitazioni operaie come tante altre azioni rivendicative spinte dall’arretratezza e dall’anomalia italiana del basso livello dei salari, che, sommandosi fra loro, avrebbero potuto produrre un mutamento dei rapporti di forza a livello istituzionale, da usare nel confronto parlamentare. “Mille rivoli” rivendicativi, insomma, come noi battezzammo ironicamente la sua ipotesi. È preoccupato che una politica troppo caratterizzata dal conflitto di classe avrebbe messo in difficoltà la politica delle alleanze. Di qui la richiesta di far precedere la Conferenza operaia da un chiarimento politico al vertice del partito. Teme – a ragione – che il relatore designato della conferenza, Luciano Barca, assuma a Genova la linea che sta criticando e spera di disciplinarlo grazie ad un intervento del segretario del Partito.

Longo -un compagno di cui conservo una grande stima – non rinuncia affatto, però, a farsi della questione una propria idea. Come era sua abitudine, chiede a vari funzionari di fornirgli le loro riflessioni, e fra questi anche a Lucio Magri, che lavora peraltro con “l’imputato” nella commissione di massa. E Longo – come gli dice – trova nel suo appunto argomenti convincenti che inserisce infatti nel suo rapporto oltre a confermare a Barca l’incarico di tenere la relazione alla Conferenza di Genova.

Con grande soddisfazione della così detta area ingraiana Barca tiene ferma la sostanza della linea espressa nel seminario di Frattocchie. E. come era da attendersi, Amendola, nelle sue conclusioni, pur senza alcun riferimento esplicito, la critica. E però nella successiva direzione del partito venne a sua volta criticato da parecchi, fra cui Ingrao e Reichlin. La divergenza, evidente ma mai ancora resa esplicita, comincia così a diventare pubblica. Fino all’esplosione nel successivo XI congresso, quando Ingrao rivendica apertamente il diritto al dissenso in seno al partito. Cui seguì, come è noto, una prima emarginazione “dolce “dei cosiddetti ingraiani: l’allontanamento da Botteghe Oscure.

Anche Luciano, come si sa, viene mandato a occuparsi di questioni parlamentari e a dirigere la rivista Politica ed Economia.

E’ solo dopo il XII congresso, a Bologna nel febbraio del 1969, che si incrina il rapporto fra gli ingraiani, quando noi del Manifesto decidemmo di pubblicare una autonoma rivista, oltrepassando i limiti di quanto allora nel PCI veniva considerato lecito.

Per molti anni si interruppe così il rapporto di lavoro e di frequentazione con gli altri compagni che non avevano voluto condividere la nostra forzatura. E così ci perdemmo di vista anche con Luciano, con il quale avevamo condiviso molte battaglie, proprio perché ci eravamo trovati consonanti sui temi che sono poi stati la sostanza della nostra rottura generalmente individuata solo nei fatti di Praga, certo importantissimi, ma non decisivi.

Mi rattrista non aver più discusso con Luciano di quella battaglia lontana. Purtroppo la storia ci aveva nel frattempo dato qualche ragione: dopo la sconfitta operaia dell’80 e la controffensiva della destra in tutto il mondo, quelle che erano tendenze di lungo periodo del capitale sono come è noto emerse drammaticamente: il passaggio al postfordismo, la disarticolazione del processo produttivo, la frantumazione del lavoro. E con ciò l’enorme difficoltà per la sinistra di rappresentarlo, che era stata la base della sua legittimazione politica.

Rileggendo le Memorie di Luciano mi ha fatto gran piacere che abbia riportato una mia frase, pronunciata al XVI congresso del PCI, dove con una larghissima parte del Manifesto-Pdup eravamo rientrati nell’85. Mi è piaciuto – scrive – il modo semplice con cui Luciana ha detto: “sono rientrata per convinzione e non per rassegnazione.”

Qualche tempo dopo quel mio rientro avrei purtroppo usato la parola “delusione”: il Pci che avevo ritrovato dopo 15 anni di assenza era ormai ben diverso, e assai peggiore, di quello che avevo lasciato.

Le ultime frasi con le quali Luciano parla dello scioglimento del PCI alla fine dell’89 mi confermano quanto questa amarezza sia stata comune (e insieme però, quanto comune sia stata la grande nostalgia per il “nostro” Pci).