La metà del cielo, un terzo del reddito. Disuguaglianze di genere nel World Inequality Report 2022

Annalisa Cicerchia esamina i dati sulle disuguaglianze di reddito tra uomini e donne contenuti nel World Inequality Report appena pubblicato da cui risulta che tali disuguaglianze rimangono significative sia all'interno dei paesi che a livello mondiale, a causa non soltanto delle forti disuguaglianze nei livelli salariali, ma anche delle disparità nei tipi di occupazione. Un dato nuovo e di interesse è quello che riguarda la quota di reddito da lavoro che va alle donne e che in media sarebbe rimasto invariato dal 1990.
La metà del cielo, un terzo del reddito. Disuguaglianze di genere nel World Inequality Report 2022
Annalisa Cicerchia esamina i dati sulle disuguaglianze di reddito tra uomini e donne contenuti nel World Inequality Report appena pubblicato da cui risulta che tali disuguaglianze rimangono significative sia all'interno dei paesi che a livello mondiale, a causa non soltanto delle forti disuguaglianze nei livelli salariali, ma anche delle disparità nei tipi di occupazione. Un dato nuovo e di interesse è quello che riguarda la quota di reddito da lavoro che va alle donne e che in media sarebbe rimasto invariato dal 1990.
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La disuguaglianza globale, così come la intendiamo oggi, ha cominciato la sua corsa tra il 1820 e il 1910, con l’ascesa del dominio occidentale e degli imperi coloniali, per poi stabilizzarsi, a un livello molto alto, tra il 1910 e il 2020. Se qualcuno si fosse onestamente mai posto l’obiettivo di ridurre le disparità tra paesi e all’interno dei paesi, in 110 anni non potrebbe vantare risultati di rilievo. Infatti, a partire dal 1980, mentre la disuguaglianza fra paesi ha cominciato a diminuire grazie alla rapida crescita delle grandi economie emergenti, quella all’interno dei paesi si è invece estesa. Questi due effetti si bilanciano a vicenda, cosicché negli ultimi decenni la disuguaglianza globale è rimasta sostanzialmente stabile, e sempre a un livello molto alto.

Oggi, il mondo è segnato da una elevata disuguaglianza nei redditi e da una disuguaglianza estrema nella ricchezza. La metà più povera della popolazione mondiale possiede solo il 2% della ricchezza netta totale, mentre la metà più ricca possiede il 98% di tutta la ricchezza che esiste al mondo.

La pandemia di Covid-19 ha esacerbato le diverse manifestazioni delle disparità interne ai paesi: sanitarie, sociali, di genere ed etniche. Anche se è troppo presto e mancano ancora i dati per misurare l’impatto della crisi, è del tutto evidente che più il sistema di protezione sociale è debole, più l’impatto sarà disuguale, e le famiglie con accesso relativamente limitato ai mercati, al capitale e ai servizi di base saranno colpite più duramente. I lockdown hanno pesato soprattutto sugli individui più vulnerabili, quelli con redditi più bassi e con minore livello d’istruzione, le minoranze e le donne.

Il World Inequality Report 2022 (WIR), appena uscito, dal quale sono tratte queste informazioni, ha aggiunto al reddito e alla ricchezza due altre dimensioni essenziali alla descrizione statistica del fenomeno: quelle di genere (di cui dirò qui) e quelle nelle emissioni di CO2.

La cosiddetta Economia di Genere propone una varietà di modi per guardare alla disuguaglianza, e uno dei suoi concetti chiave è il gender pay gap, cioè il divario medio tra i salari e gli stipendi di uomini e donne, controllato per tipo di lavoro, livello di qualificazione e altri fattori. Il divario retributivo di genere non rettificato è il divario complessivo nella retribuzione tra uomini e donne, mentre il divario retributivo di genere rettificato controlla le differenze di istruzione, esperienza e occupazione e quindi confronta solo le retribuzioni di uomini e donne con caratteristiche osservabili simili.

Queste due metriche svolgono un ruolo importante per valutare la persistenza di grandi disuguaglianze di genere, tanto nei paesi ad alto reddito che in quelli a basso reddito, ma dovrebbero essere integrate con altri indicatori che possano far luce su disuguaglianze strutturali più ampie, non completamente catturate dai differenziali salariali; ad esempio quelle nei livelli di occupazione.

In molti paesi, le donne continuano ad avere maggiori difficoltà di accesso al mercato del lavoro (e specialmente alle occupazioni più remunerative) e ciò amplifica la disuguaglianza di genere nei redditi totali. Per questo, il WIR adotta come indicatore privilegiato in una prospettiva sistemica la quota complessiva di reddito da lavoro appropriata dalle donne e dagli uomini. I dati, presentati per la prima volta, sulle quote di reddito da lavoro femminile coprono 180 paesi, dal 1990 al 2020.

Il reddito da lavoro comprende salari, stipendi e reddito da lavoro autonomo. La quota femminile del reddito da lavoro totale è il reddito da lavoro aggregato nazionale percepito dalle donne in rapporto al reddito da lavoro totale di un paese.

A livello globale nel 1990 la quota femminile sul totale dei redditi da lavoro si avvicinava al 30% ed è oggi di poco inferiore al 35% (in Italia è al 36%).; dunque, gli uomini si assicurano i il restante 65%. L’attuale disuguaglianza tra i sessi rimane molto alta: in un mondo paritario, le donne guadagnerebbero il 50% di tutto il reddito da lavoro (anche se a livello globale gli uomini sono un po’ più numerosi delle donne: il 50,4%). In 30 anni, quindi, il progresso è stato molto lento, con dinamiche diverse nei vari paesi. In pratica, la quota di reddito da lavoro femminile resta sistematicamente al di sotto del 50%, con variazioni tra i paesi, che vanno da meno del 10% al 45%.

L’Europa occidentale presenta quote di reddito da lavoro femminile più alte rispetto ad altre regioni del mondo (in media, il 39%), con bassa variabilità tra paesi: il dato oscilla tra il 35% dell’ Austria e il 44% in Portogallo. Il Nord America e l’Australia hanno quote simili, ma leggermente inferiori: gli Stati Uniti e il Canada sono al 38-39%. Tassi molto più bassi si trovano nel Medio Oriente e in Nord Africa e in tutti i paesi asiatici, a eccezione della Cina. Se si guarda all’evoluzione, si nota che la quota di reddito, nel periodo considerato, è cresciuta ovunque, tranne che in Cina.

La crescita è stata più forte in America Latina e in Europa occidentale. È molto più lenta nei paesi asiatici, nel Medio Oriente e in Nord Africa, nell’Africa subsahariana, in Oceania e nell’America del Nord, così come nei paesi ex socialisti, dove negli ultimi due decenni sembra aver ristagnato. In Cina, la quota di reddito da lavoro femminile è diminuita significativamente dal 39% nel 1991 a poco più del 33% nel 2019. Diversi studi confermano questa tendenza al declino e al rallentamento del progresso verso l’uguaglianza di genere, nonostante la tradizionale retorica politica e l’alta partecipazione femminile alla forza lavoro. Il declino potrebbe essere spiegato da vari fattori, tra cui il ridimensionamento delle imprese statali, che ha portato, nella forza lavoro urbana, a un calo più netto della partecipazione tra le donne, e l’allentamento della politica del figlio unico alla fine del 2013.

Come si traducono i cambiamenti regionali a livello globale? In primo luogo, dal 1994, la media, ponderata per la popolazione, del reddito da lavoro delle donne è cambiata di poco, ristagnando intorno al 28%. In secondo luogo, la quota di reddito delle donne è aumentata dal 31% nel periodo 1990-1994 al 35% nel 2015-2019. Il maggior valore della quota globale rispetto alla quota ponderata per la popolazione può essere spiegato dal fatto che i paesi occidentali sono, sia i più ricchi, sia quelli in cui le quote di reddito femminile sono in media più alte. Sebbene le donne reggano la metà del cielo, ottengono solo un terzo del reddito da lavoro.

Tra i fattori che spiegano le differenze di genere nell’occupazione e nei guadagni, che portano le donne a percepire una quota minore del reddito da lavoro, c’è indubbiamente il fatto che, secondo le indagini sull’uso del tempo, le donne dedicano molto più tempo degli uomini nel lavoro di cura non retribuito. Anche se le differenze tra donne e uomini del tempo dedicato al lavoro di cura non retribuito mostrano una grande variabilità tra i paesi, il divario è presente in tutto il mondo. In Medio Oriente e Nord Africa, dove la disparità tende ad essere maggiore, le donne sono impegnate in media per più di cinque ore al giorno nel lavoro di cura non retribuito, gli uomini meno di un’ora. Questo carico maggiore di lavoro di cura non retribuito costituisce un’importante barriera alla partecipazione femminile al mercato del lavoro, e, anche quando lavorano, esso impedisce loro di raggiungere posizioni ben retribuite. Se al lavoro retribuito sommiamo quello non retribuito, il contributo delle donne al lavoro aumenta sostanzialmente e quindi appare ancora meno equo che la quota di reddito da lavoro che va alle donne sia così bassa.

Quella quota dipende da due dimensioni: la partecipazione delle donne alla forza lavoro in rapporto a quella degli uomini, da un lato, e il rapporto tra retribuzioni maschili e femminili dall’altro. Al fine di comprendere sia le differenze regionali che l’evoluzione nel tempo della quota di reddito da lavoro femminile, è interessante esaminare come le retribuzioni e i tassi di occupazione varino tra le regioni e si siano evoluti nel tempo. Il WIR usa i tassi invece dei divari per rendere più facile confrontare i valori con le quote di reddito femminile: quando entrambi i tassi di retribuzione e di occupazione sono alti, anche la quota di reddito da lavoro delle donne è alta.

Europa occidentale, Nord America e Oceania hanno un profilo simile: in tutte e tre le regioni, il tasso di occupazione è alto (88-90% nel periodo 2015-2020) ed è in aumento dal 1990. Al contrario, il tasso di retribuzione è più basso (71% in Europa occidentale, 69% in Nord America e 59% in Oceania), e, mentre dal 1990 è aumentato in Europa occidentale e in Nord America, esso sembra diminuito in Oceania.

Quanto all’Italia, il Rapporto documenta come le disuguaglianze di genere siano leggermente più alte da noi che in altri paesi dell’Europa occidentale. La quota di reddito da lavoro femminile in Italia, che ha guadagnato sei punti negli ultimi 30 anni, è pari al 36%, e si avvicina ai valori del Nord America (38%). Questo dato è superiore a quello dell’Africa sub-sahariana (28%) e dell’Asia (21%, esclusa la Cina), ma significativamente inferiore a quello dell’Europa orientale (41%).

Dal momento che le donne hanno superato gli uomini nel livello di istruzione in molti paesi a partire dagli anni ’90, i fattori chiave che inibiscono la chiusura del divario salariale di genere sono legati alla segregazione orizzontale e verticale dei mercati del lavoro. La segregazione verticale è di mostrata dalla sotto-rappresentazione delle donne in cima alla distribuzione dei salari. In tutti i paesi, la presenza delle donne nell’1% più alto è di gran lunga inferiore alla loro presenza nel 10% più alto: un forte effetto “soffitto di vetro”, per cui il divario retributivo aumenta nella parte superiore della distribuzione, anche perché nelle posizioni meglio pagate le donne sono una quota marginale. Per comprendere se la differenza emerga da politiche progressive o dalla diversa struttura e dalla inflessibilità nelle ore di lavoro delle occupazioni in cima alla distribuzione dei salari saranno necessarie ulteriori ricerche.

In conclusione, il World Inequality Report 2022 fornisce molte nuove informazioni utili per conoscere meglio la dinamica del gender pay gap a livello globale. Spiegarla a fondo e, eventualmente, correggerla richiede ulteriori, e necessari, sforzi interpretativi.

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