ALL'INTERNO DEL

Menabò n. 185/2023

14 Gennaio 2023

La protezione sociale dei gig workers. Forme e limiti del “bricolage istituzionale” in Italia, Francia e Olanda

Maurizio Franzini e Silvia Lucciarini illustrano, sulla base dei risultati di un’indagine da loro condotta in tre paesi europei, il processo di cambiamento istituzionale diretto a fornire essenziali forme di protezione sociale ai gig workers che ne sono privi. I due autori illustrano il ruolo delle Organizzazioni Neo-Mutualistiche nelle diverse esperienze nazionali; essi sottolineano anche i limiti che inevitabilmente hanno queste forme di bricolage istituzionale e la necessità di un più intenso coinvolgimento dello stato.
La protezione sociale dei gig workers. Forme e limiti del “bricolage istituzionale” in Italia, Francia e Olanda
Maurizio Franzini e Silvia Lucciarini illustrano, sulla base dei risultati di un’indagine da loro condotta in tre paesi europei, il processo di cambiamento istituzionale diretto a fornire essenziali forme di protezione sociale ai gig workers che ne sono privi. I due autori illustrano il ruolo delle Organizzazioni Neo-Mutualistiche nelle diverse esperienze nazionali; essi sottolineano anche i limiti che inevitabilmente hanno queste forme di bricolage istituzionale e la necessità di un più intenso coinvolgimento dello stato.
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L’affermarsi delle piattaforme digitali come ‘luoghi’ di produzione, diversi dalle “vecchie” imprese, costituisce, secondo McAfee e Brynjolfsson (2017), uno dei tre trend di maggior impatto delle innovazioni tecnologiche degli ultimi anni – gli altri due essendo la velocità con la quale cresce la capacità delle macchine di apprendere e la massa sterminata di conoscenze accessibile a tutti online. 

Le piattaforme hanno fortemente contribuito a rafforzare la tendenza, già in atto, alla crescita sia del lavoro atipico sia di quello indipendente non imprenditoriale (Eurofound 2015, 2017a, 2017b) e al diffondersi della cosiddetta gig economy, nella quale i rapporti di lavoro sono caratterizzati commesse “on demand” e/o dalla parcellizzazione del lavoro in tasks, eseguibili in autonomia, sovente senza conoscere quale sarà l’output finale del processo produttivo (ILO 2015). Nella gig economy rientrano lavori sia tradizionali (fattorino, facchino, giardiniere, ecc) sia nuovi, legati al più generale processo di digitalizzazione, svolti sempre con l’intermediazione delle piattaforme (Colleem survey 2017). Questi ultimi possono essere classificati come New Self Employed (NSE), dove il “new” è legato, appunto, agli aspetti organizzativi del lavoro della gig economy, da un lato, e alle competenze digitali, dall’altro. 

I NSE, così come i gig workers in generale, sono esposti a rilevanti rischi sociali per l’inadeguatezza delle vecchie istituzioni (inclusa la debolezza dei sindacati) e delle vecchie politiche (anche di welfare) a fornire loro protezione. 

La tendenziale crescita del lavoro autonomo, già in atto, ha spinto molti paesi europei ad estendere alcuni schemi di protezione prima solo appannaggio dei lavoratori subordinati anche ai lavoratori autonomi (European Commission 2017), tuttavia, il sistema di regolazione al quale hanno accesso i NSE è fortemente lacunoso in particolare rispetto alle tutele, con la conseguenza di esporli agli andamenti fluttuanti di mercato, di fatto trasferendo su di essi rischi che in precedenza erano, in vario modo, socializzati. 

Pertanto, la domanda rilevante è la seguente: vi sono segni di innovazioni istituzionali in grado di limitare quei rischi e di rendere il lavoro per i NSE, e non solo per loro, un’attività complessivamente più ‘soddisfacente’? Scopo di queste note è dare conto di alcuni deboli ma chiari segnali di cambiamento e, in particolare, di alcune esperienze innovative nella sfera della rappresentanza: spesso, associazioni professionali e sistema cooperativo (Bellini – Lucciarini 2019) si sono affiancate ai processi di riorganizzazione delle forme della rappresentanza tradizionale, con l’effetto di allargare la composizione degli attori collettivi che svolgono un ruolo di intermediazione tra il lavoratore, da un lato, e il mercato e lo Stato, dall’altro. Tutto ciò emerge dalle interviste (45) condotte – a cavallo del 2018 – in tre paesi (Francia, Italia e Olanda) con il management, gli operatori street level e i lavoratori del mondo cooperativo e mutualistico. Qui di seguito riportiamo i principali risultati di questa indagine, che permettono anche di riflettere sul ruolo che lo Stato può avere nel favorire l’attività di quelle che possiamo chiamare Organizzazioni Neo-Mutualistiche (ONM) e più in generale per alleviare e meglio distribuire i rischi degli NSE che sono una sorta di costo sociale delle innovazioni. 

I casi di studio. Tra le organizzazioni di nuova rappresentanza dei lavoratori che fanno parte del mondo mutualistico e cooperativo per la nostra indagine ne abbiamo selezionate (in base alla loro influenza e alla numerosità dei lavoratori autonomi ad esse associati) tre: Smart in Italia e Olanda e Coopaname in Francia. 

Smart è una fondazione belga e una rete europea di cooperative creata nel 1998 che rappresenta un’ampia gamma di liberi professionisti (artisti, creativi, formatori, motociclisti, consulenti).

La filiale italiana è attiva dal 2014, quella olandese dal 2016. Sono entrambe supportate economicamente dalla casa madre belga. In Italia i primi due anni di start-up sono stati cofinanziati dalla Fondazione bancaria Cariplo. Coopaname è invece attiva dal 2004, è una cooperative d’activitè et d’emploi, costituita sulla forma di una Societè cooperative ouvriere de production e finanziata attraverso trasferimenti pubblici nazionali e regionali.

Le basi associative delle organizzazioni Italiana e olandese sono, al loro interno, molto omogenee mentre quella della Coopaname è più eterogenea. Nel caso italiano Smart.it è composta in prevalenza da lavoratori delle performing arts, attori e teatranti, inseriti in un mercato del lavoro periferico, che sono impegnati prevalentemente in piccole gig nell’ambito di eventi per committenti pubblici e privati. Non risultano, invece, associati i lavoratori legati a teatri pubblici e a grandi eventi privati, che godono di rapporti di collaborazione professionale stabile o di lavoro dipendente.

Nella Smart olandese si raccolgono, invece, lavoratori digitali, in particolare web designers e web content manager, freelancers come tali privi delle tutele garantite dallo schema assicurativo di base del lavoro dipendente. 

L’eterogeneità della Coopaname francese deriva principalmente dal fatto che essa associa lavoratori sia digitali (in particolare web designers, web content manager e musicisti) sia tradizionali (in particolare piccoli artigiani). Le ragioni di questa eterogeneità saranno chiarite più avanti, quando sarà spiegato in che modo lo Stato dia sostegno finanziario a questa organizzazione. 

Il bricolage istituzionale e lo Stato. La principale innovazione istituzionale che queste ONM stanno introducendo è relativamente semplice: “convertire” i liberi professionisti in lavoratori subordinati, permettendo così loro di accedere alle tutele e alle protezioni previste per questi lavoratori. Alla luce di questo fatto, che può essere inteso come un tentativo di aprire varchi nel sistema vigente, appare appropriato parlare di bricolage istituzionale, la cui caratteristica è un’inedita ibridazione tra la funzione di mutuo soccorso e quella di previdenza sociale pubblica. 

L’estensione e l’efficacia delle operazioni di queste organizzazioni possono, naturalmente, essere influenzate dallo Stato in vari modi. Uno di questi è, ovviamente, il trattamento fiscale vantaggioso o l’erogazione di trasferimenti alle ONM. Tuttavia, lo Stato può anche avere un impatto sulla gamma di norme e regolamenti che facilitano o ostacolano il lavoro svolto da queste organizzazioni. 

Nel caso dell’Italia lo Stato appare praticamente assente: non interagisce con Smart.it né fornisce alcun tipo di sostegno economico che, come si è accennato, proviene da altre fonti. Tale assenza si inserisce nel più ampio quadro di non intervento dello Stato italiano nei confronti del lavoro autonomo, tradizionale e non, e del lavoro creativo in particolare. In questo contesto, l’ONM dispone di uno spazio di manovra limitato. Come risulta chiaramente dalle interviste, la loro attività è quasi esclusivamente finalizzata a convertire i gig worker in lavoratori subordinati attraverso contratti di lavoro e trovare modi per coprire i vari costi che questa conversione comporta.

Diverso è il caso francese, che potrebbe essere descritto come un modello di sviluppo inclusivo, territoriale e sostenuto da finanziamenti pubblici, in quanto coinvolge anche i lavoratori tradizionali (i piccoli artigiani sopra citati). Inoltre, lo Stato favorisce anche il dialogo tra Coopaname e i sindacati tradizionali, promuovendo iniziative congiunte il cui obiettivo principale è promuovere l’inclusione attraverso l’occupazione locale. Lo Stato svolge quindi un ruolo più ampio in Francia, e questo migliora in vari modi l’efficacia del lavoro dell’ONM.

Passando al caso olandese, Smart.Nl può generalmente essere visto come un modello di consolidamento professionale guidato dallo stato. Infatti, lo stato agisce su più livelli, compreso quello di arricchimento culturale dei lavoratori digitali con l’obiettivo di accrescere le loro prospettive retributive sul mercato. Ciò vale, in particolare, per i web designer. E’, questo, un impegno che merita particolare attenzione perché mira a elevare la ‘dignità’ del lavoro, cercando anche di porre fine agli espedienti a breve termine utilizzati per abbassare il costo del lavoro. Tuttavia, la valutazione complessiva deve anche tenere conto del fatto che i lavoratori digitali più deboli stanno affrontando una serie di difficoltà che li portano ad essere esclusi da Smart.Nl, come sopra descritto. Queste difficoltà derivano dagli alti costi di accesso alle assicurazioni del Paese per i dipendenti, costi che questa organizzazione potrebbe coprire solo se le entrate derivanti dalle sue attività fossero maggiori.

Esistono quindi modelli diversi in termini di intensità del coinvolgimento dello Stato e delle forme che può assumere. Riflettere su di essi può rivelarsi utile sotto molteplici punti di vista. 

Conclusioni. L’innovazione digitale, insieme a numerosi vantaggi, genera, non diversamente da altre ondate di innovazione, costi socialmente rilevanti, come sono quelli dei rischi sociali a carico dei gig workers. Il tentativo di limitare questi costi innesca anche un processo di cambiamento istituzionale che, come si è visto, si caratterizza soprattutto per il tentativo di convertire gli autonomi in lavoratori subordinati. Questa forma di ‘bricolage istituzionale’ se, da un lato, dimostra la capacità degli attori di adattarsi e di innovare, dall’altro, incontra diversi ostacoli: la difficoltà di coprire i vari costi che tale conversione comporta, l’alto grado di frammentazione che lascia irrisolto il problema di come rinforzare meccanismi democratici di inclusione che favoriscano l’eguaglianza piuttosto che la disuguaglianza tra lavoratori. Prevedibilmente, il ruolo dello Stato può essere decisivo per dare soluzione a questi problemi e l’esame comparato delle varie esperienze può essere un utile riferimento per disegnare gli ulteriori, necessari interventi.