ALL'INTERNO DEL

Menabò n. 181/2022

27 Ottobre 2022

L’agenda di politica sociale e del lavoro della Destra: occasione per una proposta di sinistra finalmente alternativa e credibile?

Matteo Jessoula ritiene che il governo della destra preluda più che a uno “scivolamento antidemocratico” a un approfondimento delle fratture sociali che caratterizzano il nostro paese. L’impianto dell’agenda di politica sociale e del lavoro del nuovo governo è sostanzialmente neoliberista - pur con alcune innovazioni nelle politiche famigliari – e non aggredisce povertà e precarietà lavorativa. Riuscirà la Sinistra, per contrasto, a costruire quella proposta politica alternativa e progressista che è mancata nell’ultimo quindicennio?
L'agenda di politica sociale e del lavoro della Destra: occasione per una proposta di sinistra finalmente alternativa e credibile?
Matteo Jessoula ritiene che il governo della destra preluda più che a uno “scivolamento antidemocratico” a un approfondimento delle fratture sociali che caratterizzano il nostro paese. L’impianto dell’agenda di politica sociale e del lavoro del nuovo governo è sostanzialmente neoliberista - pur con alcune innovazioni nelle politiche famigliari – e non aggredisce povertà e precarietà lavorativa. Riuscirà la Sinistra, per contrasto, a costruire quella proposta politica alternativa e progressista che è mancata nell’ultimo quindicennio?
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Oltre alla vittoria della Destra, le elezioni del 25 settembre ci hanno consegnato due importanti “verità” – e alcuni connessi interrogativi. Il PD ha mostrato una volta di più l’incapacità – forse la non volontà? – di guidare una coalizione progressista in grado di contendere la vittoria al campo avversario; i partiti a sinistra del PD (pur con il superamento della soglia di sbarramento da parte di Sinistra Italiana-Verdi) confermano di non riuscire a – forse di non volere? – creare una forza capace di modificare asse e dinamica della competizione a Sinistra. Ci riuscirà il M5S di Conte? Vedremo. 

Allo stesso tempo, risultati e analisi dei flussi elettorali hanno mostrato che non c’è alcuna “marea nera” che sale, perlomeno in Italia. La Destra ha preso sostanzialmente le preferenze (12,3 milioni) del 2018 (12,1 milioni) e il successo di Fratelli d’Italia è dovuto al consistente spostamento di voti interno al campo di centro-destra – da Lega e Forza Italia verso il partito guidato da Giorgia Meloni – in linea con la dinamica prevalente fin dalla nascita della Seconda Repubblica nel 1993 (con qualche eccezione nelle elezioni di “destrutturazione” come il 2013). 

Ciò che ha determinato la vittoria della Destra sono state – nel quadro di una crescente disaffezione politica e astensione elettorale – sia l’incapacità, ormai ultradecennale, della Sinistra di mobilitare il proprio elettorato, sia le strategie divisive di quest’ultima, impietosamente punite dalla legge elettorale parzialmente maggioritaria. In altre parole, la Destra ha vinto perché le forze di Sinistra non sono state capaci – o non hanno voluto – presentarsi agli elettori con un’offerta politica alternativa e credibile sia sul piano delle proposte programmatiche, sia rispetto alla possibilità di competere effettivamente per la vittoria elettorale. 

Se non siamo in presenza di alcuna “marea nera”, può dunque la Sinistra star tranquilla e aprire prontamente a collaborazioni con il governo Meloni? Non proprio. In effetti, più che dei rischi di un improbabile “scivolamento antidemocratico”, elettori e forze politiche di Sinistra dovrebbero preoccuparsi dei contenuti della proposta elettorale – e del programma di governo – della coalizione vincente, specie con riferimento all’agenda di politica sociale e del lavoro.

Paradossalmente, tale agenda è più “avanzata” nel campo delle politiche famigliari, un settore nel quale, ancora un decennio fa, il centro-destra italiano mirava a perpetuare il “modello tradizionale di welfare”, centrato sulla famiglia fornitrice di servizi e sostegno monetario a figli e nipoti: “di madre in nonna”, come al tempo commentò lucidamente Daniela Del Boca. Oggi, invece, la Destra propone di allineare alla media europea (2,3% del PIL) la spesa per politiche a favore di famiglie e bambini – 1,1% del PIL in Italia nel 2019, lontanissima da Danimarca e Germania (3,3%), e addirittura inferiore a Spagna (1,5%) e Grecia (1,3%) – promettendo di rafforzare l’Assegno Unico e Universale per i Figli a carico, garantire asili nido gratuiti e asili nido aziendali, nonché sviluppare politiche di conciliazione per madri e (è una novità) padri.

La componente modernizzante del programma sociale della Destra si ferma però qui. Il resto dell’agenda ha un impianto sostanzialmente neoliberista, a partire dal durissimo attacco al Reddito di Cittadinanza, che la coalizione vincente vuole eliminare per introdurre un nuovo strumento che tuteli soltanto le persone che non possono lavorare o difficilmente occupabili. Per gli individui in grado di lavorare la panacea è invece rappresentata dalle sole politiche attive del lavoro – peraltro scarsamente efficaci in contesti a debole domanda di lavoro come il Mezzogiorno italiano.

In campo pensionistico, il programma elettorale è rudimentale, con un vago accenno alla flessibilità in uscita e all’innalzamento delle pensioni minime e sociali: rimane non chiaro quali gruppi e fasce sociali dovrebbero beneficiare della flessibilità in uscita – per cui nella manovra finanziaria 2023 entreranno verosimilmente solo provvedimenti temporanei in linea con le misure esistenti – così come l’entità dell’incremento delle pensioni assistenziali. Anche nel settore sanitario, il cuore della proposta elettorale della Destra, seppur espansiva, è laconico, a dir poco: “Sviluppo della sanità di prossimità e della medicina territoriale, rafforzamento della medicina predittiva e incremento dell’organico di medici e operatori sanitari”. Senza cifre né obiettivi chiari, le promesse elettorali sono lettera morta. 

Il cuore della strategia della Destra si coglie però osservando ciò che manca nell’agenda sociale. Evidente è infatti la lacuna rispetto alla tutela pensionistica per i giovani, specie quelli con carriere discontinue, di cui molto si è dibattuto nell’ultimo decennio ipotizzando diversi meccanismi di superamento del metodo rigidamente contributivo – tra i quali la pensione di garanzia sviluppata da Michele Raitano e sostenuta dalla Cgil: di questa sfida non v’è traccia nel programma elettorale di coalizione.

Ancor più significativa – e preoccupante – è la mancata tematizzazione di due questioni chiave relative al mercato e alle politiche del lavoro. Prima, la questione del lavoro povero e delle necessarie misure di contrasto, tra cui la possibile introduzione di un salario minimo nazionale. Secondo, il riconoscimento che, come ha recentemente osservato Maurizio Franzini redistribuire tramite politiche di welfare non è più sufficiente a neutralizzare le spinte verso la disuguaglianza nel mercato del lavoro. 

Per una “società più giusta e meno diseguale” sono infatti necessarie anche politiche pre-distributive, che incidano sulla struttura del mercato del lavoro al fine di contrastare la precarietà, come recentemente avvenuto in Spagna con la riforma promossa dal governo Sanchez. L’assenza di questi temi cruciali nella proposta elettorale riflette perciò l’impianto sostanzialmente neoliberista – pur accompagnato da alcune limitate innovazioni – dell’agenda di politica sociale e del lavoro della coalizione di Destra.

Allo stesso impianto è riconducibile, inoltre, il deciso sostegno a forme di “defiscalizzazione e incentivazione del welfare aziendale, anche attraverso [l’ulteriore ndr] detassazione e decontribuzione dei premi di produzione”. Infatti, nonostante tali misure mirino a rafforzare la protezione sociale, come messo in luce nel recente volume La mano invisibile dello stato sociale. Il welfare fiscale in Italia (curato per Il Mulino da M. Jessoula e E. Pavolini), il profilo distributivo delle stesse è fortemente regressivo – favorendo perciò in modo significativamente maggiore le fasce più abbienti rispetto a lavoratori svantaggiati, incapienti e persone non occupate. 

Che conclusioni trarre, dunque, da questa analisi delle proposte programmatiche della coalizione vincitrice delle elezioni del 25 settembre? 

La prima considerazione, sul piano di policy, è che in un paese come l’Italia, che presenta tassi di povertà ed esclusione sociale (25,2% della popolazione nel 2021), oltre che di disuguaglianza (rapporto tra il quinto e il primo quintile di reddito pari a 5,86 contro una media europea del 4,97) tra i più elevati d’Europa, l’agenda della Destra a guida Meloni non sembra avere gli strumenti per aggredire con efficacia le criticità sociali acuitesi con la crisi pandemica e quella energetica. Al contrario, l’agenda neoliberista solo parzialmente “addomesticata” della Destra rischia di produrre un’ulteriore, drammatica, polarizzazione sociale in un paese che non era ancora riuscito a rimarginare le ferite conseguenti alla Grande Recessione e alle connesse misure di austerità. 

La seconda riflessione riguarda invece la dimensione di politics e specialmente le prospettive della Sinistra in Italia. L’agenda sociale e del lavoro della Destra, così come delineata nel programma elettorale, rappresenta infatti una sfida competitiva per le forze di Sinistra che, dalla caduta del Muro di Berlino in poi, non sono più riuscite ad elaborare una proposta politica compiuta, articolata, credibile ed effettivamente alternativa al paradigma neoliberista. 

Tali forze si gioverebbero dal raccogliere il guanto di sfida lanciato dalla Destra, sia con riferimento all’approccio modernizzante della stessa nel settore delle politiche famigliari – sul quale (oltre che sul concetto di “famiglia”) la Sinistra sarà chiamata nella prossima legislatura a marcare la differenza con la Destra disegnando misure che non rappresentino meri strumenti di conciliazione vita-lavoro, ma possano fungere da strumenti redistributivi e di stimolo alla mobilità sociale – sia rispetto alle lacune nelle politiche pre-distributive – riforma del mercato del lavoro per contrastare l’eccesso di flessibilità, salario minimo – e redistributive – reddito di cittadinanza in primis, riforma delle pensioni, rafforzamento della sanità pubblica, razionalizzazione e freno all’espansione del welfare fiscale. 

Ciò non è impossibile – come vorrebbe il refrain secondo cui “la sinistra è in crisi in tutta Europa” – e alcune esperienze straniere in paesi che presentano caratteristiche simili, Spagna in primis, sembrano indicare chiaramente la via da seguire. Per aprire la strada, le forze di Sinistra e di rappresentanza dei lavoratori dovrebbero iniziare a costituire un presidio sociale e politico capace di dar vita a una robusta opposizione al nuovo governo, ponendo così le basi per la nuova offerta politica capace di superare steccati di partito, rivalità personali e l’assenza di quella visione propriamente alternativa e progressista che ha caratterizzato l’ultimo quindicennio. “Si può fare”: ci riusciranno?


 [M1]https://www.cattaneo.org/elezioni-2022-le-prime-analisi/

 [M2]https://www.governo.it/it/media/il-presidente-meloni-alla-camera-dei-deputati-le-dichiarazioni-programmatiche/20766

 [mr3]https://www.inps.it/prestazioni-servizi/assegno-unico-e-universale-per-i-figli-a-carico

 [mr4]https://osservatoriocoesionesociale.eu/osservatorio/poveri-da-giovani-poveri-da-anziani-prospettive-previdenziali-e-vantaggi-della-pensione-di-garanzia/

 [mr5]https://osservatoriocoesionesociale.eu/osservatorio/redistribuire-non-basta-politiche-pre-distributive-per-una-societa-piu-giusta-e-meno-diseguale/

 [mr6]https://osservatoriocoesionesociale.eu/news/la-sinistra-e-la-lotta-alla-precarieta-che-cosa-insegna-il-caso-spagnolo/

 [mr7]https://www.mulino.it/isbn/9788815295170