L’andamento di lungo periodo della distribuzione salariale in Italia

F. Bloise, R. Fantozzi, M. Raitano e C.A. Ricci, facendo uso dei microdati del dataset amministrativo LoSaI dell’INPS, indagano l’evoluzione negli ultimi trent’anni della disuguaglianza delle retribuzioni da lavoro dipendente nel settore privato in Italia. Gli autori rilevano che i percentili della distribuzione dei salari (sia annuali che settimanali) hanno registrato, fra il 1985 e il 2014 andamenti divergenti, favorendo relativamente i più abbienti, e ciò si è riflesso in una netta crescita della disuguaglianza retributiva e nell’emergere di fenomeni di polarizzazione fra i cosiddetti working poor e working rich.
L’andamento di lungo periodo della distribuzione salariale in Italia
F. Bloise, R. Fantozzi, M. Raitano e C.A. Ricci, facendo uso dei microdati del dataset amministrativo LoSaI dell’INPS, indagano l’evoluzione negli ultimi trent’anni della disuguaglianza delle retribuzioni da lavoro dipendente nel settore privato in Italia. Gli autori rilevano che i percentili della distribuzione dei salari (sia annuali che settimanali) hanno registrato, fra il 1985 e il 2014 andamenti divergenti, favorendo relativamente i più abbienti, e ciò si è riflesso in una netta crescita della disuguaglianza retributiva e nell’emergere di fenomeni di polarizzazione fra i cosiddetti working poor e working rich.

Il mercato del lavoro è il luogo in cui si forma la maggior parte delle disuguaglianze di reddito, in ragione del peso rilevante che le retribuzioni svolgono nella formazione dei redditi familiari. La letteratura economica, sia internazionale che nazionale, ha indagato l’evoluzione della disuguaglianza retributiva lungo diversi archi temporali e in mercati del lavoro molto differenziati, individuando cause diversificate, diversamente preoccupanti, fra le quali: una crescita del premio all’istruzione che sfavorisce chi ha un titolo di studio meno elevato; gli effetti di globalizzazione e delocalizzazione produttiva; l’indebolimento delle istituzioni del mercato del lavoro, in primis del potere contrattuale dei sindacati; un aumento dell’eterogeneità delle forme contrattuali, che allarga le differenze fra chi riesce a lavorare l’intero anno e a tempo pieno rispetto a chi lavora part-time e con contratti a termine di breve periodo; la crescita dell’occupazione nei servizi, in virtù del più ampio ventaglio di mansioni, e retributivo, tipico di questo settore.

In questo articolo, che sintetizza il nostro contributo nel volume “Il mercato rende diseguale? La distribuzione dei redditi in Italia” (a cura di Franzini e Raitano, Il Mulino, 2018), si offre un quadro di come si sia mossa la distribuzione delle retribuzioni da lavoro dipendente in Italia nel settore privato facendo uso dei dati amministrativi raccolti dall’INPS nel campione longitudinale LoSaI (Longitudinal Sample INPS). Questi dati riportano informazioni dettagliate su ogni rapporto di lavoro intrapreso fra il periodo 1985-2014 da un ampio campione di residenti, consentendo di analizzare l’evoluzione della distribuzione delle retribuzioni lorde annue e settimanali (ottenute dividendo la retribuzione annua per il numero di settimane lavorate in un anno) e, grazie all’ampia numerosità del campione (1/15 dell’intera popolazione) di valutare i movimenti che hanno luogo in segmenti limitati della distribuzione nel trentennio di osservazione.

L’analisi delle retribuzioni medie a prezzi costanti, sia annue che settimanali, nel settore dipendente privato fa emergere un andamento fortemente oscillante nel periodo osservato (Figura 1): crescono costantemente fino al 1992 – anno in cui si verificò un’intensa crisi nell’economia italiana – per poi registrare una forte diminuzione fino al 1996, un lieve recupero fino al 1998, una caduta molto intensa (soprattutto nelle retribuzioni annue) fino al 2002, una lieve ripresa successiva e una nuova rovinosa caduta dopo l’esplosione della crisi dei debiti sovrani.

Le retribuzioni annue e settimanali differiscono in ragione del numero di settimane lavorate all’anno, quindi del grado di frammentarietà della relazione lavorativa, che è influenzata anche dalla diffusione dei contratti a termine. A tale proposito, è interessante rilevare che fino al 1998 l’andamento medio dei salari annuali e settimanali è perfettamente sovrapponibile, mentre dopo tale data il trend decrescente delle retribuzioni settimanali, sebbene simile nella dinamica a quello delle retribuzioni annue, registra oscillazioni meno ampie, a segnale che almeno parte della caduta delle retribuzioni annue è legata a una riduzione del numero di settimane lavorate, a sua volta determinata anche dalla crescita dei contratti a termine. Dai dati dell’INPS, si verifica, infatti, che la quota di dipendenti che lavorano in prevalenza nell’anno con un contratto a termine nel settore privato aumenta dal 12,1% al 21,7% nel periodo 1998-2014.

 

Fig. 1: Andamento della retribuzione lorda media annua (asse sx) e settimanale (asse dx)

A conferma di ciò, la figura 2 mostra che il numero di settimane lavorate in media all’anno si riduce sensibilmente a partire dal 1998 e che, come fattore di disuguaglianza fra i lavoratori, aumenta da tale periodo la sperequazione dei periodi lavorati (sintetizzata dalla deviazione standard del numero di settimane lavorate). La caduta reale dei salari settimanali, documentata nella figura 1, si accompagna, dunque, a un numero crescente di lavoratori che non riesce a percepirli per un intero anno.

 

Fig. 2: Numero di settimane lavorate all’anno. Numero indice: 1985=100

Guardare alla sola evoluzione delle retribuzioni medie è, tuttavia, del tutto insufficiente perché resta nascosta la possibile variazione dell’eterogeneità fra lavoratori. L’andamento dei principali percentili della distribuzione dei redditi annui da lavoro dipendente nel settore privato evidenzia chiaramente tale differenza (Figura 3; si noti che i percentili riferiti ai salari settimanali seguono esattamente lo stesso andamento): fino al 1992 le retribuzioni reali crescono per tutti i percentili, anche se in misura fortemente differenziata, favorendo i redditi più alti; dopo tale periodo, i lavoratori che si collocano nei percentili alti (dal 75° in poi) mantengono il loro tenore di vita reale, seppure con qualche oscillazione, quelli mediani sostanzialmente restano sui valori del 1985, ma poi subiscono un sensibile arretramento (di circa 5 punti percentuali) dal 2010 in poi, mentre la coda bassa della distribuzione sperimenta una cospicua caduta dei redditi reali, come documentato dall’andamento del 10° e del 25° percentile. Rispetto al valore del 1985, nel punto di minimo (che si verifica nel 2012) le retribuzioni reali di tali due percentili si riducono di 35 e 20 punti percentuali, rispettivamente.

 

Fig. 3: Andamento dei percentili della distribuzione delle retribuzioni lorde annue

 

Un andamento così differenziato dei diversi percentili si ripercuote, inevitabilmente, sulla disuguaglianza retributiva. L’indice di Gini delle retribuzioni lorde, annue e settimanali, cresce, infatti, costantemente lungo l’intero periodo di osservazione (Figura 4). La dinamica della disuguaglianza è molto simile, considerando sia i redditi da lavoro dipendente annui che quelli settimanali sebbene, come atteso, la disuguaglianza delle retribuzioni settimanali sia minore di quella annuale, a conferma del fatto che i periodi di intermittenza lavorativa penalizzano soprattutto i lavoratori con minore retribuzione settimanale. Partendo da livelli diversi, la crescita del valore dell’indice di Gini fra il 1985 e il 2014 delle retribuzioni annue e settimanali ammonta, rispettivamente, al 21% e al 39%.

 

Fig. 4: Indice di Gini delle retribuzioni lorde

L’andamento disuguale della crescita retributiva nei vari percentili ha chiare ripercussioni sulle code della distribuzione salariale, che, in presenza di crescita disuguale, tendono a distanziarsi sempre di più dal resto della popolazione. Da una parte, la caduta reale dei percentili più bassi comporta un aumento della quota di lavoratori definibili come working poor (in senso relativo), ovvero coloro che percepiscono una retribuzione lorda annua inferiore al 40% o al 60% di quella annua mediana, pari a 18.700 euro nel 2014: la quota di lavoratori con retribuzione inferiore al 60% della mediana cresce dal 26,3% del 1992 al 31,4% degli anni più recenti, mentre nello stesso periodo la quota di lavoratori che non arriva nemmeno al 40% della retribuzione mediana passa dal 17,9% al 22,1%. In modo speculare, la maggiore sperequazione dei salari comporta l’ispessimento della coda alta della distribuzione, dove risiedono quelli che potremmo definire working rich in senso relativo ovvero, in base ai criteri proposti in Franzini, Granaglia e Raitano (Dobbiamo preoccuparci dei ricchi? Il Mulino, 2014), i lavoratori con retribuzione annua superiore a 5 o 7 volte la mediana: la quota di lavoratori con retribuzione pari ad almeno 5 volte la mediana passa dallo 0,34% del 1985 allo 0,89% del 2014, e quella dei lavoratori con retribuzione pari ad almeno 7 volte la mediana cresce molto all’inizio del periodo di osservazione – dallo 0,09% nel 1985 allo 0,34% nel 2002 – e successivamente si stabilizza.

Per indagare più in profondità le dinamiche dell’evoluzione dei salari nei 30 anni considerati è particolarmente utile confrontare le distribuzioni del primo e dell’ultimo anno di osservazione all’interno del nostro dataset, applicando il relative distribution approach, proposto da Handcock e Morris (Relative distribution methods, Sociological Methodology 1999).

La figura 5 riporta nel pannello di sinistra le stime della funzione di densità kernel del logaritmo delle retribuzioni nel 1985 e nel 2014. Il grafico nel pannello di destra confronta direttamente le due densità sulla base del rapporto tra la densità di reddito nell’anno “di confronto” (il 2014) e la densità di reddito nell’anno “di riferimento” (il 1985) valutato in ogni percentile della distribuzione del reddito. I valori della serie possono essere interpretati come la frazione di individui nella popolazione di confronto che rientrano in ciascun percentile di reddito da lavoro della popolazione di riferimento. Ciò significa che quando la frazione della popolazione di confronto in un percentile è superiore (inferiore) rispetto alla frazione dell’anno di riferimento, la distribuzione relativa sarà più alta (inferiore) di 1. Quando la densità relativa ha un valore pari all’unità significa, invece, che non vi è stato alcun cambiamento in quel punto sulla distribuzione nell’arco di tempo considerato.

Il grafico evidenzia, in modo ancora più marcato di quanto segnalato finora, una crescita significativa del numero di persone nella parte alta e bassa della distribuzione dei salari, quelle al di sotto del 35% e al di sopra del 80% del percentile della distribuzione nell’anno di riferimento. Se scegliamo, infatti, qualsiasi percentile compreso tra il primo e il 35esimo nella distribuzione del 1985, la frazione di individui del 2014 che percepisce una retribuzione corrispondente al percentile scelto è superiore alla frazione analoga di individui che la percepiva nel 1985. La dinamica attorno ai decili medi indica una significativa alterazione facendo emergere una diminuzione della quota di individui specialmente tra il 40° e il 60° percentile che si accompagna a un vistoso incremento delle retribuzioni di coloro che sono collocati nella parte alta della distribuzione.

 

Figura 5 – comparazione delle distribuzioni 1985-2014

Emerge quindi chiaramente come il mercato del lavoro sia diventato in Italia (ma anche nella quasi totalità dei paesi occidentali, non analizzati in questo articolo) un luogo in cui si creano sempre maggiori disuguaglianze fra individui: i percentili della distribuzione hanno infatti registrato, fra il 1985 e il 2014 andamenti divergenti, favorendo relativamente i più abbienti, e ciò si è riflesso in una netta crescita della disuguaglianza retributiva, nell’emergere di fenomeni di polarizzazione fra i lavoratori e nella crescita sostenuta, ai due estremi della distribuzione, di quelli che possiamo definire working poor e working rich. Questo quadro, già di per sé molto preoccupante, si aggraverebbe inoltre, in tutta probabilità, laddove nell’analisi – che in questo lavoro, per la disponibilità dei dati, si è riferita al solo lavoro dipendente privato – includessimo anche quelle forme di lavoro atipico (in primis collaboratori parasubordinati e “false partite IVA”) che negli anni passati hanno rappresentato in Italia sovente un’alternativa a basso costo del lavoro dipendente e hanno contribuito ad ampliare ulteriormente le disparità fra lavoratori.

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