ALL'INTERNO DEL

Menabò n. 172/2022

19 Maggio 2022

Lavoro, conflitto e democrazia. Riflessioni nel ricordo di Claudio Sabattini
Marco Magnani prendendo spunto dal recente libro di Gabriele Polo sulla vita di Claudio Sabattini riflette su temi politici e sociali che sono stati al centro dell’attività sindacale di Sabattini e che hanno avuto grande importanza nella storia recente del nostro paese.
Tempo di lettura: 6 minuti
Facebook
Twitter
PDF

Tra i modi per riflettere sulle vicende politiche e sindacali italiane degli ultimi decenni vi è anche quello di seguire l’azione e le idee di alcune figure che di quelle vicende sono stati protagonisti. Anche Il libro di Gabriele Polo dedicato a Claudio Sabattini (“Il sindacalista. Claudio Sabattini, una vita in movimento”, Castelvecchi, 2022) non è solo una felice biografia e mi offre l’opportunità di riflettere su un paio di temi che hanno caratterizzato la storia recente delle relazioni industriali italiane attingendo soprattutto ai miei ricordi personali dei miei incontri con Sabattini.

Claudio Sabattini (1938-2003) è stato dirigente carismatico della FIOM e segretario generale nazionale dal 1994 al 2002. Io l’ho conosciuto negli anni Novanta, credo fosse da poco segretario generale della FIOM. Io ero allora un economista dell’Ufficio studi della Banca d’Italia. Come studioso mi occupavo già da tempo dell’industria italiana e del sistema delle relazioni industriali. Non ricordo con precisione la circostanza che mi indusse a chiedere a Claudio un incontro. Volevo che ci aiutasse innanzitutto a comprendere meglio la dinamica delle relazioni industriali in un momento complesso, ascoltando un punto di vista non sempre considerato adeguatamente, neanche in un posto “laico” come la Banca d’Italia che pure ha una tradizione di apertura e onestà intellettuale. I rapporti con la FIOM continuarono, pur con qualche interruzione, anche dopo la morte di Claudio.

Il trauma del 1980 alla FIAT (la vertenza chiusasi con la marcia dei quarantamila) che colpì duramente Sabattini, all’epoca responsabile auto della FIOM, costituiva ancora in quegli anni una vicenda paradigmatica del fallimento di un tentativo di addivenire a un aggiustamento  strutturale della grande industria italiana che fosse in senso lato fondato, su un patto fra le parti sociali. Come si sa l’aggiustamento fu guidato invece negli anni successivi esclusivamente dalla grande impresa, con esiti assai controversi, al di là della sconfitta sindacale. Di questo avevamo scritto alla fine degli anni Ottanta in un libro con Fabrizio Barca, intitolato appunto L’industria fra capitale e lavoro.

Sull’onda lunga di quella svolta, le relazioni industriali negli anni Novanta, quando iniziarono come detto i contatti con Claudio, erano segnate dagli accordi di cui fu promotore il governo Ciampi dopo la crisi valutaria che spinse l’Italia sull’orlo dell’abisso. Oltre a fissare le dinamiche salariali a livello nazionale in coerenza con gli obiettivi inflazionistici, quegli accordi aprivano la prospettiva di intese aziendali volte a favorire la flessibilità nell’utilizzo del lavoro in funzione della dinamica della produttività.

Noi cercavamo di interpretare queste vicende facendo ampio ma non esclusivo riferimento (al di là della questione della predeterminazione degli scatti di scala mobile) al contributo di Tarantelli di qualche anno prima, contributo che noi difendevamo nella sua impostazione di fondo, quella cioè di un patto sociale, di una codeterminazione, che in un paese storicamente caratterizzato da conflitti distributivi a tratti acutissimi, consentisse di spezzare la spirale inflazionistica, di accrescere l’occupazione e al contempo di avviare una nuova fase di governo riformista nel paese. Le cose andarono poi come noto diversamente. Non mancò il successo sul piano macroeconomico (contenimento della dinamica salariale) ma il resto non funzionò. Col pacchetto Treu iniziò la marcia verso la conquista di una flessibilità al margine dell’input di lavoro che accentuò grandemente il dualismo sul mercato del lavoro. Seguirà poi come noto la legge Biagi e anni dopo il Jobs act del 2014. Ma di questo non possiamo ora parlare.

Di tutto ciò parlavamo con Claudio. Nel 1995 giudicava ormai tramontata una prospettiva di riforma che secondo lui aveva in realtà contribuito alla compressione dei diritti sindacali e al peggioramento delle condizioni di lavoro. Aprendo l’assemblea nazionale della FIOM a Maratea affermava che “già troppe concessioni sono state fatte alle imprese con il risultato di un forte peggioramento delle condizioni di lavoro e della limitazione dei diritti sindacali… l’ideologizzazione della concertazione ha gravemente indebolito la contrattazione sindacale”. Le nostre discussioni, spesso assai vivaci, erano innanzitutto fondate su uno scambio di informazioni, di dati, di analisi. Questo era per Claudio essenziale. Non opponeva opposizioni pregiudiziali. Il suo interesse  a confrontarsi in modo che la sua capacità di valutazione analitica dei problemi ne risultasse accresciuta era vivissimo. E poi sapeva creare un rapporto personale, che prescindesse anche dai ruoli istituzionali, sempre con un’aria curiosa e anche intellettualmente sfidante, a tratti ironica.

Devo peraltro dire, che al di là della mia funzione di public servant in quelle circostanze, assonanze con la cultura di cui Claudio era parte le avevo sin da giovane, anche a prescindere dal contesto familiare. in particolare avevo amato molto anch’io Rosa Luxemburg, e condividevo l’idea di una sinistra anche radicale che guardasse all’istanza di emancipazione delle persone in modo diverso e opposto a quello sovietico. E poi i metalmeccanici erano naturalmente parte importante della esperienza direi anche sentimentale di molti della mia generazione: solo per citare un esempio, la manifestazione nazionale dei metalmeccanici a Roma nel novembre 1969 durante l’autunno caldo, avevo appena compiuto 16 anni, non mi è proprio possibile scordarla.

Il punto di fondo, oggi lo comprendo credo più chiaramente di allora, attorno al quale in realtà giravamo nelle discussioni con Claudio era quello della democrazia partecipata e per questo anche conflittuale, l’idea che il conflitto può, anzi deve, far parte delle relazioni industriali all’interno di un quadro valoriale sufficientemente condiviso, insomma l’idea del conflitto come molla per la trasformazione…. È un punto che veniva da lontano. Si era posto anche – peraltro senza successo – nel dibattito attorno alla programmazione e alla politica dei redditi nel periodo del primo centrosinistra, all’inizio degli anni Sessanta, allorché il sindacato veniva invocato da economisti come Franco Momigliano come soggetto tenuto a elaborare una programmazione della propria attività rivendicativa, secondo una logica autonoma e non subalterna e sulla base di un linguaggio razionale comune al governo e alla controparte. In altri termini, una prospettiva riformista di per sé non legata alla subordinazione del sindacato ma concernente piuttosto una questione di metodo.

Ho ripensato alle nostre discussioni con Claudio anche recentemente, a proposito delle caratteristiche del rapporto di lavoro salariato e in particolare della condizione di subordinazione dei lavoratori nelle imprese capitalistiche su cui sto riflettendo con Marco Lippi. Ne discende tendenzialmente l’esclusione da ogni decisione, sia che si tratti della produzione corrente, che dei cambiamenti tecnici e delle conseguenze che questi hanno sulla vita lavorativa dei salariati. Questa posizione passiva, ciò che rende per loro il lavoro solo fatica e noia, costituisce ciò che si può chiamare lo “scandalo del comando”, una fonte di conflitto economico e sociale che può divenire, se non considerata e governata, un fattore di fragilità per la democrazia.

Le implicazioni del comando sul lavoro in termini di equità e dei diritti non sono ovvie. I marxisti, e Marx stesso, non sono quasi mai andati oltre la denuncia e l’indignazione. Come è stato rilevato più volte, ciò non è più sufficiente, non si può fare a meno di affrontare il problema di cosa sia più in generale una società equa e di quali siano i limiti che in essa possano essere imposti al possesso e all’uso delle risorse economiche. Il diritto di partecipare ai processi decisionali all’interno delle strutture economiche può essere studiato e sviluppato con riferimento al filone di pensiero avviato dal filosofo politico John Rawls all’inizio dei Settanta.

Tutto ciò è strettamente legato all’istanza della democrazia economica, ancora presente in varie forme nell’esperienza del movimento operaio. Il nuovo contesto competitivo determinato dalla globalizzazione e dalla rivoluzione digitale ha – come osservava già Sabattini – un elemento essenziale nella tendenza alla riappropriazione del tempo del lavoratore da parte dell’impresa che va contrastata continuamente. A maggior ragione questo contesto  impone di ripensare alle forme in cui la democrazia economica può essere perseguita. Esiste una tradizione robusta nel movimento operaio a cui far riferimento. L’unire l’istanza utopista con il dovere riformista è l’espressione della sinistra migliore. Claudio Sabattini ne è stato da par suo uno dei protagonisti in tempi turbolenti e spesso drammatici.

Menù di navigazione