ALL'INTERNO DEL

Menabò n. 194/2023

31 Maggio 2023

Jacopo Tramontano, Jacopo Caja,

Le grandi dimissioni e i giovani: una questione culturale, ma anche di salute mentale*

Jacopo Tramontano e Jacopo Caja analizzano il fenomeno delle Grandi Dimissioni in una prospettiva comparata mettendo in evidenza che, anche in Italia, la maggiore incidenza delle dimissioni si ha tra i lavoratori fino ai trent’anni, con corrispondente aumento degli inattivi. Gli autori sostengono che le dimissioni sono normali in una fase di ripresa economica ma le motivazioni possono essere diverse. E le recenti dimissioni sembrano determinate in gran parte dal crescente rifiuto dei giovani di accettare condizioni di lavoro che potrebbero avere conseguenze negative sul loro benessere psichico.

 Il dibattito sulle grandi dimissioni è partito dagli Stati Uniti dove – dopo la fine delle restrizioni dovute alla pandemia – si è registrata una crescita molto significativa nel numero di lavoratori che hanno deciso di abbandonare volontariamente il posto di lavoro, e un corrispondente aumento nel numero di inattivi. Questo ha spinto molti analisti e media a parlare di un cambio di prospettiva epocale caratterizzato da un inedito ‘rifiuto’ del lavoro. Nel 2022, il numero di dimissioni è continuato a crescere, accompagnato però da un aumento di nuove assunzioni. Diversi economisti americani hanno quindi rivisto le loro posizioni e iniziato a parlare del fenomeno come di un grande rimescolamento, che ha portato le persone a cambiare lavoro, piuttosto che ad abbandonarlo. Questa interpretazione tende a ridurre la portata culturale del fenomeno, interpretandolo più semplicemente come un ‘rimbalzo’ dovuto alla fine delle restrizioni che avrebbero indotto a rimandare la decisione di cambiare impiego. Le tendenze osservate sarebbero quindi ascrivibili alla rinnovata attività economica e, verosimilmente, ai mutamenti dal lato della domanda determinati dallo shock pandemico.

Con qualche mese di ritardo, dinamiche simili a quelle osservate negli Stati Uniti si sono registrate anche in Italia. I dati del Ministero del Lavoro segnalano un costante aumento delle dimissioni dopo la fine della pandemia. Nel 2021 le cessazioni di contratti di lavoro sono state 1.941.000, segnando un +23,9% rispetto allo stesso periodo del 2020 e in aumento anche rispetto al 2019. Le dimissioni nel 2022, dopo un ulteriore aumento, sono state 2.192.000 (+12,9% rispetto all’anno prima).

Anche nel caso italiano, la spiegazione prevalente è quella che fa riferimento al ‘grande rimescolamento’. Analizzando i dati delle Comunicazioni Obbligatorie forniti dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali relativi al periodo 2017-2021, Francesco Armillei ha mostrato come i lavoratori italiani che si sono dimessi volontariamente hanno trovato lavoro più rapidamente e più frequentemente e si sono spostati in settori o professioni diversi da quelli di provenienza. Inoltre, estendendo l’analisi fino al 2005, lo stesso autore ha messo in discussione l’eccezionalità della fase post-pandemica. L’andamento ciclico delle dimissioni con i suoi picchi in corrispondenza delle fasi di alta crescita, sembrano infatti essere la norma e non l’eccezione.  

Per meglio comprendere il fenomeno e le sue cause, è utile esaminare altri paesi per i quali sono disponibili le serie storiche delle dimissioni. Un recente rapporto del Ministero del Lavoro francese ha messo a confronto la dinamica delle dimissioni registrate nel paese con quelle degli Stati Uniti. Mentre in questi ultimi la dinamica delle dimissioni nel periodo pandemico non pare avere precedenti per dimensioni e intensità, in Francia la situazione a prima vista sembra essere simile a quella italiana. L’aumento delle dimissioni è stato significativo ma paragonabile a quanto già avvenuto alla fine degli anni ’90 e immediatamente prima del 2008. È interessante però notare come il rapporto evidenzi anche che, in tutti i settori, le imprese stanno riscontrando difficoltà inedite a trovare lavoratori. Questi dati sembrano suggerire una tensione all’interno del mercato del lavoro che va – almeno in parte – oltre quello che può spiegare il rimbalzo post-pandemia.

Fonti: Dares, Mouvements de main-d’œuvre & U.S. Bureau of Labor Statistics

Un tema ulteriore riguarda l’adeguatezza degli indicatori utilizzati per investigare queste dinamiche: il numero di dimissioni è la misura adatta da studiare, o dovremmo guardare anche ad altro? Per cominciare, dati di dettaglio sulle dimissioni non sono reperibili e questo rende difficile tenere conto di importanti elementi di eterogeneità. Ciò è particolarmente problematico in Italia, dove oltre il 20% dei lavoratori sono autonomi, il 16% sono assunti con contratti temporanei, e un altro 17% con contratti part-time. Questi lavoratori, ben più di coloro che hanno rapporti di lavoro standard e a tempo indeterminato, sperimentano incertezza circa la durata della loro occupazione (o vera e propria precarietà economica se la temporaneità è associata a un reddito basso) e ciò incide sulla loro offerta di lavoro e, quindi, eventualmente anche sulle dimissioni. Il numero assoluto delle dimissioni in un dato periodo, dunque, può fornire una rappresentazione distorta dell’atteggiamento che gli individui hanno nei confronti della propria occupazione.

Per ovviare a questo problema può essere utile analizzare i dati INPS sulle dimissioni per tipologia di contratto. Nel periodo 2019-2022 le dimissioni dei lavoratori a tempo indeterminato sono aumentate del 24%, decisamente meno di quelle dei lavoratori con contratti a termine o atipici (34%). In particolare, per alcune categorie di lavoratori atipici, le dimissioni sono aumentate in maniera eccezionale: +58% per gli stagionali e +86% per i lavoratori titolari di contratti in somministrazione tra il 2019 e il 2022. Le dimissioni degli under 30, già molto più alte rispetto alle altre fasce di età, dopo la pandemia, hanno raggiunto tassi record: nel triennio 2020-2022, in numeri assoluti, sono aumentate del 72%, a fronte di un aumento del 56% per la fascia 30-50 e del 30% per la fascia di età più matura. Quindi, la pandemia sembra essere stata anche in Italia, uno spartiacque, soprattutto per i lavoratori con contratti meno stabili e per i giovani. Le dinamiche in atto, però, non possono essere comprese a fondo guardando soltanto ai dati sulle dimissioni.

Tasso di dimissioni per classi di età, 2014-2022

Fonte: Elaborazione a partire da dati INPS du dimissioni e dati ISTAT su totale occupati dipendenti.

Il rapporto INAPP PLUS 2022 fornisce un’utile visione d’insieme che aiuta ad interpretare in modo più approfondito le recenti dinamiche del mercato del lavoro italiano. Prima di tutto, ad essere assunti con contratti a termine e atipici sono in misura sempre maggiore i giovani. L’analisi delle transizioni occupazionali evidenzia come solo pochi tra coloro che hanno cambiato lavoro dichiarano di preferire la nuova occupazione a quella precedente. In questo contesto, il numero di inattivi risulta essere in costante aumento: nel 2021 sono il 17% della forza lavoro. Infine, l’INAPP sembra escludere che il reddito di cittadinanza sia la causa dell’allontanamento dal lavoro: i percettori di questa misura sarebbero disponibili a lavorare per otto ore al giorno a milleduecento euro al mese, in maniera simile al resto della popolazione.

Quindi, la tesi del rimescolamento fisiologico post-pandemia non sembra sufficiente a spiegare da sola le recenti dinamiche osservate in Italia (e, probabilmente, in molti altri paesi). Occorre, infatti, tenere presente che alle dimissioni crescenti si affianca un elevato numero di inattivi e di lavoratori (in particolare giovani) titolari di contratti precari. Da un lato, ciò può facilitare il rimescolamento, aumentando il tasso di entrata/uscita dal mercato del lavoro nonché le transizioni da un’occupazione all’altra. Dall’altro, però, potrebbe segnalare una tendenza crescente a rifiutare, soprattutto da parte dei giovani, contratti che non garantiscano tempi e modi di vita adeguati. Se il contratto paga poco, oppure richiede troppe ore extra di lavoro, si potrebbe scegliere di attendere, e magari di formarsi, incrementando le possibilità di trovare un’occupazione migliore in futuro.

Motivazioni che hanno fatto lasciare l’ultimo impiego per titolo di studio, area geografica e genere, giovani inattivi o in cerca di occupazione 19-29 anni (%)

Fonte: Indagine INAPP Plus 2022.

I dati qui esaminati confermano come dietro fenomeni quali la crescita delle dimissioni, delle transizioni occupazionali e l’aumento del tasso di inattività possa celarsi un insieme variegato e complesso di motivazioni. L’impressione è durante la pandemia molti abbiano riconsiderato il loro rapporto con il lavoro. Lo stop forzato sembra aver reso più forte la necessità di conciliare tempi di vita e di lavoro di fronte, da una parte, all’incertezza del futuro, e dall’altra alla riscoperta del tempo libero dovuta alle restrizioni e alla crescita del lavoro da remoto. In questo senso, la diffusione del lavoro da remoto può aver rappresentato, per alcune categorie di lavoratori, l’occasione per sviluppare un rapporto più flessibile con il proprio impiego. 

D’altra parte, per le categorie più vulnerabili, la pandemia può aver acuito disagi e problematiche pregresse che potrebbero, in alcuni casi, spiegare la maggiore propensione alle dimissioni e, soprattutto, alla ricerca di una diversa condizione occupazionale. Se di lavoro si può morire da sempre, durante la pandemia questo aspetto è diventato molto evidente, soprattutto per i cosiddetti lavoratori essenziali. Lo mostrano Naticchioni e Di Porto (2022): un terzo dei casi di Covid e il 13% delle morti durante il primo lockdown sono dovute alla continuazione dell’attività nei settori essenziali. Dunque, se il lavoro non ti ama, perché amare il proprio lavoro? In questo senso, quelle che sono state chiamate in modo evocativo ‘le grandi dimissioni’ potrebbero essere il segnale di una presa di coscienza da parte dei lavoratori più fragili, come sottolinea Francesca Coin, ma anche una reazione alla mancanza di attenzione nei loro confronti da parte dei datori di lavoro. Presa di coscienza che potrebbe dar luogo a nuovi conflitti e rivendicazioni tesi a ottenere maggiori salari e migliori condizioni lavorative. 

La pandemia ha anche portato ad un aumento dei problemi di salute mentale connessi ad ansia e depressione. Secondo l’OMS, quei problemi sono aumentati del 25% dopo la pandemia, ma il dato si riferisce soltanto a comportamenti suicidari e autolesionisti e quindi sottostima il fenomeno. Più della metà degli italiani ha segnalato un peggioramento della propria salute mentale dopo la pandemia, ed economia e occupazione sono i due principali fattori scatenanti. Questo è vero soprattutto per i giovani: il 62% degli under 35 pensa al proprio benessere mentale molto o abbastanza, e il 40% degli adolescenti riporta di aver avuto problemi dopo la pandemia

Il nesso con il lavoro è presto fatto: il lavoro è l’elemento che genera maggiore stress e ansia, e i bassi salari e i contratti precari sono un fattore rilevante di insicurezza economica. Di fronte a questo, una parte dei giovani cambia lavoro, si “rimescola”. Ma un’altra parte, come si è visto sempre più consistente, scivola nell’inattività, cioè non lavora, non studia, non si forma. Si delinea, quindi, un inquietante collegamento tra salute mentale e grandi dimissioni dei giovani. Per alcuni di loro, la pandemia potrebbe aver rappresentato il definitivo passaggio dalla mancanza di alternativa alla mancanza di speranza.Come fenomeno in sé, le grandi dimissioni potrebbero effettivamente essere più contenute di quanto riportato dai media. Se è innegabile che ci sia stato un aumento repentino dei tassi di abbandono volontario del lavoro, rimane incerto se si tratti di un fenomeno eccezionale, o in linea con le condizioni tradizionalmente osservate nel mercato del lavoro. Di certo però – per i giovani – le ragioni delle dimissioni non sono più le stesse di quindici anni fa. È in atto un cambiamento culturale, verso la ricerca di maggiore benessere mentale e tempo per sé stessi. Questo cambiamento si traduce nel rifiuto di uno squilibrio eccessivo tra lavoro e vita privata, e quindi assume inevitabilmente dei connotati politici legati a salari e relazioni contrattuali. E produce un conflitto silenzioso, portato avanti sia da posizioni di forza che di debolezza, per opporsi a condizioni di lavoro ritenute non più accettabili.


* Il presente articolo amplia un nostro editoriale per la Fondazione Feltrinelli pubblicato il 28 aprile scorso https://fondazionefeltrinelli.it/il-conflitto-generazionale-per-il-lavoro/

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