ALL'INTERNO DEL

Menabò n. 175/2022

4 Luglio 2022

L’economia mondiale e l’Italia nell’attuale contesto globale: resoconto di una tavola rotonda all’Accademia dei Lincei
Paolo Paesani riflette sui rischi derivanti dalla gestione conflittuale di alcuni grandi problemi (cambiamento climatico, riorganizzazione del commercio internazionale, insicurezza alimentare e crisi energetiche) basandosi sulle relazioni presentate in una recente conferenza all’Accademia dei Lincei.
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Giorni fa, presso l’Accademia dei Lincei, si è tenuta una Tavola rotonda dedicata alle prospettive dell’economia italiana e internazionale, nel quadro attuale di crisi energetica e alimentare. L’incontro, organizzato da Annalisa Rosselli per il Centro “Beniamo Segre” dell’Accademia dei Lincei in collaborazione con la Società Italiana d’Economia, ha offerto l’occasione per riflettere su problemi di grande interesse, traendo spunto dalle Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia per il 2021. Quattro relatori, coordinati da Alberto Zazzaro (Presidente, Società Italiana di Economia) si sono alternati sul podio: Gianmarco Ottaviano (Università Commerciale L. Bocconi), Luca Salvatici (Università Roma Tre), Carlo Andrea Bollino (Università di Perugia), Lilia Cavallari (Ufficio parlamentare di bilancio).

Ottaviano, affrontando il tema del futuro delle relazioni economiche internazionali, ha invitato a riflettere sulla possibilità che la globalizzazione sperimentata negli ultimi decenni, in cui tutti commerciavano con tutti, possa lasciare il posto a una ri-globalizzazione selettiva, in cui blocchi di nazioni, omogenee dal punto di vista politico e istituzionale, commercino liberamente fra loro e molto meno liberamente con gli altri blocchi. Ciò avverrebbe per proteggere l’integrità degli approvvigionamenti e delle catene produttive, minacciate da rischi di natura geopolitica, economica, sanitaria come emerso negli ultimi anni. Lo stesso spirito di prudenza dovrebbe portare i paesi democratici a domandarsi se valga la pena continuare a rafforzare paesi molto meno democratici, dalla Cina alla Russia, commerciando liberamente con loro. L’urgenza di questa domanda aumenta se si considera il mutamento della struttura del commercio internazionale nel corso degli ultimi sessant’anni. Confrontando questa struttura nel 1960 (Fig.1), nel 1990 e nel 2020 (Fig. 2), con l’ausilio di tecniche di network analysis, emerge la diminuzione graduale del peso delle “democrazie” come centro del commercio internazionale a favore di paesi a democrazia limitata o autocratici, come la Cina.

Figura 1: Il commercio internazionale nel 1960

Fonte: https://www.visualcapitalist.com/wp-content/uploads/2022/02/trading-partners-1960.html

Figura 2: Il commercio internazionale nel 2020

Fonte https://www.visualcapitalist.com/wp-content/uploads/2022/02/trading-partners-1960.html

La speranza che la globalizzazione avrebbe portato dal libero scambio a libere elezioni politiche non si è avverata e sembra anzi volgere verso l’opposto. Nel 2005 circa 50% della popolazione mondiale viveva in un’autocrazia e circa 50% in una democrazia. Nel 2021, circa 75% vive in un’autocrazia e solo il 25% in una democrazia. Oggi le autocrazie rappresentano oltre il 30% della produzione mondiale da meno del 15% nel 1989. Il valore di mercato combinato delle loro società quotate è il 30% del totale mondiale dal 3% nel 1989. Dalla metà degli anni Novanta, la loro quota delle domande di brevetto mondiali è aumentata dal 5% a oltre il 60% (Fonte, presentazione Ottaviano).

Al netto dei limiti di un’analisi basata sulla distinzione dicotomica tra democrazia e autocrazia, il problema di come riorganizzare le relazioni economiche e il commercio internazionale resta sul tavolo insieme ai limiti di un assetto per blocchi politicamente omogenei, quale sembra delinearsi nei prossimi anni, di fronte a sfide di portata globale dal cambiamento climatico e la pandemia, dalla povertà all’emergenza alimentare.

A quest’ultimo tema, e in particolare all’impatto della guerra in Ucraina sulla sicurezza alimentare, Salvatici ha dedicato la sua relazione. Anche in questo caso il confronto tra passato e presente offre utili spunti di riflessione per analisi di scenario. Tra il 2006 a oggi i prezzi dei cereali e dei fertilizzanti hanno registrato due impennate prima del rialzo attuale, la prima nei mesi intorno al gennaio del 2008, la seconda, di entità più modesta, nel corso del 2011. In entrambi i casi, all’aumento è seguito un significativo sostanziale declino che si è interrotto nel gennaio del 2020 (Fonte Banca Mondiale, US Bureau of Labor Statistics).

La differenza principale fra quest’ultima fase e le due precedenti riguarda l’identità dei paesi epicentro della crisi. Russia e Ucraina coprono una quota molto rilevante della produzione e degli scambi mondiali di alcune materie prime alimentari (in particolare Semi di girasole, Olio vegetale, Frumento, Orzo) e di fertilizzanti. Le devastazioni che sta subendo il territorio ucraino, l’assenza di prospettiva di una fine del conflitto a breve termine, le incertezze che circondano la ricostruzione e la possibilità di riattivare gli scambi, per non parlare delle pesanti difficoltà che dovrà fronteggiare la Russia, sull’orlo del default finanziario, preda di fragilità strutturali, sul piano economico e demografico, fanno presagire il perdurare del rialzo dei prezzi agricoli e dei fertilizzanti.

Questi rincari colpiscono in modo particolare larghe aree dell’Africa settentrionale, la Turchia e il Medio oriente, i paesi asiatici ex repubbliche sovietiche lungo la via della Seta (Fig. 3). In conseguenza, molti di questi paesi, già fragili prima della crisi alimentare, sperimenteranno tensioni crescenti sul piano interno e su quello regionale, con conseguente aumento dei rischi di frattura di cui ha parlato Ottaviano. In questo contesto, diventa essenziale il ruolo delle politiche economiche per fronteggiare la crisi alimentare.

Figura 3: Vulnerabilità a variazioni nel prezzo dei beni alimentari

Fonte https://www.economist.com/briefing/2022/05/19/a-world-grain-shortage-puts-tens-of-millions-at-risk

Parafrasando il titolo di un famoso film western, Salvatici ha proposto una classificazione tra politiche buone, brutte e cattive. Cattive sono le politiche autarchiche, che inseguono l’illusione della completa autosufficienza alimentare in un mondo in cui tutti i paesi dipendono in maniera crescente da altri paesi per il proprio approvvigionamento calorico. Brutte sono le politiche di emergenza, che senza interrompere il commercio internazionale utilizzano strumenti (controlli dei prezzi, accumulazione di scorte pubbliche, sussidi e compensazioni dirette) che la fiducia nel laissez faire sembrava aver relegato al passato. Buone sono le politiche flessibili, come quelle nel campo dei bio-carburanti, che permettono di affrontare situazioni di emergenza senza perdere quanto di buono acquisito in passato.

Il tema delle politiche ha occupato un ruolo centrale anche nella relazione di Bollino, dedicata ai temi della sicurezza e della diversificazione energetica. I dati da cui partire per valutare i rischi per l’economia mondiale in questo settore sono l’andamento delle emissioni di CO2 e la quota di energia elettrica da fonti rinnovabili (Fig. 4). Nei paesi sviluppati, le emissioni si sono stabilizzate e danno segni di leggera diminuzione, più lenta soprattutto negli USA e in Giappone di quanto richiesto dagli obiettivi. Nelle economie emergenti, le emissioni stanno aumentando e la quota prevista di produzione di energia da fonti rinnovabili pur prevista in aumento resta sensibilmente al di sotto del 25% verso il quale si sta muovendo l’Europa.

Figura 4: Emissioni annuali di CO2 da fonti fossili

Fonte. https://ourworldindata.org/co2-emissions

In questo scenario, le tensioni sui prezzi dell’energia da fonti non rinnovabili, petrolio in testa, sono destinate a perdurare, con ricadute negative in termini di inflazione, aumento delle disuguaglianze e dell’insicurezza energetica, sia per i paesi più fragili che per le economie più avanzate. La recente esperienza dell’Italia in questo senso è emblematica. Tra il 2020 e il 2022 (primi cinque mesi), il prezzo medio dell’energia sul mercato elettrico è passato da 39.92 euro / MWh a 244.6 euro / Mwh (Fonte mercato elettrico) con un aggravio nella spesa mensile per energia di 2.8 miliardi al mese, pari a 14 miliardi l’anno. Il governo italiano ha stanziato una cifra simile per la riduzione delle accise sui carburanti dando un sollievo alle famiglie e alle imprese italiane che si è rivelato transitorio ora che il prezzo della benzina ha di nuovo superato la soglia dei 2 euro al litro.

Per circoscrivere l’entità del problema è urgente che l’Italia, l’Europa e il mondo intero, almeno la parte di esso che è in grado di farlo, accelerino sui programmi d’investimento nelle rinnovabili, colmando almeno in parte lo scarto fra la situazione a “legislazione corrente” e gli ambiziosi obiettivi che il mondo si è dato. Nell’immediato, le fratture nelle catene di approvvigionamento globale, i problemi logistici, la scarsità di alcune materie prime, aumentano l’incertezza e rendono più difficile programmare investimenti ambiziosi. Anche da qui, nascono le proposte di riattivare transitoriamente produzione energetiche più tradizionali per allentare le tensioni in atto e creare le condizioni per una ripartenza più vivace nei piani d’investimento privati e pubblici negli anni a venire.

Questa possibilità va ovviamente analizzata nel quadro macroeconomico e di finanza pubblica, tema della relazione di Cavallari. L’Italia e l’Europa stanno sperimentando gli effetti di uno shock negativo d’offerta che provoca tensioni inflazionistiche, rallentamento della ripresa, rischi crescenti di stagnazione. Fino ad ora, la politica monetaria accomodante della BCE insieme alla sospensione del Patto di Stabilità e Crescita e del Fiscal Compact hanno permesso di tenere la situazione sotto controllo come rilevato, fra gli altri, dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio.

L’attuale ripresa dell’inflazione, in termini di livello e di persistenza, la fine della politica monetaria espansiva, il rallentamento nei tassi di crescita, che restano ancora positivi, l’acuirsi delle tensioni nel mercato del lavoro con le ricadute negative che ciò comporta sui saldi di bilancio e sui rischi di sostenibilità dei debiti pubblici rappresentano il problema principale che le autorità europee dovranno affrontare nel momento in cui affronteranno il tema del ritorno delle regole fiscali.

In questo campo, sarà essenziale che le autorità europee trovino il modo di implementare un federalismo pragmatico capace di creare spazio fiscale dove possibile, preservando sostenibilità finanziaria e riducendo i rischi di azzardo morale. In questo senso, sarebbe importante, secondo Cavallari, far sì che ogni paese possa presentare piani di aggiustamento di bilancio, modulati sulla base delle proprie condizioni macroeconomiche, finanziarie e di finanza pubblica secondo il modello PNRR. In parallelo, sarà necessario identificare nuove fonti di risorse proprie a livello europee e nuove forme di prestito, i proventi dei quali andranno distribuiti secondo i bisogni nazionali e gli obiettivi comuni (modello RRF).

Alcuni elementi comuni emergono dalle relazioni di Ottaviano, Salvatici, Bollino e Cavallari. I problemi che stiamo sperimentando hanno radici antiche e profonde. L’esposizione al rischio d’insicurezza alimentare per molti paesi, il ritardo nel raggiungimento degli obiettivi ambientali, la restrizione degli spazi di libertà e di democrazia e tensioni geopolitiche crescenti a livello globale erano lì anche prima che la Russia invadesse l’Ucraina. Lo stesso vale per la presenza di grandi imprese multinazionali capaci di esercitare potere economico/tecnologico al di là delle frontiere nazionali, anche se di questo le quattro relazioni non hanno parlato. Lo scoppio della guerra ha acuito tensioni preesistenti e reso più urgente la necessità di porvi rimedio prima che la situazione degeneri, tenendo conto della natura dei problemi in campo e della necessità di modulare strategie di breve, medio e lungo periodo per affrontarli.

Questi problemi possono essere affrontati con strumenti diversi, che i singoli paesi o le unità politiche sovranazionali di cui fanno parte possono manovrare in maniera unilaterale o multilaterale. Alcuni di questi strumenti, dai controlli diretti sui prezzi, all’accumulazione di scorte strategiche non si vedevano da tempo. La loro adozione segnala il ritorno degli Stati come attori economici, ammesso che se ne fossero mai andati. Questo ritorno ha, in molti casi, l’aspetto di un dietrofront parziale rispetto al periodo in cui l’azione pubblica ha accompagnato la disarticolazione del lavoro, la privatizzazione della conoscenza e dei beni pubblici, la finanziarizzazione, la compromissione dell’ambiente.

L’azione unilaterale degli Stati è comprensibile sul piano delle motivazioni (urgenza, emergenza, sicurezza nazionale) ma rischiosa per le nuove tensioni tra le nazioni che può innescare e poco efficace di fronte a problemi di portata globale. Un intervento miope, finalizzato a preservare lo status quo può facilmente creare le premesse per nuove crisi e futura instabilità. Agire in maniera multilaterale, cercando soluzioni condivise nell’interesse di paesi molto diversi fra loro, è più difficile ma è l’unica strada che può allontanarci da questo scenario. Tra questi due estremi, c’è ovviamente la soluzione intermedia delle soluzioni condivise a livello regionale, tra nazioni omogenee dal punto di vista economico, politico e istituzionale. I relatori si sono trovati d’accordo sul fatto che questa soluzione intermedia, la più plausibile nel breve-medio termine, presenta opportunità e rischi potenziali, con i secondi prevalenti sui primi.

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