Uno degli aspetti più suggestivi dell’enciclica è il ricorso alla metafora biblica di Babele. Tradizionalmente Babele viene interpretata come il simbolo dell’arroganza umana. Leone XIV introduce una lettura ulteriore. Babele rappresenta una falsa unità costruita sull’uniformità, sulla concentrazione del potere e sull’illusione dell’autosufficienza. Il problema non è soltanto la superbia. È la pretesa che una società possa essere ordinata attorno a un unico principio, a un solo criterio di valore, a una sola direzione di sviluppo.
È difficile non riconoscere in questa immagine alcune delle tentazioni che accompagnano la rivoluzione digitale contemporanea. L’efficienza, la prevedibilità e l’ottimizzazione tendono a presentarsi come criteri universali di organizzazione della vita collettiva. Ma una società non coincide mai interamente con ciò che può essere misurato.
A questa immagine Leone XIV contrappone la figura di Neemia e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme.
| Babele | Gerusalemme (Neemia) |
| Uniformità | Comunione |
| Concentrazione del potere | Partecipazione |
| Autosufficienza | Responsabilità condivisa |
| Omologazione | Pluralità |
| Potere opaco | Costruzione istituzionale |
| Dominio | Bene comune |
La scelta di Neemia è significativa. L’enciclica non richiama la Pentecoste, dove l’unità è dono. Richiama invece una comunità che ricostruisce pazientemente il proprio spazio comune dopo una frattura storica: Neemia non si limita a denunciare le rovine. Organizza il lavoro, distribuisce i compiti, coordina responsabilità differenti e affida a ciascuno una parte della costruzione.
In questa prospettiva la partecipazione assume un significato che va oltre la sfera economica. Partecipare significa contribuire alla costruzione di un mondo condiviso. Per questa ragione la questione dell’intelligenza artificiale non può essere affrontata soltanto come un problema tecnologico. La domanda decisiva non è quali strumenti saremo in grado di sviluppare, ma quali istituzioni saremo capaci di costruire affinché tali strumenti restino al servizio della dignità umana.
Le mura di Gerusalemme diventano così la metafora delle istituzioni necessarie a proteggere la libertà, la pluralità e la partecipazione nell’era digitale.
Non basta denunciare la nuova Babele tecnologica. Occorre chiedersi quale tratto di muro ciascuno è chiamato a ricostruire. Questa immagine introduce un ulteriore elemento di riflessione. Le grandi trasformazioni storiche non vengono governate soltanto attraverso regole e istituzioni. Richiedono anche una capacità condivisa di immaginare il futuro che si desidera costruire, perché senza un progetto non esiste alcun cantiere.
Costruire senza garanzie: l’incertezza come spazio della libertà. Forse è proprio qui che l’enciclica rivolge agli economisti la sua provocazione più inattesa. La cultura contemporanea tende a considerare l’incertezza come un problema da eliminare. L’obiettivo diventa prevedere meglio, controllare meglio, ottimizzare meglio. La stessa rivoluzione digitale viene spesso presentata come una progressiva riduzione dell’imprevedibilità attraverso una capacità sempre più sofisticata di raccogliere informazioni, elaborare dati e anticipare comportamenti.
Eppure, ogni esperienza autenticamente umana nasce dentro l’incertezza: se il futuro fosse interamente scritto, non esisterebbero né libertà né responsabilità. Esisterebbe soltanto il destino.
La storia economica stessa è una storia di decisioni prese in condizioni di radicale incertezza. Nessun innovatore, nessun imprenditore, nessun ricercatore, nessun costruttore di istituzioni ha mai agito disponendo di una conoscenza completa del futuro. Neemia stesso non sapeva se Gerusalemme sarebbe tornata a essere una città prospera. Sapeva soltanto che la ricostruzione doveva cominciare.
L’incertezza non è soltanto un limite della nostra conoscenza. È la condizione che rende possibile la creatività, la scoperta e il cambiamento storico. Per questo la speranza non coincide con l’ottimismo. Non è una previsione favorevole. Non è una stima probabilistica del successo. È la capacità di orientare l’azione verso un bene che non possiamo garantire e che tuttavia riteniamo degno di essere perseguito.
In questo senso la speranza rappresenta una categoria sorprendentemente vicina a ciò che le grandi tradizioni economiche avevano compreso quando parlavano di aspettative, fiducia e investimento nel futuro. E molte delle trasformazioni che oggi consideriamo decisive sono nate proprio da questa disponibilità ad agire in assenza di garanzie. Le istituzioni democratiche, i sistemi di protezione sociale, i grandi investimenti pubblici, le stesse innovazioni che hanno cambiato il mondo sono stati avviati da persone che non potevano sapere se il loro progetto avrebbe avuto successo.
Costruire significa assumersi una responsabilità verso un futuro che non possiamo controllare. Ed è precisamente questa responsabilità che distingue la speranza dalla semplice previsione.
Costruire per chi verrà dopo di noi. Per secoli la civiltà occidentale ha descritto il progresso attraverso l’immagine dei nani sulle spalle dei giganti. Vediamo più lontano perché altri hanno costruito prima di noi.
L’enciclica invita però a una riflessione ulteriore. Ogni generazione eredita opere, conoscenze e istituzioni costruite da chi l’ha preceduta. Ma la responsabilità non si esaurisce nell’ereditare. Consiste nel continuare a costruire e nel trasmettere ad altri la possibilità di fare altrettanto.
Questa responsabilità riguarda non soltanto il patrimonio materiale che lasciamo alle generazioni future, ma anche il patrimonio di opportunità, conoscenze, relazioni e possibilità umane che rendono una società capace di rinnovarsi.
Da questa prospettiva, la povertà assume un significato ancora più ampio. Non è soltanto privazione di reddito o di beni materiali. È anche privazione di possibilità future. Ogni talento che non trova occasione di svilupparsi, ogni capacità che rimane inutilizzata, ogni persona esclusa dalla partecipazione alla vita della comunità rappresenta una perdita che non riguarda soltanto il presente.
Riguarda anche il futuro che non verrà costruito: le idee che non nasceranno, le innovazioni che non saranno sviluppate, le relazioni che non verranno create, le opere che non troveranno chi possa realizzarle costituiscono una forma di impoverimento spesso invisibile ma non per questo meno reale.
Forse non casualmente, in questi stessi anni la Sagrada Família continua ad avanzare verso il completamento. Essa offre un’immagine suggestiva di questa responsabilità. Un’opera iniziata da chi sapeva di non poterla vedere conclusa. Un cantiere che attraversa generazioni. Una costruzione che richiede la cooperazione di persone che non si incontreranno mai. In questo senso la Sagrada Família rappresenta quasi una contro-Babele. Non una torre costruita per conquistare il cielo, piuttosto un’opera costruita nella consapevolezza tanto del proprio limite, quanto della propria scommessa.
Le società non avanzano perché eliminano l’incertezza. Avanzano perché qualcuno accetta di iniziare opere che altri completeranno. È una lezione che vale per le cattedrali, per le istituzioni, per la conoscenza e per la stessa convivenza democratica. Ogni generazione riceve un cantiere incompiuto e lo consegna, a sua volta, a chi verrà dopo.
Ma forse non siamo chiamati soltanto a costruire. Siamo chiamati anche a coltivare. Come il giardiniere che prepara un terreno sapendo che non tutti i frutti matureranno durante la sua stagione, così una società responsabile investe in capacità, conoscenze e relazioni che potranno fiorire soltanto nel futuro. La domanda decisiva non è se riusciremo a completare l’opera. È se sapremo consegnare a chi verrà dopo di noi un terreno più fertile e un cantiere più solido di quelli che abbiamo ricevuto.
Una responsabilità da recuperare. Per questo il contributo più importante di Magnifica Humanitas sembra essere il richiamo a quella che potremmo definire una responsabilità normativa: la responsabilità di esprimersi sul tipo di futuro che desideriamo costruire.
Una responsabilità che l’enciclica descrive come compito condiviso di credenti e non credenti, economisti e tecnologi, imprenditori e decisori politici, di chiunque partecipi alla costruzione delle istituzioni che plasmeranno il XXI secolo.
L’enciclica ricorda, in particolare agli economisti, che nessuna scelta economica è veramente neutrale. Decidere di privilegiare l’efficienza, accelerare l’innovazione o affidare determinate decisioni al mercato significa già assumere una posizione normativa. Anche la definizione di ciò che viene considerato neutrale implica una scelta: significa stabilire che cosa merita attenzione e che cosa può rimanere sullo sfondo.
D’altro canto, nessuna società può vivere di sola efficienza. Nessuna tecnologia può indicare da sola i fini che dovrebbe servire. Nessun algoritmo può decidere quale forma di convivenza meriti di essere perseguita. Queste restano domande umane.
Ed è forse proprio qui che gli economisti hanno qualcosa di distintivo da recuperare e da offrire: la capacità non soltanto di analizzare il mondo esistente, ma di partecipare alla costruzione di immagini condivise del futuro.
Per molto tempo l’economia è stata anche questo. Non soltanto una scienza dell’allocazione delle risorse, ma una riflessione sulle istituzioni, sulla convivenza e sulle condizioni che permettono alle persone di sviluppare le proprie capacità e contribuire al bene comune.
Forse la sfida posta da Magnifica Humanitas consiste nel ricordarci che il compito di una società non è semplicemente amministrare ciò che esiste. È costruire ciò che ancora manca. Ed è coltivare ciò che ancora non si vede.
Perché il problema decisivo del XXI secolo potrebbe non essere soltanto quello di chi governa il cambiamento. Potrebbe essere se siamo ancora capaci di prenderci cura del mondo che stiamo costruendo insieme e di consegnarlo, più ricco di possibilità, a coloro che verranno dopo di noi.