ALL'INTERNO DEL

Menabò n. 263/2026

16 Luglio 2026

Memorie, fra Togliatti e dintorni

Danilo Di Matteo muove dalla considerazione che la rivoluzione d’ottobre fu un evento di libertà, che naufragò presto, anche per il riemergere di tendenze di “lunga durata”. Il Pci, il “partito nuovo” di Togliatti è riuscito a tessere una trama formidabile di relazioni, rivelatesi preziose, ad esempio, durante i lavori dell’Assemblea costituente, e si tratta anche di relazioni sociali, in particolare con i ceti medi. Pertanto il lascito del “Migliore” non si esaurisce nel "Memoriale di Yalta". L’idea di democrazia progressiva resta attuale perché pone l’attualissima "questione democratica".

Discussi telefonicamente, poco prima che ci lasciasse, con Salvatore Veca sul rapporto tra Oriente e Occidente: l’Ovest, la Russia, la Cina. La questione che ponevo era pressappoco la seguente: se Marx era un degno figlio dell’Occidente, chi era Lenin? E perché sia Mosca sia la Repubblica popolare di Pechino, in forme diverse, somigliavano più alle satrapie orientali che a eventi di liberazione del proletariato urbano e rurale? Lenin, mi disse il compianto Salvatore, era un occidentalista, non uno slavofilo. A maggior ragione, dunque, avrebbe potuto imprimere al nuovo Stato il ruolo di ponte tra Oriente e Occidente. Ma non credeva proprio nel Parlamento e negli ordinamenti liberali, considerati solo come borghesi. A mio avviso, dissi al filosofo, l’atto di morte della rivoluzione dei soviet era coinciso con lo scioglimento a mano armata, nel gennaio 1918, dell’Assemblea costituente, eletta a fine novembre, con una schiacciante maggioranza dei socialrivoluzionari, votati dai contadini, e con i bolscevichi fermi a 175 seggi su 707. Ecco, fu quella la caduta, fu quello il sintomo della malattia e la fine del sogno di libertà e di giustizia: i soviet non riuscivano a coniugarsi con le istituzioni democratiche. E il socialismo o è democratico e liberale o non è.

Salvatore e io, così, evocammo lo storico Braudel e le tendenze di “lunga durata” della storia. Un grappolo di idee, di linee guida e di costanti che si ripropongono lungo i secoli, a dispetto dei mutamenti di regime e delle rivoluzioni. Ecco, nel caso dell’impero russo, tale grappolo comprende l’autocrazia e un governo dispotico, dagli zar a Lenin, fino a Stalin e a Putin.

L’ottobre ’17 resta un evento: un evento non necessario e almeno in parte inopinato; dunque, come direbbe Giacomo Marramao, un evento di libertà. Giacché la libertà, oltre che di principi e di valori, si nutre proprio di eventi (si guardi alla rivolta degli schiavi guidata da Spartaco, tra il 73 e il 71 a.C., contro il dominio romano). E il Novecento è stato il secolo, insieme, del comunismo e della socialdemocrazia, la vera utopia concreta. Con il sogno, tuttavia, trasformato in incubo, nel primo caso. E con la socialdemocrazia che stenta a proporre una propria versione in sintonia con un mondo ormai globale, con la modernità-mondo e non più (solo o prevalentemente) nazione.

La filosofia della storia, scriveva Biagio de Giovanni, si è infranta sullo scoglio della vita, con i suoi chiaroscuri e la sua complessità. Non vi è affatto un’onda travolgente orientata verso la liberazione dell’umanità.

E Palmiro Togliatti? Non solo ha contribuito all’elaborazione della Carta costituzionale, ma, in quella stessa temperie, con la conferenza di Reggio Emilia sul Ceto medio e Emilia rossa, ha donato alla sinistra, come dire?, un’altra bussola di lunga durata. Tradirla sancirebbe il suo suicidio. In una battuta: rispetto alla tragedia ungherese del ’56, aveva visto giusto il grande Giuseppe Di Vittorio. Rispetto all’articolazione della società italiana, invece, la ragione era dalla parte di Togliatti. In quella conferenza – e nel relativo libretto – il riferimento era all’articolazione del mondo rurale, naturalmente: fittavoli, braccianti, mezzadri, coltivatori diretti e piccoli proprietari terrieri in generale. Ma in seguito il Pci, e non solo in Emilia, seppe tessere una trama di alleanze anche con i ceti medi urbani: dagli artigiani e i commercianti ai piccoli e medi imprenditori fino ai tecnici e ai “colletti bianchi”. Per non dire di insegnanti e impiegati. Lavoratori, in quanto persone che vivevano prevalentemente del proprio lavoro, ma, non di rado, nello stesso tempo risparmiatori e titolari di capitali da reinvestire. Tanto che nei primi anni Ottanta anche il Pci berlingueriano evocò un sano “patto dei produttori”. 

Dopo il celeberrimo inserto de l’Unità del dicembre 1983 (per me un vero e proprio momento formativo, a proposito del Pci berlingueriano) dedicato a “1984”, l’utopia negativa di George Orwell, un altro inserto del quotidiano ha rappresentato una tappa cruciale per la mia crescita politica. Titolo: “Togliatti, che cosa ci ha lasciato”. Vent’anni erano trascorsi dalla morte del “Migliore”, il 21 agosto 1964. Era da poco morto anche Enrico Berlinguer, ed era Alessandro Natta, il nuovo segretario del Pci, ad aprire la riflessione. Appresi così l’idea-forza della democrazia progressiva: si trattava di lavorare con tenacia per trasporre nella vita del Paese i principi della Costituzione, attuandone il dettato, di estendere le basi della democrazia italiana, di tradurre nella vicenda quotidiana di milioni di donne e di uomini in carne e ossa quelli che a lungo erano stati considerati da una porzione consistente del movimento operaio come i diritti astratti e fumosi delle “democrazie borghesi”. I lavoratori, insomma, erano chiamati a partecipare e a farsi coinvolgere nella vita democratica, concepita come lo spazio per affermare gradualmente e progressivamente le istanze di giustizia sociale e di eguaglianza. Si trattava di spostare la democrazia “dal cielo sulla terra”, di “incarnarla”. E ciò, in maniera del tutto naturale, si legava alla nozione della “via democratica al socialismo”: il socialismo come espressione e frutto dell’estensione della democrazia. Rispetto pieno delle “forme” della democrazia, dunque, e, insieme, affermazione graduale di una “democrazia sostanziale”. 

Un tale processo poteva realizzarsi – ecco uno dei punti decisivi della visione togliattiana e poi, in gran parte, anche berlingueriana – attraverso il concorso delle grandi forze popolari, a iniziare dai partiti di massa. Concorso e, eventualmente, convergenza. Ero poco più che un bambino, ma tale aspetto confliggeva con l’idea che già avevo dell’alternanza – sul modello del Labour, dell’Spd o della gauche guidata da François Mitterrand – come momento cruciale per le democrazie. Quella stessa alternanza che proprio il Pci consentiva di realizzare tante volte a livello locale. 

Eppure oggi l’esperienza ci insegna che nemmeno “l’alternanza” rappresenta il toccasana della democrazia. Come dire, anch’essa, pur importantissima, andrebbe relativizzata, a favore di un sano, equilibrato e più generale sistema di pesi e contrappesi. I quali non andrebbero intesi solo come equilibrio e correttezza dei rapporti tra Parlamento, Esecutivo e Magistratura, bensì anche come forme di partecipazione e di coinvolgimento dei cittadini nella vita dei quartieri, delle scuole, delle imprese. È, tra l’altro, il grande tema della democrazia economica. E si tratta, più in generale, di individuare i modi per provare a colmare quel deficit democratico per il quale i luoghi reali delle decisioni che contano si situano sempre più in un “altrove” rispetto alle istituzioni; un “altrove” che tende a sottrarsi alle dinamiche democratiche. Detto altrimenti: le autorità (legittime) tendono a essere quasi prive di potere, mentre, per contro, vi sono forme di potere prive di legittimità democratica e, in tal senso, di autorità-autorevolezza. 

Torniamo a Togliatti. Con versioni diverse, riemergono puntualmente, come fiumi carsici, le accuse di “cinismo” e di “machiavellismo”. Come se dietro le sue intuizioni più folgoranti – si guardi, lo scrivevo poco fa, alla conferenza di Reggio Emilia del settembre 1946 “Ceto medio e Emilia rossa” – e dietro il contributo formidabile del Pci all’elaborazione della Carta fondamentale dello Stato, ci fosse, a tutti i costi, una sorta di “secondo fine” (lo si chiami “doppiezza” oppure no) o, comunque, una concezione strumentale della democrazia. Non era così. Vi era piuttosto, questo sì, la consapevolezza dell’importanza del partito, della sua organizzazione, del suo radicamento. Consapevolezza propria anche degli altri grandi soggetti politici, ma nel Pci più forte in quanto, ad esempio, escluso dal governo nazionale. Quasi solo sul partito, sulla sua forza e su quella delle organizzazioni a esso legate il Pci poteva far leva. Quella “ragion di partito”, che si esprimeva in altri sotto forma di clientele, collusione con mille interessi privati, sottogoverno – spesso, in realtà, come “ragion di corrente” –, era nel Pci focalizzata in gran parte sul partito stesso, in quanto interprete degli interessi dei lavoratori e dei deboli, per il consolidamento, in definitiva, della democrazia.

Insomma, forse ora riesco a comprendere meglio quel che Togliatti ci ha lasciato: grazie soprattutto a lui ci siamo posti la questione democratica, attuale e decisiva più che mai.

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