ALL'INTERNO DEL

Menabò n. 179/2022

1 Ottobre 2022

Minimo di movimento, massimo di turbolenza

Minimo di movimento, massimo di turbolenza
Alfio Mastropaolo sostiene che le elezioni del 25 settembre le ha vinte la destra perché ha unificato le sue tre componenti. Le tre componenti dello schieramento opposto hanno preferito litigare. La destra a guida Meloni ha sopraffatto quella a guida Salvini. Entro lo schieramento opposto c’è un consolidamento dello componente pro-market, ma anche della componente pro-welfare impersonata dai Movimento 5 Stelle a guida Conte. È eccessivo supporre che il Pd abbia sbagliato strategia?
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Minimo di movimento, massimo di turbolenza. Aggravata da un’infame legge elettorale, che, tra tanti vizi, lascia alle dirigenze dei partiti la scelta di candidati e eletti. Fra l’altro promuovendo in gran copia paracadutaggi di candidati oltraggiosi verso le comunità locali. La prima turbolenza è l’incremento dell’astensione. Il trend è iniziato nei prima anni ’90, ma 10 punti in una botta fanno impressione. Allarmano i dati dell’astensione meridionale. Il decadimento produttivo alimenta disoccupazione e povertà, ma consuma pure quelle reti di socialità – impropriamente ridotte tutte a clientelismo – che hanno a lungo innervato l’elettorato meridionale e l’hanno fatto partecipare alla vita del paese. Un altro dato, offerto dalle analisi dei flussi, che indica qualcosa è la maggior tendenza ad astenersi degli elettori del Pd e del M5S rispetto a quelli dei partiti di destra. 

Minimo movimento, invece, e massima turbolenza nelle scelte di voto. La stanzialità degli elettori è un fenomeno non solo italiano. Ma è relativa. Se gli schieramenti sono reciprocamente impermeabili, entro ciascuno l’instabilità è considerevole. Quantunque fuori dalle competizioni elettorali convivono pacificamente, gli elettori in Italia si dividono, a usare parole grosse, secondo due antropologie alternative, entrambe molto irrequiete. Guardiamo a destra. A fine 2011 era stato licenziato il governo Berlusconi IV ed era subentrato il governo Monti. Per il centrodestra le elezioni del 2013 furono una sfida durissima: vuoi per i termini del licenziamento, preteso dall’UE, vuoi per le traversie personali e giudiziarie di Berlusconi e di Bossi. I suoi elettori decaddero al 37,5 %. Non andrà meglio alle europee del 2014, né alle politiche del 2018. Nel momento più critico, tra le elezioni del 2013 e del 2018, molti elettori si rifugiarono provvisoriamente sotto le insegne di un raggruppamento ambiguo come il Movimento 5 Stelle (M5S), in parte, solo nel 2013 e in misura più ridotta, presso la lista guidata da Monti e in altra parte infine si astennero. Alle europee del 2014 ne beneficiò anche il Pd, rischierato da Renzi verso destra. Il recupero, di quasi 15 punti, avrà luogo alle europee del 2019 (49,5), grazie al successo personale di Salvini. Che però si consumerà in poco tempo a beneficio di Fratelli d’Italia (FdI). Per spiegare quest’ultima redistribuzione c’è da scegliere tra due opzioni, non incompatibili: la collocazione all’opposizione del partito di Meloni, che con coerenza ha contrastato tutti i governi della legislatura, oppure il rapido appannamento della leadership di Salvini, al tempo del governo Conte I e ancor più al momento della sua caduta. 

Meno brillante, ma altrettanto stabile nel tempo e altrettanto turbolento, è il destino del centrosinistra. La cui componente Pd vanta una parabola di declino risalente al 2008, con un’effimera interruzione in occasione delle europee del 2015. Il partito “a vocazione maggioritaria” ha in tre lustri quasi dimezzato il suo seguito. Il declino però ha trovato da ultimo compenso nella suddivisione del centrosinistra in tre ali. Insieme al Pd, che comunque grazie a Enrico Letta ha assorbito senza danni la scissione provocata da Renzi, vi sono Azione-Italia Viva (A-IV) e il M5S. Le analisi dei flussi mostrano come l’8% di A-IV il 25 settembre scorso sia stato alimentato per lo più da elettori provenienti dal Pd, da cui del resto proviene uno dei due dioscuri che lo guidano: è il segno del rafforzamento della destra della sinistra, finora contenuta entro il Pd, ma che così ha assunto autonoma consistenza. Dal lato opposto, il M5S, una volta abbandonato il precedente posizionamento ambiguo, si è con decisione ricollocato a sinistra, donde proveniva il suo seguito elettorale originario (specie da Italia dei Valori di Di Pietro). Dopo il boom del 2018, quando ha raggiunto il 32,7%, i sondaggi non hanno smesso di annunciarne il drammatico ripiegamento. Ma il 25 settembre il M5S ha registrato un’inattesa rimonta, fino al 15%, per lo più proprio grazie al segmento di elettorato che proveniva da sinistra. 

A guardare la dislocazione territoriale del voto i rapporti di forza tra destra e centrosinistra sono alquanto diversi e il confine tra i due elettorati appare più permeabile. È significativa l’avanzata della destra a trazione FdI nel centronord, soprattutto a spese della Lega. Che pure godeva della reputazione di partito ben organizzato e radicato, grazie alla sua robusta presenza nelle amministrazioni locali. Quanto allo schieramento opposto: le discrete percentuali ottenute da A-IV hanno ridotto i danni nel centronord, mentre nel Mezzogiorno, oltre al lieve recupero del Pd, i danni li ha ridotti il M5S. Il cui andamento è molto sensibile alle condizioni economiche delle diverse regioni. A Nord le regioni in cui va, lievemente, meglio sono Piemonte e Liguria: le più malmesse. Scendendo da nord verso sud, il voto al M5S cresce tende a crescere, testimoniando il disagio delle “regioni che non contano”. 

È molto difforme anche l’andamento del voto per ampiezza demografica dei comuni. Se nelle grandi città il Pd tiene le posizioni e A-Iv registra risultati lusinghieri, nei piccoli comuni la destra è in condizioni di gran lunga più favorevoli. Per semplificare, il successo della destra è in parte imputabile al contrasto tra provincia e centri urbani: un po’ contano le condizioni socioeconomiche, ma un po’ contano pure i fattori culturali. 

Azzardiamo una semplificazione. Nella lunga e faticosa trasformazione indotta dal decadimento del capitalismo industriale è in atto una svolta. Dal punto di vista elettorale, questo decadimento l’ha inteso soprattutto la destra che, nella sua tripla articolazione, dà voce a quei segmenti di popolazione che riescono a salvarsi, anche se con molte varianti: alcuni brillantemente, altri con più fatica e altri molto inquieti per il proprio futuro. L’appello xenofobo della destra ha infine persuaso nel centronord una quota, modesta, di perdenti. Chi tra i salvati sta meglio, la quota metropolitana, si è ritrovato nella destra della sinistra, cioè A-IV. Diversa è la condizione del Mezzogiorno, dove la destra di preferenza accoglieva e tuttora accoglie i pochi salvati e molti perdenti, i quali però sembrano avere parzialmente trovato un nuovo portavoce nel M5S. In questo garbuglio, il Pd è la forza politica più in difficoltà, vista l’incertezza della sua offerta politica. 

Già, perché è da quest’ultima che dipendono fortemente le scelte degli elettori e l’esito delle elezioni. Con un sistema elettorale più o meno maggioritario, contano le alleanze. Ora, mentre i partiti di destra hanno trovato già dagli anni ’90 una strategia appropriata a tre punte, conciliando le loro divergenze e avanzando al loro elettorato un’offerta unitaria, sul versante opposto quest’offerta è mancata. Manca da sempre, perché quando si è riusciti ad avanzarla – per chi abbia memoria del fallimento del governo Prodi dopo le elezioni del 2006 – la coalizione di centrosinistra è sì riuscita a prevalere, ma non ha retto alla prova del governo. 

Per gli elettori di centrodestra l’offerta elettorale è sempre quella e il paniere è sempre il medesimo: meno tasse, meno regole, meno vincoli urbanistici e ambientali, meno tutele per il lavoro dipendente, difesa della famiglia tradizionale. Superata l’avversione leghista al Mezzogiorno (ma resta il disegno dell’autonomia differenziata), l’unica new entry del paniere è da tempo l’ostilità agli immigrati. 

Le cose stanno altrimenti dalle parti del centrosinistra, solcato da una profonda linea divisoria, che solca anche il partito maggiore, cioè il Pd. La prima componente, la destra della sinistra, è quello che si è a lungo riconosciuta nella leadership di Renzi e che ha senza riserve sposato la Terza Via inventata da Blair. Condivide un’idea di giustizia come merito ed è interessate a interloquire coi ceti imprenditoriali e i settori più qualificati dei ceti intermedi, è ostile al sindacato ed aspira – vanamente – a contendere alla destra la parte del suo elettorato più prossima. La fuoruscita di Renzi poteva essere un momento di chiarezza, ma così non è stato, perché una parte di questa componente è rimasta entro il Pd. Entro il quale resiste anche un’ala che intende la giustizia come uguaglianza e solidarietà. È difficile valutare quale sia il suo peso rispetto all’altra, anche perché la divaricazione ideologica s’incrocia con le questioni personali. Sarebbe interessante capire, ma non è facile, come stiano le cose tra gli elettori. Di certo una quota dell’elettorato working class ha reagito malamente all’abbandono da parte della sinistra del merito: alimentando l’astensione, qualche slittamento verso destra e il recupero finale del M5S.

Se con la segreteria Renzi si era imposta la componente del merito, con la segreteria Zingaretti aveva ripreso quota l’ala solidarista, sostenendo la coalizione col M5S che ha dato vita al governo Conte II. Finché la componente meritocratica, interna ed esterna, non si è fatta di nuovo sentire. L’esito è stato una segreteria di mediazione, affidata a Enrico Letta, e la sostituzione dell’esecutivo giallorosso col governo presieduto da Draghi che ha riportato la destra al governo con la scusa della solidarietà nazionale. Se però Letta ha tenuto assieme il partito intorno al governo Draghi, non ha saputo elaborare una strategia elettorale in grado di coagulare la componente meritocratica interna, quella fuoruscita al seguito di Calenda e Renzi, quella solidarista interna, nonché il M5S, ormai riposizionato alla sinistra del Pd su una prospettiva solidarista. 

L’offerta elettorale confezionata da Letta, dopotutto alla guida del maggior partito di centrosinistra, si è fondata sulla disdetta del precedente accordo elettorale col M5S, colpevole di aver fatto cadere il governo Draghi e tacciato di scarso atlantismo. È quindi intervenuta l’intesa con A-IV, bilanciata a sinistra con un accordo con SI-Verdi, da cui infine A-IV si è sottratta. Andare alle elezioni divisi è stato un segno di resa, che ha ancor più incrementato l’astensione. Sui temi di sostanza Letta si è invece attestato a difesa di una pretesa agenda Draghi – di sicuro prossima all’indirizzo meritocratico – e dell’opzione europeista e atlantica, con timido condimento, last minute, di misure solidariste. Non ha funzionato: anche perché Draghi era evidentemente meno popolare tra gli elettori che nelle redazioni dei grandi giornali. Né le performancesdi M5S e A-IV sono bastate a evitare che la destra conseguisse una robusta maggioranza assoluta dei seggi, malgrado il ripiegamento sensibile rispetto alle europee (dal 49 al 42,7%): il successo del M5S in un discreto numero di collegi uninominali concentrati nel Mezzogiorno ha fatto unicamente da freno. Andrebbe forse ringraziato….

A fare quattro conti, il governo Meloni non era inevitabile. Ma le tre punte dello schieramento di centrosinistra hanno ritenuto le loro divergenze più importanti dei rischi che avrebbero corso il paese e il regime democratico. Non è servito al Pd dicotomizzare la contesa e denunciare tali rischi. È stato un fallimento clamoroso. In tutti i paesi la sinistra è divisa tra componente meritocratica e componente solidarista. Spesse volte si trova una composizione. In Italia non ci si è mai riusciti. L’ultima trovata è l’ormai anacronistica e strumentale stigmatizzazione populista-assistenzialista del M5S. Restano molte cose da chiarire sul suo posizionamento. Ma curarsi dei segmenti più deboli dalla popolazione non è né populismo, né motivo d’infamia.

Questo stato di cose non pare destinato a modificarsi in tempi brevi. Gli auspici per il centrosinistra sono perciò sfavorevoli. È uno schema di gioco ormai risaputo: la destra la fermano non i suoi pretesi avversari, ma i suoi errori. Solo che il centrosinistra, dopo essersi dissanguato per scongiurare il peggio, preferisce reintronizzarla. A pagare il conto è il paese. 

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