ALL'INTERNO DEL

Menabò n. 266/2026

1 Ottobre 2026

Clara Punzi, Valeria Cirillo, Dario Guarascio, Roberto Pellungrini, Fosca Giannotti,

Piattaforme digitali e precarietà: evidenze del caso italiano

Clara Punzi, Valeria Cirillo, Dario Guarascio, Roberto Pellungrini e Fosca Giannotti analizzano il legame tra piattaforme digitali e precarietà del lavoro concentrandosi sul caso italiano e mostrano, in particolare, come le piattaforme tendano ad attirare individui già esposti a condizioni di vulnerabilità socio-economica, intrappolandoli in un segmento del mercato del lavoro caratterizzato dalle scarse tutele e da redditi inadeguati oltre che da frammentazione e sorveglianza digitale.

Le piattaforme digitali sono spesso presentate come un simbolo di efficienza e innovazione: facilità di accesso a un inesauribile offerta di beni per i consumatori e conveniente riduzione delle barriere all’ingresso per chi intende offrire i propri servizi in mercati sempre più digitalizzati. Attraverso le loro interfacce, piattaforme come Uber, Glovo o Deliveroo favoriscono l’incontro tra domanda e offerta e rendono potenzialmente più agevole l’ingresso nel mercato del lavoro a quei soggetti (tra cui: studenti, migranti, disoccupati di lunga durata, persone con ridotta mobilità sino ai lavoratori del Sud globale) che, tradizionalmente, hanno maggiori difficoltà di accesso a forme di occupazione standard (lavoro dipendente a tempo indeterminato).

Ai presunti benefici della flessibilità digitale si contrappongono, tuttavia, significativi costi sociali. Il legame tra lavoro su piattaforma e precarietà è ormai ampiamente documentato dalla letteratura scientifica. Avere un algoritmo come controparte datoriale significa essere esposti a condizioni di estrema vulnerabilità occupazionale:  retribuzioni basse e instabili, orari di lavoro irregolari e una protezione sociale minima. A ciò si aggiunge il ruolo dei sistemi di gestione algoritmica, mediante i quali le piattaforme monitorano, valutano ed eterodirigono i lavoratori esponendoli a una condizione di sorveglianza costante e a una pressione sui ritmi di lavoro che può avere implicazioni fortemente negative sulla salute e la sicurezza. Tecnologie presentate come strumenti neutrali esclusivamente tesi ad accrescere l’efficienza e il grado di apertura dei mercati possono dunque trasformarsi in potenti meccanismi di frammentazione e controllo del lavoro, limitando gli spazi di manovra delle organizzazioni sindacali e la più generale capacità dei lavoratori di contestare le decisioni (unilaterali e protette dallo ‘schermo algoritmico’) adottate dalle piattaforme.

Se si va oltre l’interfaccia colorata che si materializza sullo schermo dello smartphone quando scarichiamo le loro App, è possibile dunque riconoscere il volto meno scintillante e più problematico di entità che ormai dominano settori come il commercio (Amazon), il turismo (Booking) o la ristorazione (Glovo, Deliveroo): vettori di precarizzazione che proliferano laddove il mercato del lavoro offre scarse alternative; e che contribuiscono all’ampliamento della quota di lavoro instabile ed economicamente vulnerabile. In questo quadro, è urgente quantificare l’impatto che le piattaforme digitali stanno effettivamente avendo sul mercato del lavoro per rendere chiaro il costo sociale (non sempre visibile) che si contrappone ai presunti benefici delle consegne a domicilio, delle corse in taxi o di qualsiasi altro servizio intermediato dalle piattaforme.

L’Italia è un caso di studio particolarmente rilevante: le piattaforme hanno accresciuto il loro peso all’interno di un mercato del lavoro già segnato da salari stagnanti, da un ricorso crescente al lavoro temporaneo e al part-time involontario e da un progressivo deterioramento della qualità del lavoro, soprattutto per i gruppi più vulnerabili. Da questo punto di vista, è lecito domandarsi se e in che misura le piattaforme digitali hanno contribuito ad approfondire il processo di precarizzazione del lavoro in Italia e se, nel farlo, abbiano aperto la strada a una nuova categoria di ‘precari digitali’ intrappolati in una condizione di vulnerabilità ancora più acuta rispetto a quanto già sperimentato da chi non gode di un rapporto di lavoro stabile e ben remunerato.  

Un nostro recente studio prova a rispondere a queste domande utilizzando le rilevazioni del 2018 e del 2021 della Participation, Labour, Unemployment, Survey (PLUS) dell’INAPP, un’indagine che fornisce informazioni di dettaglio sui lavoratori delle piattaforme e che consente di comparare le loro condizioni a quelle del resto della forza lavoro. Abbiamo utilizzato tecniche di machine learning e di  Explainable AI per identificare le caratteristiche di coloro che accedono al lavoro su piattaforma; analizzare le loro condizioni socio-economiche anche in relazione alla specifica categoria dei lavoratori non-standard (privi di contratto di lavoro stabile e a tempo pieno) e di coloro che sono in cerca di lavoro; e verificare se la pandemia da Covid19 ha ulteriormente favorito la convergenza di piattaformizzazione e precarizzazione del mercato del lavoro.  

Una forza lavoro eterogenea e segmentata. Una preliminare cluster analysis (tecnica non parametrica tesa a raggruppare i dati in sottoinsiemi omogenei) ha consentito di identificare quattro profili di lavoro su piattaforma (Figura 1), distinti sulla base di due dimensioni chiave: lo status occupazionale ovvero essere occupato o disoccupato (asse orizzontale) e il livello di dipendenza dai redditi ottenuti tramite la piattaforma (asse verticale). A queste dimensioni si aggiungono variabili direttamente collegate alla precarietà occupazionale e alle condizioni di bisogno economico, oltre a informazioni di natura socio-demografica quali il genere, l’età, la composizione della famiglia e l’area geografica di residenza.

I profili mettono in luce una ‘geografia del lavoro su piattaforma’ fortemente polarizzata: da un lato, gli accumulatori (triangoli celesti in Figura 1) – lavoratori che ricorrono alla piattaforma per integrare il loro reddito principale, derivante da un’occupazione stabile e a tempo pieno – e i giovani a carico (cerchi gialli) – individui economicamente dipendenti dal nucleo familiare e non attivamente impegnati nella ricerca di un’occupazione alternativa.   Dall’altro, i lavoratori precari (quadrati azzurro scuro) – persone che, pur disponendo di un’occupazione principale, presentano un’elevata dipendenza dal reddito proveniente dalla piattaforma; e i vulnerabili in cerca di lavoro (croci arancioni) – disoccupati fortemente dipendenti, sul piano reddituale, dall’attività svolta tramite piattaforma.

Figura 1: Tipologie di lavoratori e lavoratrici delle piattaforme

Nota: adattamento da Figura 2 di Punzi et al. 2026

Se prima della pandemia i cluster caratterizzati dal più intenso grado di precarietà – lavoratori precari e vulnerabili in cerca di lavoro – avevano un peso pressoché equivalente rispetto agli altri due, dal 2021 in avanti il gruppo dei lavoratori precari diventa di gran lunga maggioritario. I lavoratori delle piattaforme appartenenti a quest’ultimo gruppo sono concentrati in modo particolare nel Mezzogiorno e nelle Isole. Si tratta di persone con una lunga storia lavorativa, impiegate in occupazioni part-time contraddistinte da bassa intensità oraria e retribuzioni scarse. Il gruppo dei vulnerabili in cerca di lavoro è invece più diffuso nelle regioni del Nord e include persone con precedenti esperienze lavorative, tra cui individui di cittadinanza non italiana, attualmente alla ricerca di un impiego.

Entrambi i gruppi sono composti prevalentemente da uomini in età avanzata, molti dei quali si fanno carico di responsabilità di cura, sia verso i figli sia verso familiari con ridotta autonomia. Emergono difficoltà materiali e condizioni di deprivazione che vanno oltre la sfera lavorativa: in entrambi i gruppi l’incidenza di coloro che dichiarano di aver rinviato cure mediche per ragioni economiche o di avere una limitata capacità di far fronte a spese impreviste è significativamente superiore alla media della popolazione; e a quanto osservato negli altri due cluster. Per queste persone, il lavoro su piattaforma ha poco a che fare una libera scelta o con la ricerca della flessibilità; sembra piuttosto essere l’unica (precaria) opzione in un mercato del lavoro incapace di offrire alternative migliori.

Un nuovo precariato digitale? Le piattaforme danno dunque vita a un nuovo, ancor più estremo, precariato digitale? Per rispondere a questo secondo quesito abbiamo confrontato le condizioni socio-economiche dei lavoratori su piattaforma con quelle di coloro che sono a loro volta impiegati con contratti precari ma che operano al di fuori delle piattaforme; e con quelle di chi è attivamente alla ricerca di un lavoro. Ciò consente di isolare le caratteristiche più specificamente associate al lavoro su piattaforma e di comprendere se e in che misura queste definiscano una peculiare, particolarmente vulnerabile, categoria di lavoratori.  

Nel confronto con il più ampio segmento dei lavoratori impiegati con contratti non-standard, i lavoratori delle piattaforme presentano condizioni di vulnerabilità più acute e trasversali: un reddito familiare più basso, una quota più elevata di individui che non possono sostenere spese impreviste o che hanno dovuto posporre o eliminare spese mediche per ragioni economiche. A questi fattori si sommano elementi che acuiscono ulteriormente la vulnerabilità, tra cui le responsabilità di cura e un peso elevato delle spese per il mutuo. Anche il genere e il livello di istruzione sembrano giocare un ruolo: gli uomini e i lavoratori sovra-qualificati rispetto alle mansioni svolte risultano più frequentemente associati al lavoro su piattaforma. Quando il confronto si sposta sulle persone in cerca di occupazione, i risultati suggeriscono che il lavoro su piattaforma non riguarda necessariamente chi versa nelle condizioni economiche peggiori; si tratta piuttosto di una scelta orientata dalla ricerca di una fonte di reddito integrativo laddove vi siano condizioni di moderata pressione finanziaria.

L’impatto della pandemia. Il legame tra lavoro su piattaforma e precarietà è emerso con particolare evidenza durante la pandemia da Covid-19. Il confronto tra il 2018 e il 2021 mostra come la pandemia abbia contribuito sia ad accelerare la diffusione dei servizi intermediati dalle piattaforme; sia ad intensificare le condizioni di precarietà che caratterizzano questa specifica tipologia di lavoro. Gli effetti sono stati tuttavia differenti a seconda della condizione occupazionale di partenza. Tra gli occupati, il ricorso alle piattaforme sembra essere un meccanismo di adattamento a fronte di un aumento della pressione finanziaria, in particolare laddove gli strumenti di sostegno al reddito messi in campo durante la pandemia si sono rivelati insufficienti. Tra le persone in cerca di occupazione, invece, le piattaforme hanno assunto in modo crescente il ruolo di fonte di reddito primaria. Tra il 2018 e il 2021 la quota di lavoratori che considerano essenziale il reddito ricavato dalla piattaforma passa dal 28% al 32%, quella di chi lo ritiene importante sale dal 23% al 48%, mentre la quota di quanti lo considerano come opzionale scende dal 49% al 20% (Figura 2).

Figura 2: Rilevanza reddito percepito dai lavoratori delle piattaforme digitali nel 2018 e nel 2021

Fonte: PLUS-INAPP, 2021, applicazioni pesi campionari

Adattamento degli autori di Figura 1 in Cirillo, Guarascio, Punzi, Tramontano (2025)1

Discussione e implicazioni di policy. La diffusione del lavoro su piattaforma si intreccia con una dinamica di frammentazione e precarizzazione del lavoro che, nel caso italiano, è più che ventennale. Le piattaforme approfondiscono questo processo facendo emergere una nuova categoria di precari digitali, esposti a condizioni di vulnerabilità socio-economica ancora più acute. La nostra analisi conferma evidenze precedenti e rende manifesta l’urgenza di rafforzare i sistemi di protezione sociale rendendoli realmente inclusivi, in grado di fornire sostegno tanto alle persone disoccupate quanto a quelle occupate con forme contrattuali non standard, così da ridurre il rischio che i soggetti più vulnerabili entrino nell’economia delle piattaforme per necessità, restando poi intrappolati in forme di occupazione estremamente precaria e insicura.

Si rende necessario un duplice livello di intervento. Da un lato, misure specificamente rivolte alle piattaforme — relative, ad esempio, al contrasto di quegli strumenti di sorveglianza algoritmica che oltre a ledere la privacy e a indebolire la capacità contrattuale dei lavoratori possono incidere negativamente sulla salute e la sicurezza degli stessi, dando luogo a forme di alienazione o esercitando una pressione insostenibile sui ritmi di lavoro. Dall’altro, è necessario contrastare le più profonde e generali cause della precarietà, minimizzando il ricorso a forme contrattuali non-standard, potenziando il welfare e, in particolare, garantendo una più generosa protezione sociale a chiunque sia presente all’interno del mercato del lavoro, a prescindere dalla status occupazionale, così come a chi è privo di un’occupazione.  

Al di là della ricerca di un’adeguata formalizzazione contrattuale del lavoro tramite piattaforma, la risposta delle politiche pubbliche dovrebbe dunque muoversi su un piano più generale, rafforzando i diritti dei lavoratori e riducendo i fattori di rischio che spingono le persone verso forme di occupazione precaria. L’evidenza mostra inoltre che chi lavora per le piattaforme ha spesso responsabilità di cura: un elemento che segnala la necessità di una maggiore flessibilità nell’organizzazione dell’orario di lavoro e, più in generale, di politiche a sostegno della conciliazione tra vita lavorativa e vita privata, capaci di favorire la combinazione tra lavoro retribuito e attività di cura in tutte le forme di occupazione.


  1. Cirillo, V., Guarascio, D., Punzi, C. e Tramontano, J. (2025), “Il lavoro precario ai tempi delle piattaforme digitali”, in A. Raffi, P. Alleva e M. C. Guerra (a cura di), Il lavoro tossico nella società attuale. Proposte di bonifica, Bologna, il Mulino ↩︎

Schede e storico autori