ALL'INTERNO DEL

Menabò n. 266/2026

1 Ottobre 2026

PMI, grandi imprese e incentivi alla R&S: una valutazione dal caso Emilia-Romagna*

Raffaele Giardino esamina l'efficacia delle politiche regionali per la ricerca collaborativa, con riferimento all'Emilia-Romagna. Dopo aver illustrato le differenze tra PMI e grandi imprese nell'accesso alle reti di innovazione, l’autore valuta un bando regionale del 2015 che vincolava gli incentivi alla collaborazione con centri di ricerca. Gli effetti sono stati positivi e persistenti sulla capacità innovativa delle PMI, ma non delle grandi imprese. Ciò suggerisce di differenziare le politiche in base alle dimensioni dell’impresa.

Tra gli obiettivi delle politiche pubbliche, un ruolo centrale spetta al sostegno alla spesa in ricerca e sviluppo (R&S), uno dei principali motori della crescita economica. In Italia questa materia è condivisa tra Stato e Regioni: tra il 2018 e il 2022, un terzo dei quasi sette miliardi di euro di agevolazioni concesse alle imprese per R&S è stato erogato tramite finanziamenti regionali. L’Emilia-Romagna vanta una lunga tradizione in questo campo, e ha sviluppato un’infrastruttura regionale dell’innovazione costituita da una rete di laboratori pubblici e privati accreditati, spesso ospitati nei Tecnopoli (centri multifunzionali creati con università ed enti locali) che fa da ponte tra ricerca e imprese offrendo spazi e servizi per ricerca industriale, incubazione e trasferimento tecnologico.

L’accesso a questa infrastruttura, tuttavia, non è scontato per tutte le imprese: la capacità di partecipare efficacemente a tali reti varia in modo significativo in funzione della loro dimensione. Le PMI dispongono spesso di risorse, competenze e strutture organizzative limitate, il che ne riduce la possibilità di partecipare a reti di innovazione complesse. In questo contesto, il supporto territoriale può diventare uno strumento utile per favorire e guidare lo sviluppo di collaborazioni innovative. Al contrario, le grandi imprese dispongono di strutture interne dedicate ai rapporti con università e centri di ricerca, che permettono loro di attivare partnership con maggiore facilità, anche a livello nazionale e internazionale.

Vi è spazio, quindi, per interventi pubblici a favore delle PMI, volti a incentivare collaborazioni costruite sulle specifiche esigenze delle imprese. Si tratta di un ambito di intervento prettamente regionale, in quanto capace di intercettare i fabbisogni delle imprese e di adattarli alle caratteristiche produttive del territorio, meglio di quanto possa fare un sistema costruito a livello nazionale.

Perché tali politiche regionali risultino efficaci, tuttavia, è necessario rafforzare le competenze gestionali delle imprese, garantire una selezione efficace dei partner scientifici e operare in contesti in grado di assorbire e valorizzare la conoscenza prodotta. In prospettiva, le politiche più efficaci risultano quelle capaci di combinare incentivi economici con azioni strutturali, finalizzate a migliorare la capacità di cooperazione e di assorbimento tecnologico del sistema produttivo.

Il tessuto produttivo dell’Emilia-Romagna rappresenta al riguardo un buon laboratorio, fondato su un’articolata industria, dove coesistono una fitta rete di PMI e un numero crescente di grandi imprese e multinazionali. Tale configurazione ha favorito la costruzione di filiere integrate e la diffusione di conoscenze e competenze lungo l’intero sistema produttivo, contribuendo a rafforzarne la capacità di adattamento e innovazione.

In questo contesto, gli studi di Brusco (“The Emilian model: productive decentralisation and social integration”, Cambridge Journal of Economics, 1982;  Distretti industriali e sviluppo locale, Il Mulino, 2007) mostrano come la capacità delle imprese di interagire e sviluppare competenze collettive generi spillover positivi, risorsa strategica per l’innovazione. Ciò che rende vitale il sistema, sostiene Brusco (2007, p. 352), non è solo il sapere contestuale, ma la capacità di rinnovarlo continuamente assorbendo i nuovi sviluppi del sapere codificato. È in questo passaggio che la Regione può fare da volano, costruendo ponti tra il sapere tacito delle PMI e il sapere codificato della rete di laboratori accreditati.

Alla luce di queste premesse, l’efficacia degli interventi della Regione viene qui valutata su uno specifico intervento del POR FESR 2014-2020. Il bando, pubblicato nel 2015, prevedeva come elemento distintivo l’obbligo, per le imprese beneficiarie, di collaborare in almeno una fase del processo innovativo con un laboratorio o un centro di ricerca della Rete Alta Tecnologia regionale. Attuato tra il 2016 e il 2018, ha finanziato 135 progetti per un impegno pubblico di circa 38 milioni di euro, a fronte di investimenti rendicontati per circa 84 milioni.

Il disegno valutativo. L’analisi confronta le imprese finanziate con un gruppo di controllo di imprese ammesse ma non finanziate: pur non trattandosi di un’estrazione casuale, rappresenta il miglior controfattuale disponibile. Le stime si basano su un modello Difference-in-Differences con effetti fissi di impresa e di anno, su dati panel 2013-2021 suddivisi in tre fasi (pre-trattamento, implementazione 2016-2018, post-trattamento), esteso con covariate aziendali pre-trattamento per rafforzare l’identificazione causale. Per l’attività brevettuale, variabile discreta e asimmetrica, si è utilizzato un modello di regressione binomiale negativa.

Le variabili di risultato principali sono la spesa in R&S e le domande di brevetto europeo, affiancate da indicatori complementari (investimenti, spesa per servizi esterni, composizione del personale, costo del lavoro). Il dataset integra il sistema di monitoraggio regionale, l’Archivio ISTAT delle imprese attive, i bilanci depositati e i dati dell’Ufficio Europeo dei Brevetti.

Il campione finale conta 174 imprese (97 trattate, 77 di controllo). I test di bilanciamento e la verifica dei trend paralleli pre-trattamento confermano la validità del disegno causale, ma la rappresentatività non si estende all’intera struttura produttiva regionale: il bando ha infatti privilegiato progetti ad alto contenuto tecnologico, per cui i risultati valgono soprattutto per i settori a media-alta intensità tecnologica e i servizi ad alta intensità di conoscenza.

Per cogliere gli aspetti dimensionali, il campione è stato diviso in due gruppi in base alla mediana del valore aggiunto 2015: le 87 PMI hanno un fatturato medio di 7 milioni di euro e 32 dipendenti, le altrettante 87 grandi imprese un fatturato medio di 66 milioni e 220 dipendenti.

I principali risultati. Le stime mostrano, nel triennio di attuazione del programma, che le PMI beneficiarie hanno incrementato la spesa in R&S di circa 214 mila euro per impresa. Al netto del contributo pubblico medio erogato, l’addizionalità netta è di circa 27 mila euro, a conferma di un effetto di stimolo (crowding-in) piuttosto che di sostituzione della spesa privata, per quanto non particolarmente elevato. Effetti positivi si rilevano anche sulla spesa per servizi esterni e sulla composizione qualitativa del personale. Sul fronte brevettuale l’incentivo è associato a un aumento delle domande di brevetto europeo di circa l’80 per cento.

L’estensione dell’analisi al periodo successivo alla conclusione del programma (2019-2021) evidenzia che l’effetto positivo sulla spesa in R&S delle PMI si conferma e si rafforza, e permangono anche gli effetti significativi sull’attività brevettuale, sulla spesa per servizi esterni e sulla composizione qualitativa del personale.

Le grandi imprese, al contrario, non mostrano variazioni significative né nella spesa in R&S né nelle altre variabili di risultato, ma registrano un aumento delle domande di brevetto limitato alla sola fase di implementazione del programma.

Queste evidenze sono confermate anche nella specificazione estesa con covariate aziendali.

Questo pattern suggerisce che, nel periodo di implementazione del programma, le risorse pubbliche sono servite alle PMI per compensare i maggiori costi legati al trasferimento tecnologico derivante dalla collaborazione con il sistema della ricerca. Nel periodo successivo, l’effetto dell’incentivo permane, favorendo, per le PMI, l’adozione di strategie innovative durature. Invece, per le grandi imprese l’effetto è circoscritto al periodo del trattamento, terminato il quale si esaurisce, e  concentrato sull’output brevettuale.

Implicazioni di policy. Questi risultati suggeriscono alcune direzioni per affinare il disegno degli interventi. Un orientamento più mirato verso le PMI potrebbe amplificare l’efficacia della politica: senza sostegno pubblico, queste imprese rischiano di restare escluse dai circuiti di collaborazione con università e centri di ricerca, pur essendo depositarie di un sapere tacito radicato nel territorio che difficilmente trova altrove sbocchi di valorizzazione. Potrebbe essere utile un modello che combini contributi a fondo perduto per la fase di ricerca e prototipazione con finanziamenti agevolati per la successiva fase di commercializzazione.

Per le grandi imprese, l’accesso agli incentivi dovrebbe essere subordinato alla creazione di partnership strutturate con fornitori locali, in particolare PMI, da coinvolgere in specifiche attività di ricerca, sviluppo e innovazione. L’obiettivo della politica non dovrebbe essere quello di promuovere la crescita dimensionale delle PMI, bensì di rafforzare il consolidamento e la qualificazione delle filiere territoriali, aumentando la capacità delle PMI locali di integrarsi stabilmente nelle reti di fornitura delle multinazionali. In una fase caratterizzata dalla riorganizzazione delle catene globali del valore verso modelli più sicuri e resilienti, tale condizionalità consentirebbe di trasformare gli incentivi pubblici in uno strumento di rafforzamento del tessuto produttivo locale.

Infine, per i settori più tradizionali, meno permeabili a questo tipo di incentivi ma  con un peso rilevante nell’economia regionale, le politiche pubbliche dovrebbero orientarsi verso forme di innovazione non strettamente tecnologica: innovazione organizzativa e di processo, digitalizzazione, efficienza energetica, transizione verde e formazione di capitale umano qualificato, leve che in questi contesti possono rivelarsi più efficaci della sola attività formale di R&S.

Conclusioni. L’esperienza dell’Emilia-Romagna mostra come un programma regionale di incentivi alla ricerca collaborativa possa generare effetti positivi e persistenti sulla capacità innovativa delle imprese, in particolare delle PMI, per le quali il sostegno pubblico sembra aver favorito l’instaurarsi di relazioni stabili con il sistema regionale della ricerca, capaci di sopravvivere alla conclusione del finanziamento. Le grandi imprese, più autonome dal punto di vista finanziario e organizzativo, traggono invece benefici più limitati, concentrati nel solo periodo di erogazione dei sussidi pubblici. Un disegno delle politiche più attento a queste differenze – PMI da accompagnare nella costruzione di reti di lungo periodo, grandi imprese da orientare verso il rafforzamento delle filiere territoriali – appare la strada più promettente per l’ecosistema regionale dell’innovazione.


* Le opinioni espresse in questo articolo sono personali dell’autore e non impegnano in alcun modo l’ente di appartenenza.

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