Quali politiche per la mobilità sociale? Le proposte dell’OCSE

Michele Bavaro si occupa del recente Rapporto dell’OCSE sulla mobilità sociale: “A Broken Social Elevator? How to Promote Social Mobility”. Dopo aver ricordato i principali contenuti del Rapporto, Bavaro si concentra sull’ultimo capitolo riguardante le politiche dirette ad accrescere la mobilità sociale ed esamina brevemente le numerose politiche proposte che comprendono interventi su istruzione, famiglia, lavoro, redistribuzione, pianificazione urbana e casa. Bavaro conclude notando la mancanza di riferimenti alle politiche industriali, pur influenti sulla mobilità sociale.
Quali politiche per la mobilità sociale? Le proposte dell’OCSE
Michele Bavaro si occupa del recente Rapporto dell’OCSE sulla mobilità sociale: “A Broken Social Elevator? How to Promote Social Mobility”. Dopo aver ricordato i principali contenuti del Rapporto, Bavaro si concentra sull’ultimo capitolo riguardante le politiche dirette ad accrescere la mobilità sociale ed esamina brevemente le numerose politiche proposte che comprendono interventi su istruzione, famiglia, lavoro, redistribuzione, pianificazione urbana e casa. Bavaro conclude notando la mancanza di riferimenti alle politiche industriali, pur influenti sulla mobilità sociale.
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La pubblicazione del Rapporto dell’OCSE A Broken Social Elevator? How to Promote Social Mobility rimette al centro del dibattito internazionale un tema da tempo accantonato, quello della mobilità sociale. Il Rapporto, molto lungo e, a tratti, tecnicamente complesso, offre un quadro esaustivo dell’argomento. I capitoli sono sei: il primo è di riepilogo; il secondo tratta della cosiddetta mobilità intragenerazionale, cioè quanto status e redditi individuali si modifichino nel corso della vita, il terzo capitolo descrive le principali determinanti di tale forma di mobilità; il quarto capitolo si concentra sulla mobilità intergenerazionale, cioè sulla trasmissione dello status socio-economico e dei redditi tra genitori e figli, con una interessante doppia prospettiva sociologica ed economica; il quinto si focalizza sulla mobilità intergenerazionale in termini di istruzione e salute; infine il sesto capitolo tratta delle politiche definite social mobility-friendly.

Questa nota si concentra proprio sull’ultimo capitolo, che presenta diversi spunti interessanti ed innovativi. Di solito si parla poco di politiche che possano influenzare la mobilità sociale, soprattutto quella intergenerazionale, anche perché in diversi casi la presenza di una bassa mobilità sociale, cioè di un’alta persistenza nella ricchezza o nella povertà, non è considerata una priorità tra i problemi da affrontare nelle agende dei policy maker. Il capitolo (e in realtà l’intero Rapporto) appare invece, in controtendenza con quanto appena detto e perciò merita un’attenzione particolare.

Il capitolo illustra diverse tipologie di politiche dividendole per aree di intervento: la salute e le politiche per la famiglia, l’istruzione, il mercato del lavoro, le tasse ed i trasferimenti ed infine la pianificazione urbana e le politiche della casa. Per ognuna di queste aree si presentano diverse proposte con precisi riferimenti al caso di paesi membri dell’OCSE.

Per quanto riguarda la politica della salute, il principale suggerimento è garantire un accesso universale alle cure, in primis tramite l’estensione dell’assicurazione sanitaria alle fasce più povere della popolazione. A questo si affiancano i programmi per migliorare la nutrizione e la qualità della dieta, soprattutto nelle fasi iniziali della vita. Agli interventi sulla salute si affiancano quelli sulla famiglia e si sottolineano in particolare le politiche di conciliazione, che aiuterebbero le donne a non perdere opportunità di lavoro nei primi passi delle loro carriere, un periodo che coincide solitamente anche con l’arrivo dei figli. A queste, andrebbero aggiunte misure specifiche per ovviare agli “shock” della vita familiare, quali divorzi o separazioni.

Le politiche su scuola ed istruzione vengono distinte a seconda del livello educativo. Per le scuole dell’infanzia e primarie (le elementari in Italia) si suggeriscono un’allocazione dei fondi alle scuole più equa, la possibilità di offrire metodi di insegnamento flessibili, un diverso approccio al reclutamento degli insegnanti che riesca ad attrarre i professori migliori anche nei contesti più svantaggiati e una maggiore attenzione alle attività extra-curriculari. Per la scuola secondaria si parla della limitazione del cosiddetto early tracking, che consiste nel costringere gli studenti a scegliere troppo presto fra percorsi successivi (ad esempio, fra licei e istituti tecnici), e di un’attenzione specifica per gli studenti a rischio di drop-out. Per quanto riguarda l’istruzione universitaria viene approfondito il problema dell’ammissione ai migliori corsi ed alle migliori facoltà da parte degli studenti provenienti da famiglie meno abbienti e si propone la definizione di percorsi paralleli di ammissione differenziati per reddito o classe sociale. A questo si affianca l’esigenza di garantire l’accesso all’università a tutti gli studenti riducendo le tasse d’iscrizione o calibrandole sulla base del reddito. Un altro fattore chiave per determinare il livello di mobilità sociale (intergenerazionale) di un paese consiste nella quota di spesa pubblica dedicata all’istruzione. Infatti, i paesi in cui tale spesa è maggiore sono anche quelli in cui l’istruzione dei figli risulta meno correlata a quella dei loro genitori. Sulla base di questa evidenza, il Rapporto sostiene che maggiore spesa pubblica per scuola e università è fortemente auspicabile nell’ottica di aumentare la mobilità sociale.

Anche le politiche del lavoro sono trattate in dettaglio nel capitolo, e si considerano le varie fasi critiche dei percorsi lavorativi, a partire dalla ricerca del lavoro fino al miglioramento delle prospettive di carriera passando per la gestione dei periodi di “shock”, legati a licenziamenti e disoccupazione. Per quanto concerne l’inizio carriera, una particolare attenzione viene rivolta alla transizione scuola-lavoro, alla quale si affianca un’analisi degli interventi per ridurre le barriere per l’ottenimento di buoni lavori che riguardano gli appartenenti ai gruppi più svantaggiati. Tali barriere vengono fatte discendere da due fattori: la mancanza di informazione di coloro che cercano lavoro e la discriminazione dei datori. Tra le soluzioni previste vi sono la riduzione degli stage non pagati, l’introduzione o l’aumento dell’utilizzo di curriculum anonimi ed una maggiore apertura nell’accesso alle libere professioni. Un altro problema rilevante per la mobilità sociale sono le forme contrattuali non standard, ad esempio i part-time o i contratti a tempo determinato. Nella trattazione di questo punto viene menzionato il Jobs Act italiano, come caso virtuoso di gestione del passaggio da contratti non standard a contratti standard, anche se le recenti tendenze sull’uso dei contratti a tempo determinato in Italia potrebbero indurre l’OCSE a rivedere le sue posizioni. Infine, viene sottolineato come sia importante garantire una qualche forma di protezione sociale a tutti i lavoratori, anche quelli che hanno contratti che non sono standard.

Cruciale è il ruolo redistributivo di imposte e trasferimenti anche al fine di aumentare la mobilità sociale. A tal fine, una delle imposte più progressive è quella sul trasferimento di ricchezza tra genitori e figli, ovvero l’imposta su donazioni e successioni. Il rapporto evidenzia come il gettito fiscale tratto dalle imposte sul trasferimento di ricchezza si sia ridotto dall’ 1,1% della tassazione totale nel 1965 allo 0,4% di oggi. Di certo una sfida chiave è quella di limitare l’evasione di questo tipo di imposte, ma un vero strumento di stimolo della mobilità sociale sarebbe il loro incremento. Un altro punto concerne il disegno delle politiche redistributive, con l’illustrazione della scelta tra indennità di disoccupazione, salario minimo e reddito minimo, e si sottolinea come un reddito di base rappresenterebbe un’utile misura per contrastare la diffusione di lavori sempre più precari.

Infine molto interessante è la parte che descrive il rapporto tra la mobilità sociale e la dimensione spaziale-territoriale, che determina attualmente gran parte delle opportunità di una persona. Innanzitutto si discute di “segregazione spaziale”, un fenomeno che riguarda in particolar modo le grandi città dove si annidano i più alti redditi ma anche la più elevata disuguaglianza. In termini intergenerazionali è importante garantire che i figli di genitori che abitano in contesti più svantaggiati possano ambire a migliorare la loro condizione evitando la formazione di quartieri ghetto che danneggiano più di una generazione. Le politiche di pianificazione urbana comprendono l’accesso all’istruzione, alla salute, al mercato del lavoro ed al trasporto. Un discorso a parte meritano le politiche della casa, che risultano in questo caso particolarmente rilevanti: la sfida maggiore è evitare che le famiglie più povere si sistemino tutte nelle aree dove i prezzi delle case sono più bassi ma istruzione e lavoro sono scarsi. A tal fine il rapporto propone misure di supporto all’acquisto di casa e il cosiddetto inclusionary zoning che consiste nel fatto che per ogni palazzo costruito ci sia una percentuale di appartamenti da vendere o affittare a prezzi popolari.

L’approccio dell’OCSE nel valutare le politiche per favorire la mobilità sociale è, dunque, molto interessante ed innovativo; tuttavia alle volte non è chiaro se le misure proposte siano davvero efficaci per contrastare l’immobilità sociale o non siano, più in generale, adatte principalmente a contrastare povertà e disuguaglianza.

Infine un ultimo appunto riguarda la totale assenza di politiche che riguardino il lato dell’offerta, ovvero le scelte delle imprese. Lo stato viene considerato completamente incapace di influenzare le decisioni industriali e, dunque, la domanda di lavoro. Se ci concentriamo solo sull’ultima tipologia di politiche proposta, quella legata alla pianificazione urbana, è evidente che lo stato può riservarsi di decidere come e dove consentire la collocazione di alcune strutture produttive, almeno in Paesi con rilevanti disparità territoriali, come l’Italia. Quello che manca nel rapporto è, quindi, una riflessione sul ruolo della politica industriale e dell’innovazione, che, favorendo la creazione di lavoro stabile e di miglior qualità, potrebbe avere effetti rilevanti anche in termini di aumento della mobilità sociale.