ALL'INTERNO DEL

Menabò n. 171/2022

30 Aprile 2022

Rammendare. Il lavoro sociale e educativo come leva per lo sviluppo
Patrizia Luongo presenta le tesi principali su come valorizzare il lavoro sociale in un contesto comunitario contenute nel libro Rammendare. Il lavoro sociale e educativo come leva per lo sviluppo di cui è autrice con Andrea Morniroli e Marco Rossi Doria.
Tempo di lettura: 7 minuti
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Spesso il “mondo” di chi si occupa di dati e quello di chi lavora nel sociale non si incontrano e non si parlano. I primi raramente incontrano le persone, ne toccano con mano le speranze, le tenacie, le attese e le paure di ogni giorno; e i secondi di frequente non seguono i dati che mostrano la magnitudo e la grande diffusione delle aree di sofferenza e di esclusione. Questa assenza di dialogo si è sommata ad un progressivo disinvestimento nel welfare, e forse in parte ne è stata anche causa. Tuttavia, sebbene esista una grande colpa della politica sullo svilimento del lavoro sociale, affinché le cose cambino è necessario avviare anche una riflessione “interna” al mondo del lavoro sociale.

Da questa considerazione parte il libro, scritto con Andrea Morniroli e Marco Rossi Doria (da cui questo articolo prende il titolo), in cui proviamo a far incontrare il lavoro sociale con quello educativo, ed entrambi con l’economia, “rammendando” dati, storie e riflessioni sulle colpe della politica – o, spesso, sulla sua assenza – e sui limiti, gli errori e le fragilità del lavoro sociale.

Il modello economico e finanziario degli ultimi trenta o quarant’anni ha prodotto una vera e propria trappola. Il lavoro sociale e educativo è stato considerato tutto sommato sacrificabile da larghe parti della politica e dei decisori pubblici: le politiche di welfare sono state viste come politiche di secondo piano, perché relative agli ultimi e ai vulnerabili. Ma quello che le storie, i dati e le riflessioni del libro mostrano è che investire sul welfare, rafforzare le infrastrutture sociali, potenziare i servizi, non solo è di pubblico interesse perché garanzia del benessere di tutte e tutti, ma è anche presupposto e non esito dello sviluppo.

Il disinvestimento nel welfare, infatti, non è solo sbagliato da un punto di vista “etico”, ma lo è anche da un punto di vista economico. Il lavoro sociale, infatti, soprattutto quando impostato in termini di prevenzione e costruzione di coesione e legame sociale, diventa anche un ambito di buona spesa pubblica, che non solo produce razionalità di investimento, ma consente risparmi di non poco conto alle pubbliche amministrazioni.

Sono considerazioni che sembrano banali, eppure sono rimaste spesso inascoltate, e spesso sono gli operatori e le operatrici i primi a non valorizzare il loro lavoro anche da questo punto di vista. I benefici, anche economici, che il lavoro sociale determina, vanno rivendicati come ricaduta che produce benessere collettivo.

Si tratta di ricostruire la convinzione che la difesa dei diritti delle persone, anche quando appaiono ultime e tanto differenti da noi, è questione che riguarda non solo quelle specifiche persone, ma l’intera comunità, ed è quindi una questione di pubblica utilità.

Il disinvestimento, l’interpretazione del lavoro sociale come qualcosa di marginale e forse sacrificabile ha portato anche chi opera nel sociale a sminuire il peso del proprio lavoro, se non addirittura a smarrirne il senso. E ha lavorato in maniera limitante anche dento di noi, come gruppi e come individui. Ha tolto orizzonti di speranza sia a chi è escluso sia a chi lavora con chi è escluso; ha prodotto assetti difensivi nelle nostre comunità di pratiche, che impoveriscono l’azione sociale, rendendola conservatrice e riduttiva; ha scisso in maniera drammatica lo sviluppo dalla tenuta della società.

A questo stato di cose si può rispondere solo ribaltando l’approccio del lavoro sociale, e non chiudendosi in una strenua difesa di quel che si fa. I servizi sociali e educativi con e per le persone, e il lavoro esperto e ricco che li sostanzia, non vanno più considerati come esito della crescita, ma come uno dei suoi presupposti indispensabili.

È giunto il momento di raggiungere l’obiettivo di anteporre la società allo sviluppo. Siamo a un passaggio cruciale della storia delle politiche sociali. È tutto l’impianto del welfare, trasformato e potenziato, che va assunto come motore di possibile ripartenza economica e crescita. Bisogna davvero affrontare una mutazione di prospettiva e, quindi, lavorare per tutta la comunità. Il mondo del lavoro sociale deve dunque aprire una riflessione sul senso del proprio fare e sull’operatività dei servizi. Si tratta di attuare un vero e proprio ribaltamento di un luogo comune, di trovare un equilibrio tra la cura dei disagi e la valorizzazione di competenze e desideri, per restituire riconoscimento alle aspirazioni di comunità che si sentono private non solo del futuro, ma della possibilità stessa di cittadinanza.

I servizi vanno quindi vagliati tenendo conto di questi aspetti: l’aspetto trasformativo sulla vita e le storie delle persone, la proiezione nel futuro, il coraggio di farsi carico anche delle asperità, l’orientamento alla costruzione di alleanze vere e non di reti formali.

In altre parole, si tratta di capire se il lavoro sociale può diventare “agenzia di prossimità”, capace di parlare con il territorio e i suoi attori, esprimendo una duplice vicinanza: la prima, più tradizionale, è la capacità di stare accanto agli ultimi e ai marginali; la seconda, nuova, è saper accogliere anche le ansie e le preoccupazioni di chi vive accanto alle persone che soffrono situazioni di disagio e di devianza, riconoscere i diritti di chi da queste persone si sente minacciato e, quindi, in questo modo, rivolgerci a tutta la cittadinanza di ogni territorio. Le organizzazioni, le reti e le comunità che operano nei e con i territori nel co-creare sviluppo e cittadinanza apprendono e producono sapere. Anche per questo, il lavoro sociale deve ambire ad essere promotore del bene comune dei luoghi e delle comunità, in senso più ampio possibile, sapendo che il territorio non è solo uno spazio geografico, ma anche una rete di relazioni che ne fanno un soggetto vivente a elevata complessità che ha bisogno di grande cura e manutenzione.

Si tratta di costruire legami e reciprocità, di ricollocare al centro del governo e delle relazioni la persona, di proporre spazi democratici capaci di far partecipare le diverse soggettività e di rendere accessibili le informazioni e i luoghi decisionali. Quindi, i servizi possono divenire progressivamente laboratori di cittadinanza, in cui il lavoro sociale torni a prendersi cura non solo delle persone ma anche dei loro contesti di vita.

Le storie raccontate nel libro ci fanno capire quanto sia complesso e intricato l’ambito nel quale opera il lavoro sociale e educativo, un viluppo di problematiche, di esigenze, di difficoltà, di ostacoli, di frustrazioni, ma anche di impegno, di fatica, di piccole conquiste che permeano la realtà con cui hanno a che fare gli operatori stessi.

Le profonde disuguaglianze che caratterizzano il nostro paese, unite alle diffuse fragilità sociali e ai processi di oppressione delle libertà sostanziali, svuotano i principi costituzionali e rendono particolarmente complesso fare lavoro sociale oggi.

Un quadro di criticità che il Covid ha reso più denso, dicendoci in modo chiaro che era la normalità di prima il problema: perché ingiusta, cattiva con i più deboli, ingorda e omnivora con il suolo e i beni comuni, improvvida di fronte alle sfide epocali della sostenibilità che la pandemia mostra con nuova chiarezza.

Lo scenario negativo nasce dalla separazione tra la dimensione economica e le altre dimensioni del sapere e dell’agire umano, spesso sacrificate alla centralità dell’individualismo e del profitto.

All’interno di un contesto così complesso e in movimento non si può pensare di lavorare solo sulla risposta ai bisogni. Occorre provare a favorire l’aggregazione e l’auto-rappresentanza della domanda. Occorre sentirsi ed essere, come operatori, non solo ricercatori di bisogni, ma anche scovatori delle tante risorse, le tante resistenze e i tanti protagonismi che sono presenti nelle aree del disagio, nei tanti margini e nelle periferie, e che spesso costituiscono gli unici punti di riferimento e di aggregazione esistenti e accessibili e, al contempo, manutentori dei propri luoghi di lavoro e curatori delle relazioni umane che li sostanziano.

Tornare a pensare il lavoro sociale in un contesto comunitario, e non solo entro gli ambiti del disagio e della sofferenza, non è facile. Se gli operatori sociali nella maggior parte dei casi sono considerati utili solo a chi è sfortunato, a chi sta male, la responsabilità è anche loro, i primi a pensarsi esclusivamente dentro tale ambito di relazione. Perché “è indubbio che in questi anni abbiamo finito per perdere la capacità di riflettere sul nostro fare”, come dicono Andrea Morniroli e Marco Rossi Doria nel libro.

Sconfinare, ribaltare, raggiungere e dialogare, le parole chiave attorno a cui ruota il libro, sono le piste verso cui indirizzare l’aggiornamento del lavoro sociale. Sono, da un lato, antidoti alla pigrizia e al rischio di rinchiudersi nell’abitudine del consolidato – che sarebbe l’errore più grande in quest’epoca di cambiamento; e sono le chiavi per costruire nuove alleanze, per intrecciare sempre di più la tutela dei diritti con la rigenerazione dei luoghi, con la ricucitura di legami e relazioni provate e stressate dalla crisi, con la produzione di economie di prossimità e buoni lavori.

Questo libro, dunque, non promette stabilità o certezze, quello che fa è assumersi il rischio di indicare una strada anziché un’altra, perché se davvero si vogliono ridurre le disuguaglianze, arginare le povertà e ripristinare condizioni accettabili di giustizia sociale e ambientale, quello che serve è un radicale cambio di paradigma che riconosca il valore della cura e, con essa, della riproduzione sociale, unendo l’attenzione per le persone a quella per l’ambiente, riscoprendo la necessità di intrecciare il “fare” con la dimensione politica e culturale, contribuendo così ad affrontare le odierne disfunzionalità economiche e le disuguaglianze crescenti.

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