Ricchezza: la solita ignota

Francesco Bogliacino e Virginia Maestri si occupano di reddito e di ricchezza e esaminano i dati relativi alla disuguaglianza nella distribuzione dell’uno e dell’altra. Essi sottolineano che per la ricchezza disponiamo di pochi dati e scarsamente comparabili ma da essi risulta che la ricchezza è peggio distribuita del reddito. Cercando di tenere conto simultaneamente di reddito e ricchezza i due autori osservano che un patrimonio elevato può coesistere con un reddito basso e viceversa, come nel caso dei ricchi di reddito indebitati e dei poveri che possiedono patrimoni non trascurabili.
Ricchezza: la solita ignota
Francesco Bogliacino e Virginia Maestri si occupano di reddito e di ricchezza e esaminano i dati relativi alla disuguaglianza nella distribuzione dell’uno e dell’altra. Essi sottolineano che per la ricchezza disponiamo di pochi dati e scarsamente comparabili ma da essi risulta che la ricchezza è peggio distribuita del reddito. Cercando di tenere conto simultaneamente di reddito e ricchezza i due autori osservano che un patrimonio elevato può coesistere con un reddito basso e viceversa, come nel caso dei ricchi di reddito indebitati e dei poveri che possiedono patrimoni non trascurabili.
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Quando si parla di ricchi bisognerebbe distinguere tra chi ha un alto reddito e chi ha un patrimonio elevato. Il reddito è, infatti, il flusso di risorse che si riceve a vario titolo in un intervallo di tempo definito (di norma un anno), mentre il patrimonio è la fotografia delle attività e passività accumulate. Quale dei due piani (reddito o ricchezza) è più importante e quale relazione esiste fra i due?

Alcuni fatti stilizzati. Il primo fatto stilizzato, ben documentato da Piketty nel suo bestseller “Il Capitale nel XXI secolo”, è la crescente importanza della ricchezza rispetto al reddito Il rapporto tra le due grandezze indica quanti anni di reddito corrispondono alla ricchezza esistente: all’inizio degli anni ’70 erano 3,5 in Usa, 3 in Francia, poco più di 2 in Germania e 2.5 in Italia: subito prima della crisi questi valori erano cresciuti, rispettivamente, a cinque, cinque e mezzo, quattro e sei e mezzo.

Il secondo fatto stilizzato è che la ricchezza è distribuita in modo più diseguale del reddito, in particolare di quello disponibile, cioè al netto delle imposte. Ad esempio, intorno al 2010 l’indice di Gini per la prima si aggirava intorno allo 0.7 per la Francia, allo 0.6 per l’Italia, e allo 0.8 per gli Usa, e per il secondo intorno allo 0.3, allo 0.3 e allo 0.4, rispettivamente.

In realtà, il confronto tra disuguaglianza del reddito e della ricchezza non è agevole per una serie di problemi metodologici che minano la comparabilità dei dati. Anzitutto, è possibile che la ricchezza, diversamente dal reddito, sia negativa, a causa dei debiti. In paesi come l’Olanda e la Danimarca, diversamente dall’Italia, la quota di popolazione che si trova in questa condizione è elevata. Il problema sorge perché l’indicatore più utilizzato per misurare la disuguaglianza, il coefficiente di Gini non sempre si può calcolare con valori negativi (o non ha la stessa scala di variazione). Inoltre, mentre nel caso del reddito si tiene conto della composizione famigliare (mediante le scale di equivalenza) nel caso della ricchezza si considera semplicemente la ricchezza complessiva. Infine, l’omissione del patrimonio accumulato per erogare le pensioni pubbliche porta a sovrastimare la disuguaglianza della ricchezza: se esso venisse considerato gli indici di disuguaglianza si ridurrebbero sensibilmente (ad esempio, del 17% in Finlandia). Tuttavia, le riforme degli ultimi decenni, orientate a estendere il sistema contributivo, hanno attenuato questo effetto (Maestri et al., Wealth Inequality and Accumulation of Debt, in Changing Inequalities and Societal Impacts in Rich Countries, a cura di W. Salverda et al. Oxford University Press, 2014).

Rispetto alla ricchezza è limitata anche la disponibilità di dati attendibili. In alcuni paesi (ad esempio la Grecia) la mancanza di dati non consente di conoscere l’evoluzione storica della distribuzione della ricchezza; in altri, invece, questo è possibile grazie a indagini campionarie svolte da tempo (è il caso di Italia e Usa) oppure grazie alle dichiarazioni fiscali (è stato così in Svezia fino alla recente abolizione dell’imposta sulla ricchezza). Oltre a ciò, vi è il problema della comparabilità dei dati tra paesi che è stato parzialmente risolto solo di recente grazie a varie iniziative, tra le quali: il progetto WIDER delle Nazioni Unite, il Global Wealth Report della banca Credit Suisse, il Luxembourg Wealth Study e infine il più recente e promettente Household Finance and Consumption Network della Banca Centrale Europea.

Il terzo fatto stilizzato è che per la maggior parte delle persone la ricchezza consiste nella casa di proprietà. Infatti, la ricchezza finanziaria non rappresenta più del 15-30% della ricchezza totale (Bogliacino e Maestri, in Parole chiave, n. 48, 2012) e, d’altro canto, la ricchezza immobiliare è distribuita in modo meno diseguale di quella finanziaria. Al riguardo va anche sottolineato che i flussi generati dalle attività patrimoniali entrano nel computo del reddito (ad esempio, gli interessi sui risparmi), con un’eccezione: la proprietà della prima casa. Se il corrispondente reddito fittizio venisse incluso nel concetto standard di reddito la disuguaglianza si ridurrebbe sensibilmente a causa del fatto che l’incidenza di quel reddito sarebbe maggiore per le famiglie più povere (Bogliacino e Maestri, Growing Income Inequalities? In Changing Inequalities and Societal Impacts, cit.). Va ricordato che la proprietà della casa è diffusa tra la famiglie più povere soprattutto nei paesi Mediterranei e dell’Europa dell’Est, anche se per diverse ragioni,

Tendenze nella distribuzione della ricchezza. La disuguaglianza nella ricchezza è cresciuta negli anni ’80 e ‘90, analogamente a quella del reddito seppure non sempre in parallelo con essa. Le tendenze del decennio successivo sono meno chiare mentre dopo il 2010, l’incremento della disuguaglianza è piuttosto pronunciato (Shorrocks et al. Global Wealth Databook, Credit Suisse Research Institute, 2010 e 2011). In particolare nel periodo considerato in alcuni paesi (Germania, Corea e Italia) le famiglie con ricchezza negativa sono aumentate come quota del totale mentre in altri (Olanda) hanno visto peggiorare il proprio saldo. Contemporaneamente, la quota di ricchezza controllata dalle famiglie più ricche è cresciuta significativamente, sia nei paesi anglosassoni sia nell’Europa continentale. In Usa l’1% più ricco ha aumentato la sua quota della ricchezza totale dal 34.6 al 35.4% (2007-2010) e in Francia tra il 1992 e il 2010 la quota del top 1% è cresciuta di ben 36 punti percentuali. Ciò è dovuto principalmente alla crescente importanza della ricchezza finanziaria, all’esplosione del debito e alle politiche fiscali troppo “morbide” (Maestri et al., cit.).

Va sottolineato che l’andamento nel tempo della disuguaglianza del reddito e della ricchezza non sempre è stato omogeneo. Ad esempio, in Usa la prima è aumentata negli anni ’80 e ’90 mentre la seconda è rimasta abbastanza costante fino al termine della Grande Recessione.

Poveri due volte, poveri ricchi e ricchi indebitati. Un aspetto interessante e da approfondire è quello della corrispondenza tra distribuzione del reddito e della ricchezza, a livello dei paesi e delle famiglie. Infatti, ci sono paesi con bassa disuguaglianza del reddito e alta disuguaglianza della ricchezza (Olanda, Danimarca, Svezia) e paesi nella situazione opposta (Italia, Giappone, Spagna). La disuguaglianza della ricchezza dipende da vari fattori, alcuni dei quali già ricordati; in particolare, dall’età e dalla composizione dei nuclei familiari, dalla facilità di accesso al debito, dalle politiche di welfare. Politiche per la casa (o pensionistiche) generose sembrano ridurre gli incentivi all’investimento nell’abitazione (o al risparmio) per le famiglie meno abbienti, paradossalmente accrescendo la disuguaglianza della ricchezza (senza che peggiori il benessere delle famiglie).

Va anche sottolineato che il reddito concorre a spiegare la ricchezza ma non è la sua determinante principale e ciò è dovuto al ruolo decisivo che altri fattori, come la successione ereditaria o la privatizzazione a basso prezzo delle abitazioni durante la transizione nei Paesi dell’Est Europa, hanno rispetto all’accumulazione della ricchezza. Comunque, la correlazione tra reddito e ricchezza è più alta negli Usa che negli altri paesi OCSE.

Con riferimento alle famiglie, non è facile disporre di dati, comparabili tra paesi, relativi alla loro situazione in termini di reddito e di ricchezza. Dal tentativo compiuto da Maestri et al. (cit.) risulta, pur con le necessarie cautele, che per effetto della presenza di famiglie che hanno un alto reddito ma una limitata ricchezza e di famiglie che hanno, al contrario, basso reddito e patrimoni non trascurabili, la dispersione della ricchezza tra famiglie appartenenti a gruppi di reddito diversi risulta ridotta.

Più precisamente, quando ordiniamo le famiglie in base al loro patrimonio le differenze nella ricchezza (le linee blu della Figura 1, che riporta i casi di Italia, Olanda e Stati Uniti) sono più ampie rispetto a quelle che otteniamo se consideriamo le differenze di ricchezza tra famiglie ordinate in base al reddito (rappresentate dalle linee rosse nella Figura 1). Il risultato è confermato dall’indagine della Banca Centrale Europea: il primo quintile del reddito nell’area Euro dispone del 7% della ricchezza, mentre l’ultimo quintile il 46.8%; se consideriamo l’ordinamento secondo i quintili della distribuzione della ricchezza il primo quintile dispone dello 0% e l’ultimo quintile del 67.6% (ECB, Eurosystem Household Finance and Consumption Survey, Statistics Paper Series, No 2, 2013).

Se, con riferimento ai Paesi per i quali disponiamo di dati (Australia, Finlandia, Lussemburgo, Olanda, Regno Unito e Usa) guardiamo al rapporto tra ricchezza netta (attività meno passività) e reddito per i quintili ordinati secondo il reddito, risulta che tale rapporto per i primi due quintili è considerevole; tuttavia è probabile che la sua dinamica in anni recenti sia stata influenzata soprattutto dalla riduzione del denominatore dovuta alla crisi.

La ricchezza immobiliare al netto del mutuo sul reddito ha un profilo abbastanza costante tra quintili nel caso di Finlandia, Olanda e Regno Unito, ma in generale le differenze tra quintili sono dovute soprattutto alla ricchezza finanziaria netta.

Rispetto alla distribuzione del debito tra i diversi quintili di reddito non è agevole trarre conclusioni generali. La varietà nei profili si spiega spesso con la diversa intensità dei fattori (quali le agevolazioni fiscali o la regolamentazione dei mercati del credito) da cui dipende l’indebitamento delle famiglie. La dispersione dei componenti della ricchezza (casa, ricchezza finanziaria e debito) è riportata nella Figura 2 per l’Italia, l’Olanda e gli Usa.
bogliacinofig1

Bogliacinofig2In conclusione, se è vero che coloro che percepiscono un alto reddito spesso hanno anche un patrimonio rilevante, è altrettanto vero che tra distribuzione del reddito e della ricchezza non vi è corrispondenza perfetta: esistono sia i poveri con patrimonio sia i ricchi indebitati.

I primi tipicamente posseggono la casa di proprietà (e sono relativamente più presenti nei Paesi mediterranei e est-europei). I secondi sono stati spesso indotti a sovra-indebitarsi da deduzioni regressive sui mutui e da altre caratteristiche permissive del mercato del credito.

Nel disegnare il sistema delle imposte e dei sussidi bisognerebbe tenere conto di questi aspetti e bisognerebbe anche ricordare che se tassare la finanza equivale quasi certamente a far pagare relativamente di più i più ricchi, non altrettanto può dirsi per la tassazione della casa. In particolare occorre fare attenzione che le imposte sugli immobili non si trasformino in tasse sui servizi.

* Questo testo si basa sulla nostra presentazione in occasione della Conferenza Finale del Progetto GINI (Amsterdam, Giugno 2013).