Ritorno al partito. A margine delle “Cronache” di Luciano Barca

Luciano Barca lasciò i DS, senza clamori, nel luglio del 1998. Il partito che Luciano lasciò era ben diverso da quello al quale si iscrisse nel 1945. Nadia Urbinati individua una differenza cruciale richiamando le Cronache di Barca, dalle quali emerge un’immagine del partito di massa della sinistra che, nonostante la solida dimensione ideologica e la forte organizzazione burocratica, aveva una notevole capacità di elaborazione. La pesantezza non lo rendeva un pachiderma ma un collettivo dinamico nell’ideazione di proposte, nella ricerca e nell’aggiornamento, oltre che capace di avanzare proposte innovative e originali, tra le quali primeggia l’eurocomunismo.
Ritorno al partito. A margine delle "Cronache" di Luciano Barca
Luciano Barca lasciò i DS, senza clamori, nel luglio del 1998. Il partito che Luciano lasciò era ben diverso da quello al quale si iscrisse nel 1945. Nadia Urbinati individua una differenza cruciale richiamando le Cronache di Barca, dalle quali emerge un’immagine del partito di massa della sinistra che, nonostante la solida dimensione ideologica e la forte organizzazione burocratica, aveva una notevole capacità di elaborazione. La pesantezza non lo rendeva un pachiderma ma un collettivo dinamico nell’ideazione di proposte, nella ricerca e nell’aggiornamento, oltre che capace di avanzare proposte innovative e originali, tra le quali primeggia l’eurocomunismo.
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La mitica età dell’oro del partito di massa della sinistra è una costruzione del nostro tempo, la proiezione nel passato di un bisogno che segnala una mancanza, quella di un partito che sappia incardinare la legittima ambizione alla carriera politica di alcuni in un tessuto di ideali condivisi da molti e capace di ispirare politiche tendenzialmente coerenti. La democrazia dei partiti ha segnato la rinascita democratica del secondo dopoguerra. E’ uscita di scena insieme al partito di massa. Ma i partiti non sono finiti. Sono cambiati in un modo che è stato identificato alla fine del secolo scorso da Richard S. Katz e Peter Mair — “partiti cartello” che sono la manifestazione terminale del partito “pigliatutto”, l’antesignano del movimento populista. Scrisse Otto Kirchheimer nel 1966 che la lotta per il voto rende i partiti poco interessati ai programmi, agili nel sacrificare il loro nucleo di idee, per attrarre non militanti ma l’elettore mediano. Se il partito di massa pensava di orientare l’opinione per aumentare i voti, questo imprenditore del voto orientava la propria identità verso i votanti.  Questa trasformazione ha avuto effetti negativi per i partiti della sinistra, giustificando la fuoriuscita delle fasce più deboli di popolazione dalla loro orbita in direzione di leader e movimenti nazionalisti e populisti. La storia è a questo punto cronaca.

Un partito-agenzia di collocamento non può avere marcate differenze ideologiche. E’ insofferente verso i militanti e interessato solo agli elettori.  E’ infine agente di un nuovo tipo di pluralismo commerciale o dei brand, e di conflitto politico in forma di scaramucce tra cacciatori di audience.  In questa cornice, che è quella della democrazia del pubblico, il partito serve piatti freddi, veloci da consumare e poco saporiti. Fa rimpiangere altri cibi, più elaborati.  Era stato Platone a comparare la retorica all’arte culinaria. Il suo Socrate nel Gorgia criticava l’arte retorica con la quale il cuoco abile mascherava ingredienti eterogenei e spesso non sani. Era un’arte prossima alla sofisticazione e che allontanava i cittadini dalla politica, disgustandoli per la sua facilità all’imbroglio. Se un obiettivo il partito della sinistra aveva raggiunto era stato quello di emancipare l’arte della politica da questo stigma.

Nonostante la corposa dimensione ideologica e l’organizzazione burocratica, la natura del partito di massa della sinistra italiana, quella del Partito Comunista in modo particolare, aveva una notevole capacità di elaborazione.  La pesatezza non lo rendeva un pachiderma (come gli extraparlamentari erano soliti dipingere il PCI che fu di Luciano Barca) ma lo rendeva, anzi, dinamico nell’ideazione di proposte, nell’argomentazione e nell’aggiornamento.

Unire dentro e fuori delle istituzioni. Indubbiamente, la politica elettorale e parlamentare cambiò il PCI.  Con la vittoria alle elezioni amministrative del 1975, esso si trovò ad essere un partito diverso – per esempio, le sezioni territoriali acquistavano più importanza delle cellule aziendali (conformemente al diritto elettorale che è organizzato per residenza, non apparenza sociale). Inoltre, esso tradusse le sue vittorie elettorali con un rinnovamento degli organismi nazionali: nel marzo di quell’anno, al XIV Congresso, molti ‘quadri’ di partito vennero catapultati nelle liste elettorali e si avviarono agli incarichi istituzionali nelle amministrazioni locali.

Questa dimensione amministrativa incentivò il carattere pragmatico e ridusse quello ideologico.  Il partito “politicava”, un fatto che non deve destare scandalo nella democrazia parlamentare la quale, scrivevano Hans Kelsen e Norberto Bobbio, vive sul e di compromesso.  Ma vi era un “fuori” (dal parlamento e dalle istituzioni) che definiva i termini della politica politicata, impegnando il partito in un modo che a noi, oggi, risulta completamente sconosciuto, soprattutto alle nuove generazioni che non conoscono se non il partito delle ricette approntate da impresari dell’audience che misurano le emozioni quotidiane e alimentano battaglie tanto fittizie quanto veloci da dimenticare.  Il partito agenzia di collocamento non può, ma in effetti non deve, occuparsi di studiare ed elaborare e questo, nonostante le apparenze di avere democratizzato la politica abbattendo il professionalismo, vale a favorire una logica castale. Il partito agenzia di collocamento non deve offrire teorie per leggere i processi né allenare i cittadini all’uso del linguaggio politico; deve formare impresari della carriera politica e un pubblico del plebiscito quotidiano. Nel semplificare linguaggi e messaggi, paradossalmente allontana i cittadini dalla politica, poco attraente se non come spettacolo televisivo da vedere a distanza.

Cambiata è la temporalità.  Viviamo in un tempo politico corto (segnato dal ciclo elettorale) e cortissimo (segnato dagli umori quotidiani del pubblico). Il tempo medio-lungo è decaduto, insieme alle griglie ideologiche le quali, mentre davano a tutti una grammatica per orientarsi nella complessità sociale, offrivano una certa sicurezza sulla possibilità che le cose potessero essere cambiate, che la volontà e l’impegno politico non fossero inutili; che studiare il mondo era necessario e utile. Comprendere le coordinate che legano i fatti sociali e politici del presente in maniera non asettica e neutra ma a partire da un punto di vista di parte: l’eguaglianza di condizioni socio-economiche per realizzare la cittadinanza democratica e la dignità delle persone.  Il partito voleva essere una scuola di partecipazione e di conoscenza; e per tenere uniti il conoscere e il fare, ideava e progettava.

 

Guardare all’Europa. Tra i contenuti originali di cui fu protagonista il partito di Barca nell’era berlingueriana ricordiamo l’austerità e l’eurocomunismo. A prescindere dall’analisi delle contingenze storiche e politiche che hanno portato alla loro elaborazione nella metà degli anni ’70, quel che preme qui sottolineare è la straordinaria immaginazione creativa di cui quel partito era capace. Mi soffermo brevemente solo sull’eurocomunismo, per sottolinearne l’originalità anche rispetto al PCI della Guerra fredda, che aveva osteggiato il progetto europeo perché antisovietico. L’eurocomunismo fu l’altra faccia del “compromesso storico”, frutto di una nuova strategia internazionale e nazionale seguita al colpo di stato cileno (12 settembre 1973). E fu una risposta allo scenario seguito alla fine degli accordi di Bretton Woods (siglati tra le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale) che avevano segnato i termini della solidarietà postbellica e la rinascita europea, e alla crisi petrolifera seguita alla guerra del Kippur.

In relazione a questo scenario internazionale, l’eurocomunismo fu l’ammissione della insufficienza di una concezione dello stato sociale nei limiti dello stato-nazione.  Enrico Berlinguer si convinse che nessun progetto di difesa ed estensione di democrazia sociale poteva aversi senza una strategia europea. L’Europa diventava una condizione per la solidarietà nelle, e tra le, democrazie nazionali, e doveva servire alla sinistra per difendere le prerogative di giustizia sociale, sia rispetto allo statalismo sovietico che al liberismo emergente a ovest (del 1975 fu la pubblicazione del documento della Trilateral Committee che contestava non solo le democrazie parlamentari ma anche i programmi governativi di giustizia sociale). Berlinguer comprese questa congiuntura e con la proposta di un’alleanza europea dei Partiti comunisti occidentali cercò di giocare di anticipo rispetto al nuovo corso neoliberale mentre si distanziava fortemente da Mosca.

Luciano Barca commentava così il viaggio a Mosca di Berlinguer in occasione delle celebrazioni del sessantesimo anniversario della Rivoluzione bolscevica: “Il discorso di Enrico è una esaltazione della democrazia ‘come valore storicamente universale sul quale fondare un’originale società socialista… una società che garantisca tutte le libertà personali e collettive, civili e religiose, il carattere non ideologico dello stato, la possibilità dell’esistenza di diversi partiti, il pluralismo della vita sociale, culturale e ideale’” (L. Barca, Cronache dall’interno del vertice del PCI, Rubbettino 2005, vol. II, p. 700).

A fine giugno 1977, l’incontro a Madrid tra Berlinguer, Santiago Carrillo e George Marchais si concluse con una dichiarazione comune sull’eurocomunismo. In una intervista resa al quotidiano spagnolo “Cambio” Berlinguer, osserva Barca, “porta per la prima volta all’esterno una tesi di cui siamo andati discutendo negli ultimi tempi, ma che, per eccessiva prudenza, è sempre rimasta fuori dai documenti ufficiali”.  Si trattava della celebre articolazione delle tre fasi della lotta per il socialismo democratico: una con leadership socialdemocratica, entrata in crisi con la prima guerra mondiale e con l’incapacità di fronteggiare il fascismo; una a leadership bolscevica, incapace di avviare una trasformazione democratica; e una terza «nella quale tocca all’Europa occidentale ‘colmare un divario storico e un ritardo che hanno pesato e pesano sul complessivo sviluppo del socialismo nel mondo’» (L. Barca, cit. , p. 799).

Si potrebbe commentare che, mentre la prima débâcle fu segnata dalla diffidenza della sinistra verso la democrazia costituzionale e la seconda dal suo rifiuto di coniugare il socialismo con la libertà, la terza (al tempo di Berlinguer ancora sul nascere) avrebbe potuto deragliare se la sinistra democratica non fosse riuscita a superare i confini angusti degli interessi nazionali per diventare un progetto continentale.

La lettura di Berlinguer era una premonizione. Di fronte alle trasformazioni di cui i neoliberali sono stati capaci, la sinistra, dopo la cometa di un eurocomunismo appena abbozzato, è restata o immobile e afona o si è arresa al vangelo neoliberale o è stata attratta dal nazionalismo. La sinistra neoliberale è defunta insieme al blairismo. Quella sovranista è in ascesa. Ma se il successo del sovranismo a destra è coerente con le prospettive ideologiche identitarie e xenofobe, il suo far breccia a sinistra non può non destare attenzione critica poiché marca una revisione dei principi tradizionali della sinistra, che a partire dal socialismo ottocentesco sono stati ispirati a valori internazionalisti e umanitari, inclusivi e non escludenti, solidaristici anche al di là dei confini nazionali, in ragione della condizione, globale, di subordinazione economica.