Sono passati 80 anni dalla nascita della nostra Repubblica, e le celebrazioni si sono susseguite in tutto il paese, accompagnate da tante pubblicazioni dedicate alla creazione della Costituzione. Protagoniste indiscusse le 21 donne elette nell’Assemblea e prima fra loro Teresa Mattei, la più giovane delle costituenti, ricordata per il suo contributo fondamentale alla stesura dell’articolo 3 . Io la conobbi negli anni ‘80 e nacque una profonda e confidenziale amicizia, di cui ho già dato conto sul Menabò, raccontando della coraggiosissima resistente, delle battaglie e delle violenza subite, degli attentati progettati, del suo impegno sui diritti delle donne e dei bambini, del Processo Priebke, da lei fatto riaprire, e di molto altro ancora… Ma la Teresa resistente non agì da sola: parlando con lei appresi che aveva a fianco una grande mente operativa, quella di Bruno Sanguinetti, suo futuro marito, attivissimo e determinante negli anni 43-44, morto prematuramente. Volli saperne di più e perciò in seguito scrissi a Gianfranco Sanguinetti, loro primo figlio, che viveva a Praga.
“Scrittore, enologo, rivoluzionario”, come viene definito nelle biografie, Gianfranco fu membro della Internazionale situazionista creata dal filosofo e regista Guy E. Debord, di cui fondò la sezione italiana, partecipando all’autunno caldo con un importante Manifesto e in seguito con vari scritti e libri ora introvabili. Prese dura posizione contro la società dell’apparenza e dello spettacolo, dell’avere e del sembrare..,Visse tra Firenze e Parigi prima di trasferirsi negli ultimi anni a Praga. Si occupò anche di arte e di mostre, ultima quella del 2017 dedicata al ’77 insurrezionale, a Roma, nel Museo in Trastevere,.
Parlammo a lungo e ci scrivemmo pure, tra gennaio e febbraio 2024. Mi disse che aveva spronato tante volte Chicchi – nome di battaglia della madre – a raccontare la sua vita, ma che lei non lo aveva voluto fare, come sappiamo bene, e che però a loro quattro fratelli (Gianfranco e Antonella avuti dal primo marito, Bruno Sanguinetti; Rocco e Gabriele dal secondo, Jacopo Muzio) aveva raccontato sempre tutto, senza omettere alcuna delle azioni cui aveva partecipato, comprese le più sofferte e dibattute nel tempo. E me ne fece l’elenco dettagliato: l’assassinio di Giovanni Gentile (15.4.1944) e, sul Lungarno Acciaiuoli, del colonnello Italo Ingaramo, comandante della 92 Legione (GNR) da cui dipendeva il Reparto Servizi Speciali (RSS) dell’aguzzino Mario Carità (29.4.1944); il sabotaggio e l’esplosione di 8 vagoni di tritolo della polveriera Nobel, in una galleria presso Carmignano (11.6.1944), dopo la quale Chicchi andò a discutere la tesi di laurea. Ed Eugenio Garin dichiarò di averla vista in aula dall’inizio della seduta, salvandola così dai sospetti della Polizia.
«Si sono scritte e dette tante cose – mi precisò – ma tante altre si sono taciute, si è cercato anche di accreditare talvolta un’ immagine di mia madre edulcorata, femminista , e si tacciono invece le sue azioni di gappista, così poco politicamente corrette, e forse oggi imbarazzanti ( fra queste sicuramente l’attentato a Giovanni Gentile N.d.A.). Si preferisce ridurre le cose alla scelta della mimosa, fiore rustico e campagnolo, invece della violetta, per celebrare l’ otto marzo.»
Gianfranco aggiunse: «Per questo rifiutai per esempio nel 2021, di partecipare alle celebrazioni Istituzionali, pur importanti, che la città di Genova volle tributare a Teresa» che era scomparsa nel 2013. A questo proposito mi girò una sua breve comunicazione in cui motivava alle Istituzioni il suo rifiuto di partecipare.
Si era allora (2021), in pieno Covid e Gianfranco ci tenne a dirmi che aveva avvertito nel nuovo sistema di vita adottato, anzi “imposto”, una subdola forma di totalitarismo, «una nuova isterica forma di oppressione della libertà dei cittadini nel sistema sociale e nella vita dei principali paesi ». E con grande chiarezza aggiunse: «Commemorare in queste condizioni una figura come quella di mia madre, per eccellenza ribelle, che aveva fatto della disobbedienza una virtù, significherebbe o sconvolgere il quadro nel quale si svolgono gli attuali avvenimenti – oppure fare di lei un falso ritratto, accettabile, di femminista, ex-costituente allineata all’ideologia dominante».
Ma io volevo che mi parlasse del padre, Bruno, morto a 41 anni e troppo presto dimenticato. Gianfranco allora mi inviò un lungo e splendido ricordo del padre, da cui sono tratte le notizie e citazioni che seguono, e che fu pubblicato nel Catalogo della mostra Vittorio Bolaffio e il porto di Trieste nei disegni della collezione Sanguinetti (Biblioteca Statale Isontina di Gorizia, maggio–giugno 2011).
Bruno era stato attivissimo partigiano, clandestino perennemente ricercato e sovente imprigionato, salvato non solo dal potente padre, padrone della industria Arrigoni e fascista purosangue, da cui Bruno era fuggito giovanissimo, ma anche da amici e poeti premurosi, tra cui gli amatissimi Umberto Saba e Eugenio Montale. Triestino, ma nato a Genova nel 1909, ebreo, ma di famiglia convertita, Bruno aveva studiato nella Trieste poliglotta e coltissima di primo ‘900. Antifascista da subito, considerato pericoloso sovversivo dalle polizie di mezza Europa e dall’Ovra, riuscì a prendersi brillantemente due difficili lauree (Ingegneria in Belgio e Fisica in Italia, studiando prima a Roma con illustri maestri e poi a Firenze da confinato) spostandosi di continuo per l’ Europa. Tre le sue passioni la poesia, l’arte e la filosofia, la scienza oltre che la lotta politica e sociale.
In una nota informativa datata 8 ottobre 1930, trasmessa da Bruxelles alla Divisione Affari Generali e Riservati dei servizi italiani, si legge: «Bruno Sanguinetti detiene nella sua stanza [a Liegi] numerosi libri di carattere rivoluzionario», fra i quali, oltre a Marx, Riazanov, Trotzky, Plechanov, Bucharin, anche Dostoevskij, e due opere di Umberto Saba (sic!): «Figure e Canti» e «Il Canzoniere di Saba».
Parlava e scriveva perfettamente quattro lingue moderne e conosceva bene due lingue morte. Lo zio , l’eccentrico filosofo Giorgio Fano, gli aveva fatto conoscere il poeta Umberto Saba, che gli fu amico e maestro per sempre e da cui in varie occasioni fu ospitato e protetto; frequentò anche Eugenio Montale, presentatogli da Saba e il terzetto fu compatto e sodale finchè Bruno fu in vita.
Siamo a Firenze nel ’44, invasione nazista , complotti e attentati , rappresaglie, torture, deportazioni; Sanguinetti si nasconde presso l’amico storico, Montale appunto, il quale scrive: «L’ora del coprifuoco era scoccata e già da qualche minuto avevano fatto ritorno i due uomini che venivano a dormire in casa mia per ragioni precauzionali. Due ospiti notturni, due Flying guests di cui uno, l’amico Brunetto, fisico e studioso degli ultrasuoni nonché cospiratore di vecchia data, rappresentava l’elemento stabile, il titolare fisso o semifisso di quell’alloggio clandestino […]. Il cupo inverno del ’44 cominciava e la città viveva nell’incubo di rastrellamenti e rappresaglie senza fine […]» .
Aveva anche conosciuto e frequentato i più attivi intellettuali parigini. Gianfranco mi scrisse: «A Parigi divenne amico dei surrealisti Georges Bataille, Louis Aragon, Paul Eluard, Georges Sadoul e Paul Renotte, che conosceva da Bruxelles. Aragon lo fece entrare nel partito comunista francese. La polizia segreta fascista, l’OVRA, a maggior ragione lo sorvegliava ora che era diventato membro del partito comunista e segretario della Ligue contre l’impérialisme et l’oppression coloniale, di cui Albert Einstein era il presidente e fondatore e di cui faceva parte anche Maxim Gorkij. Fiero, indipendente e incapace com’era di sottomettersi, riuscì, un anno dopo, a farsi espellere anche dal partito comunista francese. Non bastava: Bruno fu poco dopo espulso anche dalla Francia. Cambiò nome e divenne Monsieur Jourdain, come il Bourgeois gentilhomme di Molière, vivendo nascosto…Poi se ne andò a vivere in Inghilterra, a Londra, con la sua compagna di allora…»
Nel 1935 decise di tornare in Italia,ma sul treno fu riconosciuto e arrestato, alla frontiera di Chiasso: lo tirò fuori dai guai il potente padre che ancora si illudeva di portarlo a lavorare con lui all’Arrigoni, per controllarlo meglio. Ma non era pensabile: Bruno naturalmente visitò le fabbriche, ne ammirò anche la tecnologia e l’organizzazione del lavoro, ma ancora più naturalmente fu colpito negativamente dalle condizioni di lavoro degli operai alla catena di montaggio.
Si stabilì a Roma, sempre grazie all’ aiuto dello zio filosofo, dove, lavorando dietro le quinte, formò il gruppo romano dei giovani comunisti, fra cui Aldo Natoli, Lucio Lombardo Radice, Pietro Ingrao, Pietro Amendola, Aldo Sanna, Paolo Bufalini. Insieme costituirono uno dei più agguerriti nuclei della Resistenza in Italia; Aldo Natoli raccontava che Bruno riusciva, quasi come un demiurgo, a cambiare completamente la vita delle persone che sceglieva come amiche. Un più ampio gruppo di compagni antifascisti comprendeva anche Bruno Zevi, Paolo Alatri, Paolo Solari, Vittoria Giunti. Instancabile e appassionato, volle andare a combattere anche in Spagna contro Franco, ma Giorgio Amendola, da Parigi, gli chiese di continuare il lavoro iniziato.
La parola torna a Gianfranco: «Già dal 1941 Bruno si era attrezzato in via dei Serragli un laboratorio per gli esperimenti di fisica, e si preparava alla tesi di laurea, che discuterà nel 1942. Naturalmente la famiglia con Maria, la moglie, Lucetta ed Aldo lo aveva raggiunto. A Firenze nascerà nel ’43 mia sorella Paola. Nel mese di maggio dello stesso anno morì suo padre Giorgio Sanguinetti. I fascisti ebbero il riguardo di arrestarlo solo dopo i funerali, il 1° giugno 1943: Bruno, ereditando, diventava più pericoloso per il regime. Trasferito da Firenze a Roma, a Regina Coeli, sarà presto liberato dopo lo sbarco in Sicilia degli anglo-americani. Il 25 luglio crolla il fascismo. Si trova a Firenze quando l’8 settembre i nazisti occupano l’Italia, e dovrà passare alla clandestinità».
Clandestino, Bruno Sanguinetti partecipò anche alla decisione e all’organizzazione dell’attentato a Giovanni Gentile, che avvenne il 15 aprile 1944 ,mentre il filosofo senza scorta rientrava nelle sua villa a via Pier Capponi. Fermato da due giovani in bici, fu ucciso con 4 colpi di pistola da uno dei due, Bruno Fanciullacci. Che si sarebbe suicidato in carcere per non parlare. Quei giovani, come mi aveva confermato senza incertezze la stessa Chicchi quando le chiesi da quale spirito erano stati animati, lo intesero come atto ineludibile di “guerra civile”. Gentile, mi spiegava Teresa, sua allieva, divenuto Presidente dell’Accademia d’ Italia, aveva assunto una decisa posizione a favore della Repubblica di Salò e contro quanti rifiutavano di parteciparvi, da lui considerati traditori della patria, riconoscendo così alla nazione il diritto di difendersi dai nemici interni in tutti i modi e giustificandone i crimini…Le sue lezioni all’Università nella primavera 1944 furono utilizzate dai gerarchi di Salò in tal senso.
E intesero vendicato così anche lo zio Gianfranco, il fisico brillantissimo e giovanissimo docente al Politecnico di Mi, che aveva messo la sua competenza chimica a disposizione dei GAP sia a Milano che a Roma, facendo della sua casa a via Giulia la santabarbara della resistenza romana. Il Premio Nobel per la chimica Giulio Natta, di cui era stato assistente e poi collega, nel 1963 gli avrebbe dedicato il premio e la medaglia, affermando che senza il suo contributo lui non avrebbe mai vinto il prezioso riconoscimento.
Ricorda Gianfranco: «Mia madre, Teresa Mattei, viveva dal 1947 con Bruno Sanguinetti, mentre era deputata(comunista) e segretaria della Costituente. Avevano già combattuto insieme a Firenze nel 1943-44, al tempo della clandestinità. Nel 1948 era incinta di me. Togliatti le ordinò di abortire subito nella clinica del dottor Mario Spallone per evitare lo scandalo».
Rifiutò, facendogli notare che in Parlamento mancava una rappresentante delle ragazze madri. La prima sarebbe stata proprio lei! Nel 1948, per non essere accusato di bigamia, a sua volta Bruno si fece adottare a Budapest da un ungherese; lo stesso fecero Maria Sanna, la sua prima moglie, che in preda ad una forte forma depressiva lo aveva lasciato (avevano ben tre figli!), e Teresa, prendendo la cittadinanza ungherese, perché così lui potesse divorziare dalla prima e risposarsi con lei una seconda volta. E dare il suo cognome ai figli che ne sarebbero nati.
Ancora Gianfranco: «Io stavo quasi per venire al mondo, ma non potendo nascere a Budapest, per motivi burocratici, mio padre affittò in fretta e furia un piccolo aereo per andare a Zurigo. All’ultimo minuto le autorità comuniste ordinarono di imbarcare sull’aereo un uomo affetto da gravi disturbi mentali, opportunamente sedato ed espulso dall’Ungheria. Fu fatto sedere accanto al pilota e a mia madre fu data una siringa da iniettare da dietro nella spalla del pazzo in caso di necessità. Non ce ne fu bisogno. Le autorità svizzere furono molto sospettose vedendo arrivare questo aereo con lo strano terzetto da oltre cortina: “Tre pazzi e mezzo!” dichiarò mio padre alle guardie svizzere».
Il mattino del 10 dicembre 1950 Bruno morì poco dopo esser sceso dal treno con cui da Trieste era tornato a Milano dove si era stabilito con la nuova famiglia, i tre figli che aveva e i due nati da Teresa. Aveva solo 41 anni.
Circolarono voci di un avvelenamento avvenuto a Trieste la sera prima. Non ci sarebbe neppure troppo da stupirsi, tenuto conto che Bruno Sanguinetti era il più grande finanziatore privato del partito comunista, che di nemici se ne era fatti molti, anche dentro l’azienda di famiglia, e che si era già in piena guerra fredda. Ma non esiste nessuna prova.
Questo un piccolo spaccato di quegli anni tremendi, in cui giovani di grande valore e coscienza persero in vari modi la vita, ma guadagnarono a tutti la Patria. Bruno Sanguinetti fu uno di loro.
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