ALL'INTERNO DEL

Menabò n. 175/2022

4 Luglio 2022

Sostegno al reddito e controllo sociale nel dibattito italiano
Sandro Busso e Eugenio Graziano in occasione dell’edizione italiana di “Disciplinare i poveri” di Soss, Fording e Schram, illustrano l’importanza del tema del controllo sociale per il dibattito sulle misure di sostegno al reddito, riferendosi anche al Reddito di Cittadinanza.
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Dopo decenni di ritardo anche l’Italia si è recentemente dotata di una misura di contrasto alla povertà a livello nazionale. Pur con i suoi limiti, il Reddito di Cittadinanza si è rivelato uno strumento fondamentale nel fronteggiare i fenomeni di impoverimento pre-pandemici, nonché gli effetti sociali generati dall’emergenza e dalla conseguente fase di ristrutturazione economica a cui stiamo assistendo. Nonostante questo indubbio risultato, l’approvazione e l’implementazione tanto attesa di una misura di sostegno al reddito ha generato un acceso dibattito in cui, più che sulla funzione di garanzia dei diritti e della tenuta sociale, l’attenzione è stata rivolta agli insoddisfacenti risultati in termini di inserimento lavorativo dei percettori.

Il discorso che ha preso forma in questo dibattito sembra avere confini stretti, compresi tra la dimensione del politicking, ovvero della contesa e della performance politica dei suoi alfieri e detrattori e delle ricadute sugli assetti del potere (K. Palonen, Four Times of Politics: Policy, Polity, Politicking, and Politicization, 2003), e quella più intrinsecamente policy oriented, che si concentra sull’impatto e sull’efficacia dell’intervento. Trovano qui spazio riflessioni sulla sostenibilità economica generale della misura, sulla capacità di take up e di intercettare e sostenere chi si trova in condizione di povertà, sulle problematiche di efficacia e efficienza della componente di attivazione nell’incentivare la partecipazione al mercato del lavoro e sui rischi di rendere pigri e passivi i beneficiari.

Rispetto all’ultimo punto, la continua polemica sul “rischio divano” e le visioni moralistiche e stereotipiche dei beneficiari del welfare e della loro (mancata) meritevolezza sembrano offrire le basi per legittimare il carattere workfarista dell’intervento, che pur in accordo con la terza ondata di redditi minimi europei post-austerity si distingue per la presenza di forme di condizionalità tra le più dure nel panorama europeo, come sottolineato dall’OECD.

In questo dibattito – pubblico ma anche accademico – sembra mancare uno sguardo più ampio che possa mettere in discussione i presupposti di tali politiche, primo fra tutti quello della condizionalità degli interventi, e le razionalità politiche soggiacenti. In particolare, si avverte a nostro avviso l’assenza di una prospettiva che pure ha storicamente recitato un ruolo importante: quella che si concentra sulle politiche sociali come strumenti di controllo sociale.

Per questa ragione, crediamo che un importante contributo al dibattito possa essere offerto dalla recente edizione italiana del volume di Soss, Fording e Schram, “Disciplinare i poveri” (Mimesis, 2022) pur a dieci anni dalla sua uscita negli Stati Uniti.

Non è certo nostra intenzione fare una ricostruzione complessiva dell’opera, che si presenta come un ricco e complesso studio empirico e interdisciplinare radicato in un contesto peculiare come quello statunitense. È possibile, però, sottolineare brevemente alcune delle leve di quell’analisi che possono essere utili per ridare linfa al dibattito nostrano.

Lo spunto più rilevante offerto dal volume consiste nel delineare una prospettiva di studio delle politiche di contrasto alla povertà che superi lo sguardo stretto della policy analysis tramite due passaggi teorico-analitici.

Il primo è quello di non assumere acriticamente gli obiettivi espliciti delle policy, ma indagarne anche i significati impliciti. Ciò vale innanzitutto per la tensione tra l’intento dichiarato di sconfiggere la povertà e quello implicito di disciplinare i poveri, che gli autori rilevano nel caso statunitense ma che può costituire un’utile chiave di lettura anche per il contesto europeo. Il contrasto tra retoriche istituzionali e intenzioni sottostanti (potremmo dire, con Mills, tra “motivi” e “ragioni”) si svela anche guardando alla dimensione razziale. Nonostante il superamento delle discriminazioni legislative, e l’adozione di un linguaggio pubblico ripulito dal razzismo esplicito, tanto le basi quanto gli effetti delle politiche di welfare mostrano quello che gli autori definiscono come un “persistente potere della razza”. A fronte di retoriche inclusive, i meccanismi di funzionamento degli interventi continuano a riproporre modelli razzializzati di accesso ai diritti. Ne è un esempio il modo in cui, per effetto del decentramento amministrativo, la popolazione che abita i sobborghi con una maggior presenza di neri sia esposta a modelli di condizionalità molto più stringente e a un tasso di sanzioni più elevato.

Per comprendere pienamente il disallineamento tra esplicito e implicito è necessario un ulteriore passaggio di analitico. Questo consiste nel ricostruire un quadro di insieme degli interventi, andando oltre le singole misure alla ricerca del più ampio progetto politico sottostante all’intero sistema, nello specifico quello neoliberale. In questa prospettiva, le politiche pubbliche non sono soltanto strumenti da analizzare in quanto tali, ma parti di un più ampio framework che le influenza e che, a loro volta, contribuiscono a rinforzare, entro cui si strutturano le relazioni politiche e si organizza l’esercizio dell’autorità pubblica. Una simile ricostruzione passa attraverso l’osservazione delle modalità di governance pubblico-privato, della creazione di mercati del welfare, delle forme di managerializzazione dell’azione pubblica, della gestione tramite indicatori di performance della stessa e delle attività di chi implementa tali politiche.

Attraverso questo cambio di prospettiva è dunque possibile tematizzare e disvelare adeguatamente la natura ambivalente degli obiettivi degli interventi: da un lato quella di sconfiggere la povertà, dall’altro quella di governare i poveri.

Riconoscere il carattere disciplinante delle politiche di contrasto alla povertà e più in generale di welfare non rappresenta una novità nella panoramica delle scienze sociali: il problema di garantire l’acquiescenza di una parte della popolazione considerata sgradevole e potenzialmente pericolosa è sempre stato ben noto ai governanti e messo al centro delle ricostruzioni storiche dell’evoluzione delle politiche rivolte alla povertà, a partire dal medioevo fino ai giorni nostri.

Nell’analisi di Soss, Fording e Schram, tuttavia, emerge con forza uno dei tratti peculiari che la funzione di controllo sociale assume nello scenario neoliberale, ovvero la sua rimozione dal panorama degli obiettivi espliciti delle misure. A differenza di quanto avveniva in passato, il discorso pubblico attuale enfatizza la funzione di contrasto alla marginalità affidata alle politiche, trasformandole a livello retorico in interventi che hanno come unico obiettivo il contenimento e la lotta alla povertà. Occultare la razionalità più generale le riduce nel dibattito pubblico a politiche “per i poveri”, pensate per garantire loro non solo il benessere, ma anche, se non soprattutto, il “reinserimento” nella società, inteso in un’accezione edulcorata che nega il celebre paradosso dell’inclusione, secondo cui l’inserimento sociale attraverso il lavoro avviene nel quadro di una relazione che reitera la loro condizione di subordinazione, come il lavoro povero ben dimostra nel caso italiano.

La retorica neoliberale dello stato sociale è centrale nel proporre una visione dei poveri come cittadini carenti, mancanti e per questo marginali, che hanno bisogno di essere disciplinati per essere inclusi nella società tramite l’adeguamento e la conformità alle logiche di mercato. E la chiave di volta per rimuovere dal discorso l’evidente opposizione tra emancipazione e controllo in questa retorica è identificata nel paternalismo, altra categoria poco utilizzata nel dibattito italiano sulle politiche sociali.

L’asimmetria che caratterizza una relazione di tipo paternalistico, infatti, si regge sul presupposto che una delle due parti non sappia riconoscere cosa è meglio per sé e\o manchi della disciplina necessaria per agire secondo tali principi. Da qui si genera l’autorità necessaria a modellare il comportamento altrui al fine di evitarne le conseguenze negative, in una prospettiva in cui la coercizione, gli obblighi e la disciplina sono giustificati come precondizione per l’esercizio della libertà dei soggetti.

Si assiste in questo modo alla ridefinizione del controllo sociale come strumento agito nell’interesse dei poveri, al fine della loro stessa emancipazione. In questo processo di individualizzazione, sparisce dal novero dei “motivi” l’interesse della società nel suo complesso non solo in termini economici, ma anche e soprattutto di mantenimento dell’ordine e riproduzione delle strutture sociali.

Disvelando gli obiettivi impliciti e le razionalità sottostanti, questa prospettiva ha la capacità di fare ciò che è impedito da una visione individualistica della povertà: rimettere al centro la strutturazione neoliberale della governance e del governo della povertà. In quest’ottica, la persistenza e la costruzione di stereotipi razziali, o la marginalizzazione e stigmatizzazione dei soggetti impoveriti, non sono semplici “esternalità negative” ma un risultato dettato dalle logiche e dalle dinamiche di funzionamento, produzione e riproduzione della società neoliberale.

Da ultimo, crediamo meriti una riflessione conclusiva uno dei motivi per cui la prospettiva del disciplinamento ha subito una progressiva marginalizzazione nello sviluppo dei poverty studies, ovvero la vicinanza alle politiche e la vocazione “di servizio” che questi hanno spesso assunto. La stretta collaborazione con le istituzioni, infatti, non ha tanto comportato un atteggiamento della ricerca passivo o prono al loro volere, quanto piuttosto la convergenza sull’agenda e sui temi delle politiche, e dunque il restringimento dello spazio discorsivo.

In questo senso, ridare energia a un dibattito sopito sulla natura disciplinante delle politiche di sostegno al reddito e di attivazione appare quanto mai opportuno. Accendere i riflettori nella discussione pubblica sul “lato oscuro” delle politiche di contrasto alla povertà non significa infatti predicarne tout court la nocività o auspicarne la dismissione. Anzi l’intento è quello di allargarne la rappresentazione al fine di sostenere e sviluppare il confronto e il dibattito sulle reali potenzialità di emancipazione e capacitazione contenute in tali politiche, a partire dal Reddito di Cittadinanza, agevolando (perché no?) un loro ripensamento su nuove basi.

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