Geografia e disuguaglianze di reddito: oltre il divario Nord-Sud

Juraj Briskar, Edoardo Di Porto, Jose V. Rodriguez Mora e Cristina Tealdi presentano i risultati di un loro studio sull’influenza della geografia sui divari salariali nel nostro paese. La loro unità territoriale di riferimento è la provincia e il loro principale risultato riguarda l’altezza assai maggiore della disuguaglianza all’interno delle province piuttosto che tra province. Questo risultato porta a dubitare di spiegazioni delle disuguaglianze territoriali basate sul divario tra il Centro-Nord e il Sud intesi come aree omogenee.
Geografia e disuguaglianze di reddito: oltre il divario Nord-Sud
Juraj Briskar, Edoardo Di Porto, Jose V. Rodriguez Mora e Cristina Tealdi presentano i risultati di un loro studio sull’influenza della geografia sui divari salariali nel nostro paese. La loro unità territoriale di riferimento è la provincia e il loro principale risultato riguarda l’altezza assai maggiore della disuguaglianza all’interno delle province piuttosto che tra province. Questo risultato porta a dubitare di spiegazioni delle disuguaglianze territoriali basate sul divario tra il Centro-Nord e il Sud intesi come aree omogenee.
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*Questo articolo è stato scritto da: Juraj Briskar, Edoardo Di Porto, Jose V. Rodriguez Mora e Cristina Tealdi

La narrativa delle due Italie, che ci racconta di ampie differenze di reddito tra il Nord e Sud del paese, è conosciuta a livello internazionale. A un Centro-Nord più industrializzato, più ricco e dotato di servizi più efficienti, si contrappone un Sud rappresentato come omogeneamente più povero, meno sviluppato, caratterizzato da una bassa crescita e questo contribuirebbe a spiegare le disuguaglianze di reddito che negli ultimi decenni, in Italia, come nella maggior parte dei paesi occidentali, si sono aggravate accrescendo il divario tra i ricchi e i poveri. Ma quando si considera la geografia è davvero ancora soltanto una questione Nord-Sud?

Le differenze di reddito a livello provinciale cross-section. In un nostro recente lavoro utilizziamo i dati dell’universo dei lavoratori italiani impiegati nel settore privato forniti attraverso il programma VISITINPS Scholars e definiamo come misura di disuguaglianza la varianza del reddito da lavoro (espresso in logaritmo) ricevuto in un anno. Decomponiamo questa misura di disuguaglianza in due fattori: una parte dovuta alle differenze di reddito tra province e una parte dovuta alle differenze di reddito all’interno delle province per capire da dove origini la parte predominante della disuguaglianza. Nel 1985 la varianza di reddito tra province rappresentava il 3.93% della varianza totale, mentre il rimanente 96.07% era attribuibile alla varianza all’interno delle province. Nel 2018 la varianza di reddito tra province rappresentava il 3.02% della varianza totale. Questi numeri ci dicono che le differenze provinciali negli anni 80 come oggi sono marginali nello spiegare le differenze salariali dei lavoratori italiani in uno specifico anno (cross-section). Se è vero che ci sono differenze sostanziali tra i redditi medi nelle province più ricche e in quelle più povere, sono però le differenze all’interno delle province ad essere di gran lunga più importanti. La differenza tra il reddito medio in provincia di Milano e in provincia di Napoli è molto minore rispetto alla differenza di reddito tra l’individuo più povero e quello più ricco che vivono in provincia di Milano (o di Napoli). Questi risultati rafforzano l’evidenza fornita in alcuni studi precedenti di una maggiore disuguaglianza interna alle regioni/province italiane, rispetto alla disuguaglianza tra regioni/province (Acciari e Mocetti, 2013; Belloc et al., 2019). Una possibile spiegazione potrebbe derivare dal fatto che le province italiane si differenziano maggiormente nei tassi di disoccupazione/occupazione piuttosto che nei livelli salariali.

Le differenze di reddito totale di tutta la vita lavorativa. Per esplorare questa possibilità, calcoliamo il reddito totale dei lavoratori durante tutta la loro carriera lavorativa (e non solo in un anno), includendo pertanto non solo i periodi di occupazione ma anche quelli di non-occupazione, in cui i soggetti potrebbero risultare percettori di misure a sostegno del reddito. Per questa analisi, utilizziamo un campione di lavoratori italiani (circa il 13% della popolazione totale), che include lavoratori nel settore privato, pubblico e lavoratori autonomi. Per questi soggetti osserviamo gli estratti conto contributivi, che includono non solo informazioni sul reddito da lavoro, ma anche sui benefici percepiti durante la loro vita lavorativa (sussidi di disoccupazione, maternità, malattia, cassa integrazione etc.). Ci concentriamo sulla coorte di lavoratori nati nel 1960 e calcoliamo il reddito totale attualizzato, definendo come misura di disuguaglianza la varianza del reddito totale durante tutta la carriera lavorativa (espresso in logaritmo). Assegnando ciascun lavoratore alla provincia di nascita, calcoliamo, come nell’esercizio precedente, la percentuale della varianza di reddito attribuibile alla differenza tra province e quella all’interno delle province. Mentre la percentuale tra province è incredibilmente piccola e pari al 3.4%, quella all’interno delle province è molto più rilevante e pari al 96.6%. Come per l’analisi cross-section, è importante sottolineare come ci siano differenze sostanziali tra i redditi accumulati durante l’intera vita lavorativa nelle province più ricche e in quelle più povere, però le differenze di reddito all’interno delle province hanno un ordine di grandezza decisamente più grande. A questi risultati si giunge considerando sia i soli lavoratori del settore privato sia tutti i lavoratori, quindi anche i lavoratori pubblici e i lavoratori autonomi. Inoltre i risultati sono comparabili sia quando consideriamo solo i redditi da lavoro sia quando includiamo anche i benefici.

È una questione di migrazione? Si potrebbe pensare che questo risultato sia dovuto alla migrazione: un’estesa percentuale di lavoratori potrebbe essere infatti migrata verso province più ricche, limitando pertanto il ruolo della provincia di nascita nello spiegare la disuguaglianza. Ripetiamo quindi il nostro esercizio attribuendo i lavoratori all’ultima provincia dove hanno versato i contributi. Il risultato che otteniamo è molto simile: la percentuale della varianza del reddito di tutta la vita lavorativa attribuibile alla differenza tra province è pari al 4.2%. Questo ci porta a pensare che la migrazione non sia un fattore cruciale per il nostro risultato.

Differenze di genere. Le disparità di genere ancora una volta giocano una parte importante: le differenze tra province sono più rilevanti per le donne rispetto agli uomini. La percentuale della varianza di reddito tra province è pari all’1.8% tra gli uomini, mentre sale al 7.1% nel campione di sole donne. Questi numeri rispecchiano una forte eterogeneità nell’occupazione femminile tra il Nord e il Sud Italia, dove la partecipazione femminile al mercato del lavoro è ancora molto bassa e le carriere lavorative risultano maggiormente frammentate.

In conclusione. La nostra analisi mostra come la vera geografia della disuguaglianza reddituale in Italia sia molto più complessa del semplice divario Nord-Sud. I dati documentano un ruolo marginale della componente tra province, a fronte di una componente interna alle province di gran lunga più importante. Questo risultato evidenzia la necessità di nuovi tipi di politiche da introdurre a fianco delle attuali politiche place-based a sostegno del Mezzogiorno per la riduzione della disuguaglianza di reddito in Italia. Questi risultati vanno a informare il recente dibattito sulla opportunità di una modernizzazione della contrattazione collettiva, come discusso in recenti articoli pubblicati su lavoce.info e sul Menabò.

*L’articolo è estratto da un progetto di ricerca condotto nell’ambito dell’iniziativa VisitInps Scholars dell’Inps. Le opinioni espresse sono esclusivamente quelle degli autori e non riflettono necessariamente quelle dell’Inps.