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Massimo Florio sostiene che vi sono tre ragioni per proporre una nuova stagione dell’impresa pubblica: transizioni globali, politica anti-oligarchica e sostenibilità fiscale dello Stato. Non si tratta di una riedizione del modello delle partecipazioni statali, che pure ha avuto, in Italia ed altrove, meriti non trascurabili, ma dell’affermazione di un modo di produzione pubblico post-capitalistico, orientato da missioni strategiche di lungo respiro, governato da una dialettica strutturata fra Stato (anche in forma sovranazionale) e intelligenza sociale.
Massimo Florio sostiene che vi sono tre ragioni per proporre una nuova stagione dell’impresa pubblica: transizioni globali, politica anti-oligarchica e sostenibilità fiscale dello Stato. Non si tratta di una riedizione del modello delle partecipazioni statali, che pure ha avuto, in Italia ed altrove, meriti non trascurabili, ma dell’affermazione di un modo di produzione pubblico post-capitalistico, orientato da missioni strategiche di lungo respiro, governato da una dialettica strutturata fra Stato (anche in forma sovranazionale) e intelligenza sociale.
Stefano Giubboni analizza le disposizioni sul «salario giusto» del c.d. decreto «Primo Maggio» e coglie, pur consapevole dei limiti del decreto, un’innovazione nell’assunzione a parametro per il giusto salario del trattamento economico complessivo stabilito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni più rappresentative. Giubboni sostiene che ne risulterà rafforzata l’autorità salariale della contrattazione collettiva, con benefici per le retribuzioni ed auspica che l’art. 7 del decreto-legge non subisca modifiche in sede di conversione.
Stefano Giubboni analizza le disposizioni sul «salario giusto» del c.d. decreto «Primo Maggio» e coglie, pur consapevole dei limiti del decreto, un’innovazione nell’assunzione a parametro per il giusto salario del trattamento economico complessivo stabilito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni più rappresentative. Giubboni sostiene che ne risulterà rafforzata l’autorità salariale della contrattazione collettiva, con benefici per le retribuzioni ed auspica che l’art. 7 del decreto-legge non subisca modifiche in sede di conversione.
Ariel Garcia e Marisa Scardino commentano l’importante sentenza favorevole a YPF (società petrolifera argentina) nella disputa, originata dalla sua ri-nazionalizzazione, con il fondo americano Burford. Secondo i due autori la sentenza rafforza la posizione finanziaria e la credibilità dell’Argentina, riaffermando la legittimità della ri-nazionalizzazione e apre nuove opportunità per il settore energetico, pur in presenza di tensioni tra logiche pubbliche e private e rilancia il dibattito sulla capacità del paese di utilizzare le proprie risorse per uno sviluppo autonomo e duraturo.
Ariel Garcia e Marisa Scardino commentano l’importante sentenza favorevole a YPF (società petrolifera argentina) nella disputa, originata dalla sua ri-nazionalizzazione, con il fondo americano Burford. Secondo i due autori la sentenza rafforza la posizione finanziaria e la credibilità dell’Argentina, riaffermando la legittimità della ri-nazionalizzazione e apre nuove opportunità per il settore energetico, pur in presenza di tensioni tra logiche pubbliche e private e rilancia il dibattito sulla capacità del paese di utilizzare le proprie risorse per uno sviluppo autonomo e duraturo.
Eugenio Levi discute, basandosi sui risultati di un esperimento, le insidie della retorica meritocratica nelle competizioni che si ripetono nel tempo sostenendo che vincere una prima gara conferisce vantaggi di varia natura — risorse, reti, reputazione — per le successive gare, e l'interazione fra caso ed effetti di spillover può trasformare un esito fortuito in rendita persistente. Pertanto chi, per puro caso, vince la prima competizione, ha molte probabilità di rimanere un vincitore a vita, e non per suo merito.
Eugenio Levi discute, basandosi sui risultati di un esperimento, le insidie della retorica meritocratica nelle competizioni che si ripetono nel tempo sostenendo che vincere una prima gara conferisce vantaggi di varia natura — risorse, reti, reputazione — per le successive gare, e l'interazione fra caso ed effetti di spillover può trasformare un esito fortuito in rendita persistente. Pertanto chi, per puro caso, vince la prima competizione, ha molte probabilità di rimanere un vincitore a vita, e non per suo merito.

FOCUS

Paolo Di Caro sostiene che nella prospettiva del prossimo bilancio europeo il dibattito sul futuro della politica di coesione deve prestare attenzione a due aspetti trascurati: la distribuzione territoriale degli effetti del rischio geopolitico internazionale e le modalità operative di attuazione del principio di flessibilità. Secondo Di Caro è cruciale, inoltre, che nel confronto si tenga conto delle precise indicazioni che la teoria economica offre sulla desiderabilità (o meno) di politiche di tipo place-based.

FOCUS

Annalisa Cicerchia si occupa della prima indagine nazionale sulle pratiche di welfare culturale in Italia da cui emerge un arcipelago vivace, forte di 918 organizzazioni attive e di ottimi risultati in termini di efficacia e completamento dei programmi. L’indagine mette, però, in luce anche forti criticità strutturali, in particolare un marcato divario tra Nord e Sud, e l’insicurezza sui finanziamenti. La sfida futura risiede nel superare la frammentazione locale per garantire un accesso equo ai soggetti più vulnerabili.

FOCUS

Martina Caroleo interviene sul Patto europeo sulla migrazione e l’asilo adottato nel maggio 2024 che sarà in vigore dal prossimo 12 giugno e che ridisegna il sistema europeo di protezione internazionale. Infatti, il Patto introduce procedure accelerate, nuovi meccanismi di screening e un sistema di solidarietà tra Stati ma rischia di comprimere le garanzie procedurali, specie per le persone vulnerabili. L'articolo esamina in particolare le criticità nell'accesso ai diritti e il ruolo dei servizi sociali e dell'advocacy.

CONTRAPPUNTI

Enrico Saltari si chiede se l’Europa cresca davvero meno degli Stati Uniti. Il dibattito sul declino europeo ruota attorno alla produttività e al ritardo tecnologico. Ma la lettura proposta da Paul Krugman suggerisce che il divario transatlantico sia molto più contenuto di quanto emerge dalle misure tradizionali della produttività. Il vero problema, secondo Saltari, potrebbe essere non l’Europa nel suo complesso, bensì la diversa capacità dei singoli paesi di assorbire e diffondere innovazione e tecnologie digitali nelle proprie strutture produttive.

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