Intervista al Senatore Luciano Barca

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IL PCI E L’EUROPA

INTERVISTA AL SENATORE LUCIANO BARCA

ROMA, 20 GIUGNO 2004

rilasciata a Paolo Ferrari

In quale modo si avvicinò, all’interno del Pci, alle questioni internazionali e, più specificamente, a quelle europee?

Di fatto ho sempre seguito le questioni internazionali fin dal 38-39 attraverso “Relazioni Internazionali” ricca di notizie e documenti anche nel periodo fascista. Nel PCI ho cominciato a seguire formalmente le questioni internazionali da quando sono diventato redattore capo de l’Unità di Roma, (dal febbraio 1946 al 1948 sono stato redattore economico; poi, essendo diventato redattore capo, – e allora il redattore capo era uno -. mi sono dovuto occupare dei vari settori). Comunque il mio primo impegno operativo di politica internazionale l’avevo già avuto nel ’46, ma al di fuori del Pci. Pasquale Saraceno mi aveva ammesso infatti nel suo gruppo di lavoro. Io avevo studiato economia, ma, rientrato dalla guerra in Marina, non avevo più trovato il mio professore, Guglielmo Masci, morto nel ’43, e sostituito da Ugo Papi, emblema del liberismo ancien regime. Ero quindi e alla disperata ricerca di un maestro e lo trovai in Saraceno. Grazie alla sua generosità stabilii con lui un particolare rapporto di simpatia e collaborazione che mi coinvolse nella redazione del primo studio sulla utilizzazione degli aiuti Unrra.

Questo prima di entrare nel Partito?

Sia prima di entrare nel PCI sia dopo. Subito dopo la fine di una parentesi torinese, nel 1945, ho iniziato a incontrarmi con Saraceno, che aveva formato un gruppo, del quale facevano parte Giorgio Sebregondi, Adriano Olivetti, Ezio Vanoni, ed altri . Ci incontravamo in via Fratelli Ruspoli dove lui abitava. Ci incontravamo la sera e alle dieci la signora Pina ci serviva la camomilla di Morbegno. Quando io sono stato nominato redattore economico all’Unità, naturalmente ho avvertito Pasquale Saraceno, dicendogli che forse, dati gli impegni politici divergenti miei e di Ezio Vanoni, era il caso di avvertire innanzitutto Ezio Vanoni e Olivetti ; forse era anche il caso che io non partecipassi più a queste riunioni. Invece mi fu detto che nulla ostava, quindi io ho continuato a frequentare Pasquale Saraceno, e l’ho frequentato fino a quando è morto.

Di alcuni aspetti dei problemi internazionali mi sono quindi occupato da subito. All’Unità, come redattore economico ritenni giusto prendere contatto con mister Keeny , che era allora il capo dell’Unrra per l’Italia: persona gentilissima, liberale roosveltiano, che mi ha fatto conoscere Fiorello La Guardia e molte altre persone. Con Keeny avevamo un rapporto molto cordiale; lui tra l’altro cominciava a essere colpito dalla disonestà di alcuni ministri e quindi ripeteva: “Voi comunisti siete comunisti, però almeno siete onesti”; e in particolare ammirava Emilio Sereni che era ministro dei lavori pubblici, di cui mi parlava sempre bene perché diceva “è l’unico che mi dà rendiconti precisi”.

Nel 1947 arriva il Piano Marshall. Sul piano Marshall si accese una illusione in noi giovani della redazione. Gabriele De Rosa che era il responsabile degli esteri e che adesso è Presidente dell’Istituto Sturzo ci convinse – io, in verità ero già convinto anche alla luce dei rapporti diretti con gli americani per l’Unrra – che il Piano Marshall era assolutamente essenziale per l’Italia e per l’Europa. E l’illusione si rafforzò quando vedemmo che la Cecoslovacchia aderiva al piano. Quando arrivò il no di Mosca e la Cecoslovacchia ritirò la firma, in un gruppo dell’Unità ci ribellammo a questa posizione e inviammo un memoriale a Togliatti che passava tutte le sere al giornale e con il quale avevamo un ottimo rapporto. Il memoriale lo firmammo io e Alfredo Reichlin. Per quindici giorni regolarmente Togliatti viene, ci saluta, e non dice nulla. Dopo quindici giorni, vissuti con un po’ di patema d’animo, anche perché Togliatti aveva una grande personalità, Togliatti viene, si chiude nella stanza del direttore e ci manda a chiamare. Ci spiega che noi, da vari punti di vista, abbiamo ragione, ma che il quadro mondiale è mutato rispetto a quello dell’immediato dopoguerra ( la grande rottura era iniziata con il discorso di Churchill a Fulton) , l’Europa è divisa e in questa situazione aderire al Piano significherebbe rompere con l’URSS e con Stalin e che quindi bisogna fare di necessità virtù e bisogna prendere posizione contro, sia pure cercando di argomentarla in maniera seria, individuando vantaggi e svantaggi ( per esempio le importazioni di carbone polacco sarebbero state meno costose rispetto al carbone importato con le navi Liberty, né era da sottovalutare il rischio che il grano donato scoraggiasse la ripresa dell’agricoltura, delle semine, dato che tutta l’Italia meridionale era a grano,ecc). Togliatti ci informa anche che il discorso alla Camera sul Piano sarà affidato al deputato Valdo Magnani e che questi terrà conto di alcuni punti del nostro memoriale. De Rosa rifiuta di accettare questa linea e da qui comincia un suo distacco, una sua crisi, per cui lui torna a legarsi al vecchio gruppo di Franco Rodano, e alla fine uscirà dal partito.

Poi negli anni Settanta le strade di Rodano e del Partito si rincontreranno…

Fino a un certo punto: non ne sono così convinto come lei, anche se Rodano ha avuto rapporti con Togliatti ( è stato il tramite con mons. De Luca e con Mattioli) , e ha tentato di rinnovare questi rapporti con Berlinguer. Credo che sia nel periodo togliattiano che in quello di Berlinguer, Rodano abbia avuto delle diversità profonde di linea che hanno pesato. Nel periodo della Segreteria Berlinguer, Rodano ha fortemente contribuito, anche attraverso il ruolo esercitato da Tonino Tatò, che era capo dell’Ufficio stampa del PCI, a dare una versione del compromesso storico profondamente diversa da quella data dal segretario del PCI : questi aveva parlato , ed era su questo che Moro concordava, di un superamento della conventio ad excludendum e di un ritorno ad un rapporto di normalità democratica tra DC e PCI ( normalità che avrebbe consentito alleanze, alternanze etc come è in tutte le democrazie) mentre Rodano aveva in testa l’incontro tra comunisti e cattolici ( democrazia cristiana). E tale è stato il suo impegno che perfino dentro il gruppo dirigente del PCI alcuni hanno considerato come versione esatta del compromesso quella rodaniana ( che non a caso escludeva Moro come interlocutore ed emarginava il PSI.) In ogni caso la sovrapposizione del pensiero di Franco Rodano, (l’incontro fra chiesa cattolica e comunismo), ad un’operazione del tutto laica quale era il compromesso storico per restaurare le regole della Costituzione, ha creato grande confusione e seriamente danneggiato l’operato del PCI.

Arriviamo, dopo il Piano Marshall, alla Ceca, alla Ced e al Mec, e alla posizione di equivalenza tra europeismo e atlantismo.

No, non c’è questa equivalenza , almeno non per tutti. L’errore dei padri dell’Europa fu quello di premettere a tutto la Ced ( Comunità europea di difesa) alla quale il PCI fu fortemente contrario. Probabilmente sbagliò, perché sarebbe stata meglio la Ced della Nato. Comunque questa scelta venne vista, non solo da noi, come una organizzazione militare diretta contro l’Urss, che avrebbe aggravato la spaccatura dell’Europa. Non a caso la proposta fallì lasciando un sospetto sulle successive iniziative europee. Comunque non ricordo documenti di diretto attacco alla Ceca, né alla nascita del Centro di ricerche nucleari . Come amico di Ugo Amaldi che andò lì a lavorare -, mia moglie è una fisica nucleare, – seguii personalmente con grande interesse la nascita del Centro anche perché l’Europa aveva bisogno di puntare sulla ricerca se non voleva rimanere per sempre subalterna agli Stati Uniti. Non ricordo attacchi particolari ala nascita della Ceca anche se c’è stata preoccupazione da parte di alcuni: è ovvio che la guerra fredda spingeva più ai toni esagitati che alle critiche ragionate. Praticamente i due dirigenti che allora contavano nel PCI in politica economica erano Mauro Scoccimarro, marxista ortodosso rimasto alle dispense del carcere, e Giorgio Amendola. Amendola era un liberale riformista, indubbiamente coerente, ma convinto che tanto più il Partito comunista si potesse spostare su posizioni riformiste, quanto si coprisse a sinistra gridando viva l’Urss e abbasso l’America. Non a caso Giorgio Amendola è quello che fino all’ultimo resta critico verso lo “ strappo con Mosca e vota in Direzione contro Berlinguer a favore dell’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Questa mi sembra una contraddizione…

E’ una contraddizione che molti nascondono, ma è un fatto che quello che passa come un leader liberale era il più filosovietico. La contraddizione era del resto comune a molti statisti francesi: Pinay l’ha teorizzata per primo, poi De Gaulle : quanto più la politica interna era di destra, tanto più si doveva giocare a sinistra sul piano internazionale, e viceversa. Questa era la concezione di una certa scuola, compresa l’Alta scuola amministrativa di Parigi : balancer in maniera da far trangugiare all’operaio posizioni di destra sventolando la bandiera dell’Urss o comunque assumendo posizioni autonome da Washington.

E’ la famosa “Europa dall’Atlantico agli Urali”?

Anche , è ovvio. A dominare la politica economica – dicevo – sono nel PCI questi due dirigenti. Però, francamente, fino a quando sono stato a l’Unità, io ho fatto quello che ritenevo giusto fare. Per esempio una volta che Scoccimarro ha fatto un discorso che proprio non andava, quando Togliatti è passato in redazione ho detto “Guarda è passato Scoccimarro che vorrebbe quattro cartelle del suo discorso. E’ proprio un discorso che non va”. Lui mi ha detto: “Va bene, due righe, sei autorizzato a dìre che i “compagni” hanno detto due righe”. C’era una notevole libertà per noi giovani, anche se non per i membri della Direzione. una certa tolleranza e amicizia di Palmiro Togliatti.

Debbo ricordare a questo punto che io nel 1950 mi allontano dai centri decisionali del partito. Nel ’50 lascio Roma, vado a fare il redattore capo a Milano, poi , nel 1953 il direttore de l’Unità a Torino. Ed è Torino che vivo l’esaltazione e il dramma del ’56 insieme ad un importante gruppo di intellettuali, dato che alla cellula de l’Unità avevamo aggregato la cellula dell’Einaudi, dove c’erano Calvino, Giulio Bollati, Boringhieri. A Torino viviamo in modo drammatico l’invasione dell’Ungheria il ’56, con posizioni differenziate da l’Unità di Roma. E’ chiaro che gli editoriali, quello famoso di Ingrao “Da una parte o dall’altra della barricata” lo dovemmo pubblicare anche noi, anche se protestammo e chiedemmo delle correzioni che non ci furono. Però sui resoconti dall’Ungheria, interveniva ampiamente Gianni Rocca…

Non c’era Alberto Jacoviello?

Si. Era l’inviato de l’Unità. Però noi, sbagliando, avevamo puntato sin dall’inizio non tanto su Nagy, quanto avevamo puntato su un colonnello, il quale si era messo a capo dei Consigli operai. Torino era la città dei Consigli operai, e noi vedemmo in quella uscita dei Consigli operai, in quella presa di autonomia dal Partito dei Consigli operai un segno di speranza e cominciammo a dare rilievo a qualsiasi riga arrivasse da qualsiasi agenzia sui Consigli operai. Sarebbe interessante oggi fare un confronto tra le varie Unità ( Roma, Milano, Torino, Genova) che ancora godevano di una relativa autonomia. Le nostre prese di posizione dettero luogo ad una polemica con Roma e ben due

membri della Direzione, Giorgio Amendola e poi Arturo Colombi, furono inviati a Torino per avere a casa mia incontri con i “dissidenti”.

Del resto, nel ’56, già prima dell’Ungheria, avevamo concordato con Italo Calvino una iniziativa di critica aperta alla politica culturale del PCI , critica che si tradusse in due saggi citati da Asor Rosa nella Storia d’Italia di Einaudi.

Per la legge del contrappasso, quando nel ’57 lasciai la direzione de l’Unità di Torino vengo nominato viceresponsabile della Commissione culturale, di cui rimane responsabile ilo dirigente che , con Calvino, avevamo attaccato, cioè Mario Alicata. Potei fare ben poco; detti vita però a una sezione di urbanistica del Pci, che è vissuta per vent’anni. Poi creai, questo d’accordo con Franco Ferri ( e con Togliatti) , una sezione economica all’Istituto Gramsci. Praticamente prendemmo l’abitudine di fare un seminario una volta al mese, qualche volta due volte al mese, frequentato molto bene e che comincia a contrapporsi un po’ alla linea del Partito.

Vi occupaste anche dei Trattati di Roma?

No, francamente no, anche se la dimensione europea era presente in molti dibattiti ed il respiro europeo era proprio della formazione di alcuni partecipanti come Garegnani o Claudio Napoleoni.

Quei seminari portarono una freschezza nuova nel dibattito del PCI e ciò non sfuggì a Togliatti , abbastanza critico ed insoddisfatto della politiva economica elaborata a Botteghe Oscure . Sia per tale motivo sia perché Togliatti vuol tentare di prevenire l’abbandono del partito da parte di Antonio Giolitti , che stimava molto, nasce a questo punto l’idea di una rivista di politica economica , esterna al partito, da affidare alla direzione di Giolitti. Purtroppo prima che ciò avvenga , a seguito di un violentissimo attacco di Luigi Longo, Giolitti si dimette dal PCI. La rivista “ Politica ed economia” nasce lo stesso nel 1957, non ostante l’opposizione di Amendola e Scoccimarro, con un comitato di redazione ed io ne diventerò direttore effettivo ad ottobre anche se mi dedicherò totalmente alla rivista nel 1958 quando lascerò, sconfitto, la commissione culturale.

Giolitti sii dimette anche a causa delle questioni europee?

Uno dei motivi fu l’opposizione del Pci ai Trattati di Roma, anche se nel Comitato federale di Cuneo che discusse le dimissioni e nel quale io rappresentavo il centro del Partito, la questione dominante fu l’interpretazione del concetto di egemonia in Gramsci, e se l’egemonia può essere confusa con il centralismo democratico e con la dittatura del proletariato. E’ per le posizioni sulla dittatura del proletariato che una parte dei dirigenti ( da Bufalini a Scoccimarro) anche perseguitandomi per telefono durante la riunione, voleva l’espulsione o almeno la radiazione di Giolitti invece che l’accettazione “ con rammarico” delle dimissioni come facemmo, creando una novità nella storia del PCI.

Con la mia diretta presenza in redazione la redazione di Politica ed economia si arricchisce di alcuni giovani che sono Valentino Parlato, Lucio Magri e altri. Stabiliamo stretti rapporti anche con giovani sindacalisti. Anche per questo ci viene messo, su richiesta di Amendola, nel comitato di redazione, un “tutore”, che è Emilio Sereni.

Ma perché Amendola ce l’aveva con questa rivista?

Per formazione e carattere Amendola ce l’aveva con qualsiasi cosa sfuggisse al suo diretto controllo, questa è la verità. Cercava anche di difendere il ruolo di supervisore della politica economica che si era conquistato. In verità Amendola non è mai stato un cultore dell’economia , ma poiché era amico di Adolfo Tino, vice di Cuccia a Mediobanca, si faceva un paio di viaggetti all’anno a Milano, si faceva dare un po’ il quadro della situazione e poi lo rivendeva con intelligenza. Non a caso considero Amendola il miglior politico che abbiamo avuto nel PCI, nel senso della sensibilità politica e del naso politico. Lui aveva un odorato politico eccezionale, un sesto senso: io per questo l’ho sempre ammirato e consultato, anche se l’ ho spesso combattuto per le sue posizioni, che erano uno strano miscuglio di destra liberale e di sinistrismo marxisteggiante. E’ grazie al suo fiuto politico che forse per primo ha inteso l’importanza di una dimensione europea.

Sul piano ufficiale e formale in ogni caso tutta la storia della elaborazione economica del Pci in quegli anni è una storia di occasioni mancate: noi abbiamo mancato per esempio l’occasione della Conferenza di Bad Godesberg, anche se Politica ed economia ne coglie l’importanza. ( ma Politica ed economia non era il Partito) con grande gioia di Ugo La Malfa che ripubblica per intero il nostro saggio sulla Voce Repubblicana.

Nei confronti del Mercato Comune come si poneva Politica ed economia?

Non abbiamo mai preso posizioni direttamente politiche. Però bisogna cancellare l’idea che il Partito comunista fosse un partito antieuropeo. Questo è proprio un errore, e non sto parlando di Luciano Barca che aveva personali rapporti con l’Aicce ( Associazione dei Comuni europei) o di Politica ed Economia , sto parlando del Partito in generale. Non era assolutamente un partito antieuropeo, e questo già con Togliatti almeno dal 1960.

Qual è la carta che Togliatti gioca con i sovietici? La carta che Togliatti gioca con i sovietici per conquistare autonomia è la peculiarità italiana costituita da tre elementi : a)noi siamo nati da una costola del Psi, che organizza insieme a noi la maggioranza della classe operaia; se noi rompiamo col Partito socialista italiano diventiamo una minoranza, quindi non possiamo ignorare un rapporto costruttivo con il Partito socialista italiano; b) operiamo in un paese cattolico sede della Chiesa cattolica ;c) tra le classi sociali ha una particolare importanza in Italia il ceto medio produttivo , che in parte notevole si è legato al PCI e dobbiamo tener conto di ciò nella nostra politica economica e in generale. Non a caso Togliatti fin dalla prima conferenza economica nazionale del 1945 aveva reso chiaro che il PCI era contrario ad una economia pianificata, era a favore di una economia che riconoscesse il ruolo dell’iniziativa privata, e non stabilisse controlli diversi da quelli in uso negli Stati Uniti e in Inghilterra. Questa è la prima dichiarazione formale sulla politica economica fatta da Togliatti, Il quale poi torna alla carica nel ’46 in un famoso articolo di “Rinascita” in cui scrive: noi abbiamo fatto un compromesso con la classe capitalistica italiana, abbiamo rinunciato alla socializzazione economica, in cambio di una carta costituzionale che ci aiuti a portare avanti la socializzazione politica, perché nel lungo periodo è la democrazia e la socializzazione politica quello che conta, e non la socializzazione economica. Fino al 1960, dunque, Togliatti usa la peculiarità italiana, sia con Stalin che poi coi successori; nel 1960 c’è un piccolo importante cambiamento. Se uno si mette a studiare tutti i documenti del PCI lo può cogliere : si comincia a parlare di peculiarità europea. Si dice cioè ai sovietici che l’occidente non è l’oriente. Il che è un passaggio significativo. Nel 1961 io assisto, per una fortunata circostanza , avendolo preparato io come membro della segreteria delo PCI , all’incontro tra Thorez e Togliatti, e in questo incontro si parla chiaramente della necessità di una maggiore collaborazione tra i Partiti europei al fine di influire sulla politica dell’Europa. Si tratta di un colloquio di cui non credo esista traccia, perché ne siamo stati testimoni per il Partito comunista francese Guyot, che purtroppo è morto, e per il Partito comunista italiano io. Togliatti d’altra parte non aveva l’abitudine di lasciare appunti.

E i convegni del Cespe sul capitalismo italiano e sul capitalismo europeo del 1962 e del 1965?

Sono momenti importanti. Io considero una tappa molto importante soprattutto il convegno del Gramsci organizzato all’Eliseo nel ’62 per volontà di Amendola.. Anche se le conclusioni del convegno, fatte da Amendola soprattutto in polemica con chi dava per liquidate talune vecchie contraddizioni italiana come quella meridionale ( Trentin, Libertini) , sono e suonano arretrate rispetto alle relazioni e alla ricchezza del dibattito, il convegno segna un importante aggiornamento “europeo” dell’analisi del capitalismo italiano e delle sue nuove contraddizioni e apre nuovi campi di ricerca e di iniziativa. I risultati delle nuove ricerche e del lavoro fatto emergeranno – superato il triste periodo dell’XI Congresso quando parlare di “nuovo modello di sviluppo” divenne quasi un reato – quando, nel 1969, diventerà vicesegretario Berlinguer che, non solo ha una visione europea, ma anche una serie di amicizie europee, perché molti dei capi della socialdemocrazia europea erano stati suoi colleghi nelle organizzazioni internazionali giovanili che Berlinguer aveva diretto nel periodo in cui non esisteva ancora la cortina di ferro. Lui utilizza queste amicizie e questi legami per cominciare a tessere un discorso. Di tutto questo però, per dirla francamente, si discute più nei convegni e nelle riviste che nella Direzione del Partito e nei Comitati Centrali: le novità cominciano a entrare per la prima volta in Direzione nel 1971.

Alla vigilia del convegno sull’Europa dell’Eur?

No, in occasione della crisi del dollaro: è la decisione di Nixon del 15 agosto di rendere inconvertibile il dollaro e di “uccidere” Bretton Woods che obbliga tutti a prendere atto di una nuova realtà. Chiaramente dal verbale della Direzione del Partito emerge per la prima volta il tema il tema dell’Europa e la consapevolezza della necessità di un suo ruolo. E tocca ad Amendola , che avevo tenuto informato dei contatti avuti con Carli e con Ferrari Aggradi, a porre il problema di una moneta europea non dipendente dal dollaro ( si veda verbale della Direzione del PCI del 7 settembre e mio diario depositato alla Fondazione Feltrinelli )

Gli anni settanta sono ricchi di una elaborazione nuova, in cui il ruolo dell’Europa assume crescente importanza ( vedi rapporto di Berlinguer al CC del dicembre 1974) , e ad essa seguono una maggiore adesione ai processi reali del Paese e grandi successi elettorali : alle regionali del ‘75 il PCI raggiunge il 33,5 dei voti e ciò ( anche nel clima della sconfitta degli USA in Vietnam) concorre a creare una attenzione nuova verso di noi. . Purtroppo ciò si accompagna ad una crescente polemica con il PSI , arroccato formalmente sulle sue formule della programmazione, ma , soprattutto teso ad acquisire posizioni di potere nella società civile ed anche in quella bancaria e finanziaria ( Ciò assumerà aspetti abbastanza clamorosi con la Segreteria Craxi).

L’attenzione nuova è solo italiana ?

E’ in primo luogo italiana anche se suscita interesse nei socialdemocratici tedeschi e nei socialisti francesi. Ma sembra che anche gli Stati Uniti decidano di osservarci più da vicino. Nel giugno del 75 per iniziativa americana il primo segretario dell’ambasciata americana Wenick con la motivazione di voler meglio capire la politica economica del PCI prende contatto con me ( ovviamente autorizzato da Berlinguer). E’ la prima volta che viene stabilito un contatto diretto con un membro della Direzione del PCI., anche se mascherato da interesse per le nostre proposte economiche. ( in realtà questo interesse non era solo una maschera tanto che al secondo incontro partecipò anche il rappresentante del Tesoro americano). Poiché gli incontri cominciarono ad essere periodici e ad entrare sempre più in questioni politiche decidemmo con Berlinguer di porre ad Wenick la necessità di incontrare , prima di una nuova colazione, Giancarlo Pajetta membro della Segreteria e nostro “ministro degli Esteri. La richiesta spaventò evidentemente l l‘ambasciatore e il Dipartimento di Stato perché bloccò per circa due mesi gli incontri. Alla fine entrambi accettarono un mio invito :a pranzo da Piperno. Il primo contatto fu brusco. Pajetta si presenta ed esordisce così: “Non riesco a capire perché un membro della segreteria del Partito comunista – lui era molto conscio del suo ruolo, io l’ho visto anche all’estero, è un vero ministro degli esteri, difensore in tutte le occasioni della dignità italiana – non debba avere paura di incontrare un alto ufficiale della Cia, e un alto ufficiale della Cia debba aver tanta paura di me”. Così è iniziato l’incontro, e Wenick, da buon incassatore, ha risolto tutto sorridendo.

Ma era veramente della Cia ?

Quando, alla vigilia del primo incontro cercai informazioni su di lui, mi fu detto di sì e mi fu specificato che come tale era stato espulso da Mosca , a causa dei contatti che cercava con i dissidenti sovietici. Però il corrispondente del Corriere della Sera a New York , Claudio Gatti – il quale ha scritto un libro che è stato fatto sparire e non si trova più perché vi sono documentati da fonte ufficiale americana tutti i finanziamenti dati dalla Cia alla Democrazia cristiana e ad altri Partiti e nel quale si parla anche dei miei incontri – quando è venuto a trovarmi a Roma per avere la mia versione del rapporto tra PCI e ambasciata americana mi ha garantito che Wenick non dipendeva dalla Cia ma dal Dipartimento di Stato.

L’incontro poi fu positivo?

L’incontro con Pajetta andò benissimo, e così riprendemmo i contatti avallati ora non solo da Berlinguer, ma anche dalla Commissione esteri.del PCI.

L’incontro si svolse nel 1975?

Sì, nel 1975. E poi sono cominciati ad arrivare altri americani, anche quelli della Exxon tra gli altri , tutti in cerca di assicurazioni nel caso il Pci andasse al governo. Noi a tutti esponevamo la nostra politica: non volevamo nazionalizzare, ma anzi volevamo vendere molte aziende Iri non strategiche. Ciò li tranquillizzava.

Molti rappresentanti di gruppi americani , forse perché vittime della corruzione dilagante in Italia e del crescente intreccio tra affari e politica , apprezzarono molto il discorso di Berlinguer sull’austerità ( 1977) che mostrarono di aver capito meglio della destra del nostro partito.

L’ala riformista del Partito non era favorevole?

Consideravano l’austerità quasi come una cosa mistica, religiosa. C’è su questo anche una lettera di Claudio Napoleoni a Berlinguer in polemica con Amendola. Napoleoni fu uno dei pochi che insieme a La Malfa apprezzò molto l’iniziativa che Amendola invece criticò considerandola moraleggiante. Tutto ciò che aveva a che fare con l’etica gli “puzzava” un po’ di chiesa , ma soprattutto temeva che l’austerità divenisse un nuovo motivo di polemica con Craxi..

Ma c’erano rapporti diretti tra Berlinguere e Craxi.?

C’erano ( anche se non sempre furono facili) e ci furono proprio sul tema che la interessa e cioè sulla Europa e la sua unità. Ce ne furono all’immediata vigilia dell’ingresso nello Sme per assumere una posizione comune. Noi ci eravamo preparati all’ingresso nello Sme in modo molto serio , mantenendo contatti costanti con la Banca d’Italia e personalmente con Baffi ( nel mio archivio consegnato alla Fondazione Feltrinelli c’è un carteggio riservato con Baffi ) ma anche con socialisti italiani, francesi e laburisti inglesi. Ne avevamo tratto la conclusione, condivisa dal PSI, che l’Italia avesse ancora bisogno di almeno sei mesi per prendere alcune misure strutturali e per pilotare al ribasso la lira al fine di evitare successive svalutazioni traumatiche ( che effettivamente ci furono).

E’ un falso che il PCI abbia rotto con il governo di solidarietà nazionale, nato nel giorno drammatico del rapimento Moro e guidato dall’on. Giulio Andreotti, sulla questione dello Sme. Una prima rottura nei rapporti di maggioranza e in Parlamento era già avvenuta sulla questione delle nomine negli Enti e quando intervenne il voto sullo Sme la crisi era di fatto già aperta sul cosiddetto “Piano triennale” messo a punto da Pandolfi.

Purtroppo l’idea del piano triennale era proprio partita da noi che avevamo raccolto una proposta di Luigi Spaventa (a Pandolfi l’avevamo presentata Spaventa ed io) tesa a coprire il vuoto programmatico del governo di solidarietà. Superata con strascichi pesanti la vicenda conclusasi con l’assassinio di Moro – l’unico leader DC portatore di una strategia – il governo Andreotti si era ridotto a una gestione dell’ora per ora senza un progetto, senza scelte di medio periodo. E Spaventa propose di aprire un dibattito su queste scelte. Pandolfi ne parlò alla Segreteria Dc e ad Andreotti e fu incaricato di redigere una bozza sulla quale aprire un confronto. Il guaio è che quando andiamo al primo incontro di tutti i partiti della solidarietà nazionale, il 24 ottobre, Pandolfi ci presenta un testo che già nelle prime righe è per noi inaccettabile, perché prevede come scelta primaria la riduzione del salario orario. Il confronto divenne immediatamente duro e di contrapposizione e inutili furono i tentativi di mediazione operati con me e con il socialista Signorile da Ferrari Aggradi. Inutile fu anche la mia proposta, concordata con Berlinguer , Chiaromonte e Napolitano, di sostituire la riduzione del salario orario con “ la riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto.” Pandolfi rifiutò ogni modifica ed in privato mi disse che questa era la posizione dettatagli dalla segreteria democristiana. Berlinguer a questo punto mi incaricò di pronunciare un discorso in Aula , dove era in corso il dibattito sul bilancio, di dura critica alla politica economica del governo. Il discorso fu giudicato dal gruppo DC ( anche questo è agli atti della seduta della Camera) un discorso di opposizione.

E’ in questa situazione di pre crisi che arriva in Parlamento il voto di adesione allo SME sul quale il governo ed in particolare Pandolfi avevano , anche per merito di Baffi, mantenuto una posizione prudente che avevamo apprezzato. Ne fa fede il documento della Direzione del PCI il quale afferma che l’Italia può aderire all’accordo monetario “sulla base delle condizioni già esposte dal Ministro del Tesoro in Parlamento, e di precise garanzie, non tanto per la pur necessaria flessibilità della manovra monetaria, quanto per la modifica della politica agricola comunitaria e per il coordinamento tra le politiche economiche dei Paesi membri”.

Questo documento pare possibilista…

Sì, è possibilista e non certo negativo..

Poi non vennero quelle garanzie che voi chiedevate?

No, appunto. Il documento che ho citato è un documento della Direzione del Pci del 21 novembre 1978 (le date sono importanti, per valutare le reali cause della crisi governativa) Io l’ho votato anche se avrei voluto un accenno, che non ci fu per l’opposizione di Napolitano, al rapporto con il dollaro nel timore che, in assenza di un accordo tra paesi dello Sme e Stati Uniti, la lira si trovasse come un vaso di coccio nella competizione tra marco ( moneta dominante nello Sme) e dollaro. Proprio in base alla stessa preoccupazione il governatore della Banca d’Italia, Baffi, aveva riservatamente proposto – ma le sue proposte non erano state accolte – che i coefficienti di divergenza tra le varie monete fossero misurati rispetto a un paniere di cui facesse parte, eventualmente, anche il dollaro. Su questo punto e sul rischio di un dominio del marco scrissi in ogni caso un articolo sull’ Unità .

Il 22 novembre ebbi uno scambio di lettere con Albertini, presidente del Movimento federalista, per chiarirgli la nostra posizione sullo Sme: riconosco la delicatezza della situazione che si creerebbe se solo l’Italia rimanesse fuori, sia pure temporaneamente, ma non sembra sia così. I miei incontri all’ambasciata inglese – questo è l’altro fattore che ha giocato – dicono che le nostre riserve sono ampiamente condivise dagli altri e che esiste lo spazio per impostare meglio l’operazione.

Si giunge così all’ 8 dicembre 1978, giorno cruciale: accompagno Berlinguer, avendo seguito per tutto il mese, come responsabile economico del PCI, gli sviluppi della trattativa condotta da Pandolfi ( nella quale erano in discussione due posizioni : in assenza delle garanzie ufficialmente richieste l’Italia rinvia l’adesione, oppure l’Italia aderisce in via di principio ma rinvia di tot mesi l’applicazione.) Mentre entriamo in anticamera, incrociamo l’on Craxi accompagnato da Cicchitto che sono stati ascoltati sullo stesso tema, e che ci sussurrano di aver trovato Andreotti abbastanza favorevole alle ragioni di un approfondimento “dopo” l’adesione di principio.

Il nostro incontro con Andreotti si protrae dalle 10 alle 12.15 e la mia impressione è che Andreotti sia abbastanza sensibile alle argomentazioni non solo politiche ma anche tecniche – che poi sono fondamentalmente quelle della Banca d’Italia , anche se probabilmente Enrico Berlinguer aveva consultato anche Siglienti – che abbiamo portato circa la necessità di non precipitare le decisioni e conquistare alcuni mesi per continuare a negoziare, dato che nella riunione di Bruxelles erano state respinte le condizioni che lo stesso governo italiano aveva ufficialmente indicato come minime per un’immediata piena adesione. All’uscita, assalto dei giornalisti, ai quali consegniamo il testo di una dichiarazione. Un giornalista chiede se la nostra posizione è un rinvio dell’adesione:” La nostra posizione è un rinvio di sei mesi dell’adesione.” (ciò era stato fatto anche per consentire ad Andreotti, in accordo con Craxi, la mediazione dell’adesione di principio).

I giornalisti dicono: “Sembra che i socialisti dicano firmiamo, impegnandoci ad attuare l’accordo tra sei mesi, come gli inglesi”. Enrico risponde: “Se questa proposta verrà fatta, la esamineremo”. In realtà l’orientamento già assunto in segreteria è di appoggiarla e di questo orientamento avevamo informato sia gli inglesi che i francesi..

Questo si svolge, dunque, l’8 dicembre.

Il 12 dicembre, senza che nulla ci venga prima comunicato da Andreotti, si va al voto alla Camera su una mozione che prevede l’ingresso immediato e pieno. Votiamo contro, dopo esserci consultati con Craxi, anch’egli convinto come noi che fosse stato raggiunto l’accordo sulla sua proposta di immediata adesione di principio e rinvio di sei mesi per l’applicazione.

Napolitano motiva con grande chiarezza che il nostro voto non è un voto contro l’Europa, ma un voto per impedire che l’Europa nasca male, e che si vada incontro a svalutazioni, crisi, uscite drammatiche dallo Sme.

Ho letto in diversi saggi, anche in una ricostruzione storica di Castronovo, che il voto contro lo Sme suonò come una conferma dell’immaturità del Pci sul terreno di una politica estera e del rapporto con l’occidente. Nulla di più falso. Basta ricostruire i fatti anche solo consultando le carte parlamentari; nel mio archivio presso la Fondazione Feltrinelli ci sono d’altra parte, anche se per ora da me secretate, alcune lettere di Baffi .

Ma perché Andreotti scelse l’ingresso immediato?

Non lo so.

Il 17 dicembre 1978 Andreotti, anche per attenuare la tensione personale che si era creata tra noi due dopo il colpo di scena sullo Sme, mi fa avere fotocopia di una lettera che in data 15 dicembre 1978 ha inviato a Roy Jenkins, presidente della Commissione della Cee, in cui sottolinea che nel corso del dibattito tutte le forze politiche italiane hanno confermato il loro attaccamento agli ideali della costruzione comunitaria, e hanno condiviso la necessità di una zona di stabilità monetaria in Europa. Le divergenze – spiega Andreotti – hanno investito punti specifici e la scelta dei tempi. Ricorda, riprendendo i punti del nostro colloquio a Palazzo Chigi, che sono state espresse forti preoccupazioni che il sistema operi in modo deflattivo sui livelli dell’occupazione e sui redditi, e ricorda l’accento posto sulla convergenza dell’economia degli Stati membri, inclusa la politica agricola comune. (La fotocopia della lettera è in archivio Feltrinelli). La lettera di Andreotti merita una qualche riflessione, perché incrina l’ipotesi che fu fatta, che Andreotti, di fronte al maturare della crisi della solidarietà nazionale, abbia preferito rompere sull’Europa, facendoci passare per antieuropeisti, piuttosto che su nodi interni non risolti: nomine, lottizzazione, piano triennale, occupazione.