Le imprese cooperative e la dinamica della produttività in Italia

Giuseppe Daconto muovendo dall’osservazione che l’Italia è da tempo un paese a bassa crescita della produttività sostiene che sono necessari politiche e strumenti (uno dei quali potrebbe essere il PNRR) in grado di invertire la tendenza. In particolare, basandosi su una recente ricerca dell’OCSE, Daconto, riflette sul contributo che le imprese cooperative potrebbero dare alla crescita della produttività e sulle policies più idonee a questo scopo, tenendo conto anche delle differenziazioni regionali e del contesto socio economico.
Le imprese cooperative e la dinamica della produttività in Italia
Giuseppe Daconto muovendo dall’osservazione che l’Italia è da tempo un paese a bassa crescita della produttività sostiene che sono necessari politiche e strumenti (uno dei quali potrebbe essere il PNRR) in grado di invertire la tendenza. In particolare, basandosi su una recente ricerca dell’OCSE, Daconto, riflette sul contributo che le imprese cooperative potrebbero dare alla crescita della produttività e sulle policies più idonee a questo scopo, tenendo conto anche delle differenziazioni regionali e del contesto socio economico.
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La debole dinamica della produttività è da molto tempo ritenuta una delle principali cause della bassa crescita economica che caratterizza il nostro Paese da molti anni. FMI, OCSE, Commissione europea ci hanno ricordato, recentemente come in passato, quanto sia necessaria un’inversione di tendenza, a maggior ragione oggi, al tempo della “ripresa” dopo la crisi pandemica. Anche per questo, il PNRR Italia richiama esplicitamente tra le sue finalità la crescita della produttività.

Il dibattito sulla dinamica della produttività in Italia, in particolare su ciò che ne determina gli andamenti, è spesso controverso. Cosa ne determina dinamica e caratteristiche? Quanto sono rilevanti le forme d’impresa e quanto incide il fatto che non si perseguano efficienza e profitto a tutti i costi, come nel caso delle cooperative?

La ricerca OCSE-LEED “La dimensione territoriale della produttività nelle cooperative italiane”, presentata in un recente convegno organizzato dal MISE e Invitalia, interviene in questo dibattito fornendo utili spunti di riflessione in termini di analisi e di policy.

Una prima tesi potrebbe essere spiazzante. Se è vero che bisogna aumentare la produttività nel nostro Paese, il mondo cooperativo parrebbe contribuire meno di altri a questo obiettivo, sic stantibus rebus, visto che ha una produttività media inferiore a quella del resto delle imprese.

Nella realtà, le questioni sono più complesse e la stessa ricerca offre elementi per chiarire il quadro sia per le cooperative che in relazione all’Italia; essa fornisce anche indicazioni sulle politiche necessarie a migliorare la produttività: sostenibilità, transizione ecologica e digitalizzazione.

In Italia, la bassa dinamica della produttività è una malattia persistente e le cooperative hanno vissuto questo contesto economico a pieno titolo. Da metà degli anni 90, la crescita della produttività del lavoro in Italia (PIL per occupati, dati OCSE, dinamica annua, 1996-2019, Figura 1) è stata mediamente inferiore di circa un punto alla media dell’area euro. Nel 2019 oil tasso di variazione è stato del -0,2%. Naturalmente, la dinamica della produttività del lavoro in Italia è fortemente e positivamente correlata alla crescita del PIL: un aumento di un punto percentuale della produttività del lavoro è associabile ad un aumento dell’1,2% del PIL (Figura 2).

Figura 1. Tassi di crescita annuali del PIL per occupato Italia, Area Euro e gap (1996-2019)

Fonte 1. NS Elaborazioni su dati OCSE, estrazione marzo 2021     

Figura 2. Regressione lineare PIL e PIL per occupato, Italia

In termini generali, la stessa dinamica ha avuto la produttività totale dei fattori produttivi (MFP, multifactor productivity, dati OCSE 1996-2019, indicatore sostanzialmente usato nella ricerca, Figura3): nel 2019 era nulla. Prendendo a riferimento l’economia tedesca, il differenziale di crescita è sempre stato pressoché positivo. All’aumentare di un punto percentuale della produttività totale dei fattori, il PIL italiano è cresciuto di 1,3% (Figura 4).

Figura 3. Tassi di crescita annuali della Produttività totale dei fattori, Italia, Germania e gap (1996-2019)

Fonte 3. idem

Figura 4. Regressione lineare PIL e MFP, Italia

Fonte 4. idem

A date ipotesi, il PIL dipende dalla crescita dell’occupazione e dalla crescita della produttività del lavoro. Quest’ultima dipende dal tasso di crescita dell’intensità di capitale sul lavoro e dalla produttività totale dei fattori (il cosiddetto “residuo di Solow”, 1956). La dinamica della produttività dipende anche dalle caratteristiche dei vari settori economici (teoria della crescita sbilanciata di Baumol, 1957). In alcuni settori (tra i più colpiti dalla crisi pandemica, tra l’altro) raddoppiare i lavoratori non porta necessariamente al raddoppio dell’output, aumenta il costo del lavoro senza aumentare il valore prodotto. In alcuni di questi settori, le cooperative sono ben presenti.

Infatti, la produttività media del lavoro (valore aggiunto per Ula) nel 2020 per tutti i settori economici italiani è stata intorno ai 65 mila euro, nel 1996 era poco meno di 60 mila. Il valore medio della produttività (Figura 5) nel settore primario, nel settore del commercio, nei servizi di ristorazione e di alloggio, nel settore della sanità e dell’assistenza sociale, nel settore culturale, è sostanzialmente sotto la media nazionale, diversamente da industria, trasporti e magazzinaggio, informazione e comunicazione e attività finanziarie e assicurative. Nei settori più produttivi negli ultimi trent’anni, nei fatti, la presenza del mondo cooperativo, al netto del settore bancario, del settore della distribuzione commerciale e del settore dei trasporti e magazzinaggio, è stata relativamente bassa.

Figura 5. Variazioni tendenziali di periodo Produttività del lavoro per settori ATECO, Valore aggiunto (a prezzi concatenati al 2015) per ULA, %,1996-2020

Fonte 5. Ns Elaborazioni su dati Istat, principali aggregati contabilità nazionale, Ateco Asia Istat

Altro aspetto di cui tener conto è la differenziazione regionale. Il valore aggiunto per occupato nel centro Nord nel 2019 è stato di 64,6 mila euro, nel Mezzogiorno di 50,4 mila, valori sostanzialmente simili al 1995. La divergenza rimane positiva e accelera particolarmente negli anni dopo la crisi del 2008, con una crescita del differenziale intorno al 5% annuo (Figura 6).

Figura 6. Variazione annua (%) Produttività del lavoro e differenziale CN e Mezzogiorno, 1996-2019

Fonte 6. Ns Elaborazione su ISTAT, Indicatori territoriali per le politiche dello sviluppo

Dentro questo quadro hanno operato le cooperative, imprese che hanno come obiettivi principali: la mutualità, la redistribuzione del valore verso soci, territori e comunità di riferimento, la creazione di lavoro. Infatti, la ricerca conferma che la presenza cooperativa è più alta dove il mercato del lavoro è più debole (disoccupazione, occupazione e disoccupazione giovanile). Questa dinamica è stata ampiamente confermata nell’ultima crisi. Degli oltre mezzo milione (565 mila) di addetti in più dal 2012 al 2018 in Italia, circa 180 mila di questi, il 30%, sono stati occupati nelle cooperative, sociali e non, con un’incidenza attorno al 7% del totale. (Asia Istat esclude il settore primario ed è riferita alle sole cooperative, perciò sottostima il peso complessivo degli occupati del movimento cooperativo). Tra il 2012 e il 2018, nel complesso delle imprese in Italia la crescita degli addetti è stata del 3,8%, nelle cooperative il dato è stato sostanzialmente doppio, 7,2% (Figura 7).

Figura 7. Addetti medi annui totale imprese e totale cooperative, sociali e non, v.a e incidenza di quelli cooperativi in %

Fonte 7. NS elaborazioni su Asia -ISTAT, 2012-2018, settori ATECO B-S

Per questa ragione, il primo risultato della ricerca OCSE non sorprende: le cooperative generalmente hanno una produttività media più bassa di quella delle altre imprese (e nelle cooperative sociali i valori sono ancora più bassi). Guardando al denominatore piuttosto che al numeratore del rapporto, tutto ciò ha senso. Performance migliori si hanno nelle cooperative della distribuzione commerciale e nelle costruzioni, nel settore educativo e formativo per le cooperative sociali; nel settore degli altri servizi alla persona e all’impresa, come nell’agroalimentare, il differenziale di produttività non è eccessivamente elevato. Alla crescita dimensionale corrisponde maggiore produttività (tema comune al sistema imprenditoriale italiano). Le cooperative sono più produttive in Umbria, in Emilia Romagna e in Toscana, territori di storico insediamento e di forte presenza del movimento cooperativo. Il livello di produttività è più basso nel Mezzogiorno, anche se al suo interno il differenziale di produttività, tra cooperative e non, risulta più basso che nelle altre Regioni. Nei territori più ricchi le differenze di produttività tra le imprese sono più marcate, in quelli più poveri meno: è il contesto, non tanto la tipologia d’impresa, che fa la differenza.

Sono molte le ragioni di queste differenziazioni, prima fra tutte il livello di innovazione e digitalizzazione, oltre che, appunto, una serie di fattori economici e sociali. Dove c’è maggiore densità abitativa, le cooperative sono più produttive (l’ubicazione delle cooperative in province montane è correlata positivamente con la produttività ma con meno intensità). Dove c’è meno corruzione, le cooperative sono più produttive: rilevante è il tema della “concorrenza pulita” all’interno del mercato e il contrasto alle false cooperative. Dove le regioni sono più innovative, le cooperative sono più produttive: le reti e l’ecosistema innovativo sono fattori esogeni che fanno la differenza. Dove c’è maggiore dotazione di Fondi europei della coesione – come è noto concentrati nel Mezzogiorno – le cooperative sono più produttive. Infine, dove c’è maggiore disoccupazione e dove c’è maggior specializzazione in agricoltura le cooperative sono maggiormente produttive.

La crisi del “Grande LOCKDOWN” si sta concentrando soprattutto sulle cooperative finanziariamente fragili, di minor dimensione, nei territori deboli e nei settori maggiormente esposti alle chiusure. Quelle presenti nei settori “vincenti” (ad esempio, la filiera della distribuzione commerciale, la filiera agrifood legata ai consumi privati, il facility management, il settore sociale, sanitario e farmaceutico, il settore digitale/ICT) riusciranno probabilmente ad essere più produttive.

In ogni caso, il rilancio della produttività (attraverso le politiche che mirano a questo) rappresenta una leva per la ripartenza ed occorre potenziare gli strumenti, endogeni ed esogeni, che generano maggiore produttività, anche nel sistema cooperativo. Tra i primi, la mutualità: una base sociale che trova convenienza nello scambio mutualistico (di lavoro, di consumo, di conferimento, di servizi) con la cooperativa ne aumenta l’attività economica. Inoltre, pratiche manageriali di coinvolgimento continuo dei lavoratori (anche utilizzando le nuove tecnologie), maggiore scambio di informazioni, co-decisione aumentano fiducia e impegno dei lavoratori. Poi ci sono le dinamiche contrattuali: premiare maggiormente i risultati con adeguati incentivi, diffusi anche per imprese più piccole e per qualifiche minori. Infine, l’incorporazione dell’innovazione e delle nuove tecnologie: maggiore diffusione delle nuove tecnologie e delle competenze digitali è quanto mai necessaria per evitare che la crisi pandemica si trasformi in un’occasione sprecata. Dal lato degli interventi esogeni occorrono: istituzioni più efficienti e funzionali, meno corrotte, maggiore concorrenza leale e reale nel mercato; incentivi fiscali e misure legislative che non spiazzino il sistema cooperativo, evitando l’approccio a taglia unica, “one size fits all”; la riduzione dei divari territoriali, liberando le potenzialità inespresse del minor sviluppo; maggiore fiducia e capitale sociale. E per ultimo, ma non per importanza, l’utilizzo delle risorse. Dai fondi per la coesione al PNRR le risorse saranno importanti e dovranno invertire la tendenza verso una “prolungata e debole produttività”. Anche per le cooperative la sfida della produttività è aperta.

* Si ringraziano: Mattia Corbetta, Alexandra Tsvetkova e Wessel Vermeulen, Alessandra Proto per il lavoro di ricerca svolto; i colleghi Mattia Granata di Legacoop, Pierpaolo Prandi di Confcooperative e Silvia Rimondi di Agci per il supporto e il continuo confronto. L’articolo rappresenta esclusivamente la posizione personale dell’autore.