ALL'INTERNO DEL

Menabò n.173/2022

30 Maggio 2022

I Minori Stranieri Non Accompagnati: anche una questione di Salute Mentale
Martina Caroleo in un clima di crescente attenzione per la salute mentale dei minorenni, riflette sulla particolare fragilità dei Minori Stranieri Non Accompagnati a causa dei traumi cui sono esposti e sottolinea la necessità di adeguare i sistemi di accoglienza.
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L’isolamento forzato, la paura del contagio, la crescente incertezza rispetto al futuro dovuti al diffondersi del virus SARS-COV-2 hanno inciso sulla vita di tutti. L’impatto sulla salute mentale delle restrizioni sociali imposte dalla pandemia comincia a suscitare interesse e preoccupazione e si percepisce l’importanza della sua cura.

Per alcuni soggetti vulnerabili, però, i rischi di incorrere nel disagio mentale e nei disturbi ad esso correlati è un problema che precede di molto la pandemia. È questo il caso dei 14.025 minori stranieri non accompagnati che si trovano attualmente in Italia (dato tratto dal report mensile di aprile 2022 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali).

Quando parliamo di disturbo mentale ci riferiamo a una sindrome specifica: “Il disturbo mentale è inteso come una sindrome caratterizzata da significativi problemi nel pensiero, nella regolazione delle emozioni, o nel comportamento di una persona, che riflettono una disfunzione dei processi psicologici, biologici o dello sviluppo che compongono il funzionamento mentale. I disturbi mentali sono generalmente accompagnati da sofferenza o difficoltà nelle abilità sociali, occupazionali e altre attività significative” (DSM- 5, 2013. Manuale internazionale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association, utilizzato per le categorie diagnostiche anche in Italia).

Come ha sottolineato fin dal 2010 l’Organizzazione mondiale della sanità, la salute e il benessere sono il risultato di un complesso equilibrio di fattori biologici, psicologici e sociali. Tra il quadro clinico e quello sociale c’è una stretta correlazione. La disfunzione dei processi psicologici, biologici e dello sviluppo hanno una ricaduta immediata sulle abilità sociali. Di conseguenza, una buona integrazione sociale costituisce un fattore protettivo rispetto all’insorgere di disturbi mentali.

Un dato noto è che per i disturbi mentali è determinante il fattore ambientale e, inoltre, gli accadimenti dell’infanzia hanno effetti persistenti e di lungo periodo sulla vita di una persona.

A queste premesse di carattere teorico associamo le condizioni dell’accoglienza (di cui in parte abbiamo già parlato sul Menabò) riservata ai minori stranieri non accompagnati che arrivano nel nostro Paese.

Il nostro sistema di accoglienza poggia su due elementi fondanti. Innanzitutto, un’impronta emergenziale, pensata come risposta a un bisogno contingente, che non riesce ad abbracciare un approccio più strutturale e prospettico. Il secondo elemento è che il nostro Welfare è profondamente familistico e presuppone, quindi, l’esistenza di una rete informale di cui, ovviamente, è privo il minore straniero che arriva da noi completamente solo.

Per questo motivo, è importante che i servizi che si occupano di MSNA prestino la massima attenzione alla salute mentale dei loro utenti.

I minori migranti soli sono soggetti vulnerabili ai disturbi mentali perché hanno una elevata probabilità di vivere a più riprese circostanze traumatiche. Potenzialmente, un minore straniero non accompagnato può sperimentare tre momenti traumatici: prima del viaggio, quando il trauma consiste nel dovere abbandonare la famiglia, o nell’averla persa durante una guerra o, ancora, nell’aver sofferto la fame o subìto gravi violenze; durante il viaggio, quando il trauma è legato al rischio di navigazioni potenzialmente mortali, di detenzioni inumane, di percorsi lunghi e pericolosi e, infine, dopo il viaggio, quando il trauma nasce dal ritrovarsi solo, non capito e non compreso e, alle volte, non voluto.

Non sorprende, quindi, che nei migranti più giovani si riscontrano molto spesso disturbi post traumatici da stress, disturbi d’ansia e del sonno, depressione, a volte accompagnata da idee suicide.

Una risposta efficace a queste difficoltà consisterebbe nel fornire un’assistenza repentina, in un ambiente accogliente e stabile, ma soprattutto dare il tempo di elaborare il proprio vissuto per poterlo comprendere e accettare.

Purtroppo, nella pratica alcune di queste condizioni mancano. È vero che le comunità di accoglienza, dopo l’introduzione della Legge 47/2017, sono interamente dedicate ai minori e per questo dovrebbero garantire non soltanto la presenza di professionisti specializzati, ma anche un ambiente familiare, di sostegno e di accompagnamento che favorisce una graduale integrazione nel territorio del minore. Ma è anche vero che il periodo di accoglienza nelle strutture è breve (molti MSNA, infatti, arrivano in Italia quando hanno un’età compresa tra i 15 e i 17 anni, quindi godono dei benefici riconosciuti ai minori per due-massimo 3 anni) e questo alimenta un senso di precarietà, che contribuisce ad accrescere il senso di ansia. Un’altra criticità legata alle comunità di accoglienza è la mancanza d strutture specializzate nel trattare casi massimamente vulnerabili, come quelli dei bambini migranti disabili o che presentino un disturbo mentale. La tabella che segue (ripresa dal sito del Sistema di Accoglienza e Integrazione – SAI) presenta i dati rilevanti a questo riguardo aggiornati a aprile 2022.

Salta subito all’occhio come i progetti e i posti finanziati dedicati ai migranti con disabilità e disagio mentale siano proporzionalmente molto bassi. È anche impressionante constatare come in Lombardia e nel Lazio i posti dedicati siano solo 40 su 3.136 e 38 su 2.839, rispettivamente. Stiamo parlando in entrambi i casi dell’1,3%.

Inoltre, il servizio pubblico, tramite i servizi specialistici dedicati alla salute mentale dei minori non ha modo di garantire un intervento tempestivo, visto il costante sovraccarico di lavoro che si trova a dover gestire. A questo problema si aggiunge che non sempre i servizi hanno a disposizione mediatori culturali che possano aiutare l’interazione tra i professionisti e i MSNA. Se non è facile esprimere ed elaborare un trauma nella propria lingua, ancora è più difficile è farlo in una lingua diversa e se la cultura è diversa.

Non è questa la sede per poter parlare di antropologia medica, ma l’approccio che hanno i paesi occidentali nei confronti della salute mentale e dei disturbi ad essa connessa non è certamente lo stesso dei paesi nordafricani o asiatici. Proprio per questo, la figura del mediatore culturale è di cruciale importanza per spiegare al minore anche le cose che possono sembrare più banali, ad esempio chi è uno psicologo e chi uno psichiatra.

Molte organizzazioni internazionali hanno affrontato la questione dell’incidenza dei disturbi. Nel 2007, il Comitato Permanente Inter Agenzie (Inter-Agency Standing Committee – IASC) ha prodotto delle linee-guida “IASC Guidelines on Mental Health and Psychosocial Support in Emergency Settings”, che forniscono indicazioni utili a tutelare la salute mentale ed il benessere psicosociale delle popolazioni in situazioni di emergenza, scaturite da guerre, crisi alimentari e disastri naturali. Tali linee-guida poi sono state utilizzate dalle Organizzazioni che si occupano di minori stranieri non accompagnati.

Oltre alle linee-guida, sono stati strutturati progetti che cercano di offrire un supporto solido e continuativo. Tra questi merita una menzione il progetto “EPSUM” (Enhancing PSychosocial Wellbeing of Unaccompanied Minors), co-finanziato dall’Unione Europea e che vede la collaborazione di SOS Children’s Villages, War Child Holland and Save the Children. Il progetto si propone di selezionare e formare professionisti e volontari in Italia, Grecia e Svezia, per integrare i servizi di accoglienza già esistenti con l’intervento psicosociale “TeamUp” elaborato da World Child Olanda, Save the Children Svezia e Unicef Olanda. Si legge sul sito del progetto: “I facilitatori di TeamUp guidano i bambini attraverso giochi, attività ludico-sportive e ricreative, danza ed esercizi di consapevolezza corporea, che contribuiscono al loro sviluppo fisico, cognitivo, sociale ed emotivo. Attraverso il gioco, TeamUp assicura ai bambini una struttura (un ambiente conosciuto e ben organizzato che offre chiarezza, regole, norme e responsabilità), per garantire loro un senso di normalità, sicurezza e stabilità.

I giochi di TeamUp sono divertenti, consentono di sfogare l’energia, lo stress e le tensioni presenti nel corpo ed evocano emozioni e sensazioni. Coinvolgere i bambini in attività ludiche consente loro di prendere coscienza ed elaborare le proprie emozioni attraverso il corpo. Attraverso le attività di Team Up, i bambini possono incontrare i coetanei e costruire nuove amicizie in un ambiente sicuro, imparando a giocare insieme, a conoscersi e a fidarsi l’uno dell’altro. I facilitatori vengono formati per identificare tempestivamente e indirizzare bambini che hanno sperimentato condizioni di stress elevato e con necessità di dedicato supporto specialistico.

L’intervento cura gli aspetti che abbiamo citato, ovvero la costruzione di una rete, la solidità e la continuità della comunità che si va a creare e presta attenzione ai casi che manifestano necessità più urgenti.

In conclusione, il tema della salute mentale in generale, ma ancora di più nel caso dei MSNA rappresenta una nuova sfida per i servizi pubblici che devono reinventarsi per fornire risposte tempestive e integrate. La sfida è anche quella di rendere i progetti sostenibili sul lungo periodo. Tenendo presente che demandando troppo al terzo settore il rischio che si corre è di non poter disporre con continuità dei necessari finanziamenti.

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