ALL'INTERNO DEL

Menabò n. 208/2024

30 Gennaio 2024

Le disuguaglianze dei redditi e il sistema fiscale in Italia

Demetrio Guzzardi e Elisa Palagi, applicando una metodologia originale, indagano le tendenze della distribuzione dei redditi in Italia. I due autori rilevano che la crisi del 2008 ha accentuato le disuguaglianze, favorendo principalmente l'1% e lo 0.1% più ricco. Queste tendenze sono aggravate dal sistema fiscale, che è solo debolmente progressivo e diventa addirittura regressivo per il 5% più ricco, che, in proporzione al proprio reddito, contribuisce con una quota inferiore di tasse rispetto al resto dei cittadini.

In uno studio condotto in collaborazione con Andrea Roventini e Alessandro Santoro recentemente pubblicato sul Journal of the European Economic Association evidenziamo un aumento delle disuguaglianze dei redditi in Italia a seguito della crisi finanziaria del 2008. In particolare, mostriamo come le quote di reddito nazionale dell’1% e dello 0.1% più ricco siano cresciute, principalmente grazie all’aumento della concentrazione dei redditi finanziari. Analizzando il sistema fiscale italiano, troviamo, inoltre, che esso è progressivo (ma solo blandamente) fino al 95esimo percentile e diventa poi regressivo per il 5% degli italiani più ricchi che, in proporzione al loro reddito, versano meno tasse e imposte rispetto al resto dei cittadini.

La peculiarità di questo studio risiede nell’integrazione di diverse fonti di dati. Per prima cosa combiniamo informazioni provenienti dalle indagini campionarie di Istat e Banca d’Italia con dati relativi alle dichiarazioni fiscali. Successivamente, correggiamo i dati sui redditi da capitale utilizzando una distribuzione più accurata del patrimonio delle famiglie in Italia, stimata da Acciari, Alvaredo e Morelli (2024). Infine, correggiamo ulteriormente i dati considerando l’evasione fiscale, e rendendo le stime coerenti con i Conti Nazionali pubblicati dall’Istat. Questo approccio, noto come Distributional National Accounts (Piketty, Saez e Zucman, 2018), ha il vantaggio di rendere le stime distributive direttamente paragonabili con i totali macroeconomici riportati dagli istituti statistici. Infatti, diversamente da quanto accade con altri dati sulla distribuzione dei redditi, il reddito totale risultante corrisponde al Reddito Nazionale presente nei Conti Nazionali. Ciò rende queste stime estremamente utili non solo per confronti temporali all’interno dello stesso paese, ma anche per comparazioni internazionali.

Le disuguaglianze dei redditi in Italia. Un risultato rilevante delle nostre stime è che la distribuzione dei redditi in Italia risulta più disuguale di quanto precedentemente ipotizzato. Questa disparità è attribuibile principalmente ad una distribuzione del patrimonio, e conseguentemente dei redditi da capitale, più concentrata di quanto suggeriscono le indagini campionarie. Un recente studio della Banca d’Italia (Neri, Spuri e Vercelli, 2024) ha confermato questa evidenza, sottolineando che le sole indagini campionarie non sono sufficienti per delineare con precisione la distribuzione del patrimonio.

Grazie alle correzioni apportate ai dati abbiamo individuato che al 50% più svantaggiato degli italiani adulti affluisce meno del 17% del reddito nazionale, vivendo con meno di 13 mila euro all’anno, mentre l’1% più ricco del Paese percepisce circa il 12% del reddito nazionale, ovvero, in media, 310 mila euro annui (Tabella 1). La disparità diventa ancora più evidente quando si considera lo 0.1% più ricco, circa 50 mila individui che controllano il 4,5% del reddito nazionale, con entrate medie annue superiori al milione di euro. Per capire la disparità, questo livello di reddito di un solo anno equivale al patrimonio che potrebbe accumulare il 50% più svantaggiato se risparmiasse l’intero reddito guadagnato per 76 anni (Tabella 1).

Tabella 1: Soglie, medie, e quote del reddito nazionale per diversi gruppi di reddito

Grazie a questa metodologia, siamo in grado di esaminare non solo la distribuzione del reddito nazionale in un singolo anno, ma anche i tassi di crescita attribuibili a vari gruppi di reddito. Partendo dal contesto macroeconomico degli anni compresi tra il 2004 e il 2015, abbiamo osservato che il reddito reale medio in Italia è diminuito di circa il 15%. Quindi, in un contesto egualitario, tutte le fasce di reddito subirebbero una perdita del 15%. Invece, durante questa crisi sono state le fasce di reddito più povere ad essere particolarmente svantaggiate (Figura 1). In particolare, il 50% più povero degli italiani ha subito la maggiore perdita, con un calo di circa il 30%. Per chi era nella fascia media della distribuzione dei redditi o rientrava nel top 10% la perdita di reddito media è stata di circa il 10%. Il top 1%, invece, ha quasi completamente compensato la riduzione dei redditi da lavoro autonomo, con un aumento della concentrazione del patrimonio che ha conseguentemente incrementato i redditi derivanti dal rendimento di quest’ultimo. 

Figura 1: Tasso di crescita del reddito reale per gruppi di reddito

Analizzando ulteriormente i dati, è possibile scomporli per diverse classi di età: nel 50% più povero i giovani tra i 18 e i 35 anni sono stati particolarmente colpiti, registrando una perdita di reddito reale di circa il 42%, mentre gli individui tra i 36 e i 65 anni hanno subito una riduzione del 22% del loro reddito reale.

Disparità di genere. L’esame delle differenze di reddito tra donne e uomini conferma che all’interno del 50% più povero la disparità di genere è notevole: le donne guadagnano fino 4 volte meno degli uomini. Questo risultato è indubbiamente influenzato dall’elevato numero di donne completamente escluse dal mercato del lavoro, soprattutto al sud: con le loro entrate pressoché nulle riducono significativamente il reddito medio di questo gruppo. Tuttavia, il divario rimane significativo anche per altri gruppi di reddito. Nella fascia di reddito medio (middle 40%), ad esempio, in cui le donne sono presenti con redditi da lavoro positivi, la differenza di reddito rispetto agli uomini si attesta comunque intorno al 60%.

Questa disparità tra uomini e donne è presente lungo tutta la distribuzione del reddito. Anche ai livelli più elevati, nel top 1% e nel top 0.1%, le donne dovrebbero guadagnare rispettivamente il 70% e l’80% in più per raggiungere il reddito degli uomini.

Il sistema fiscale. La nostra ricerca dimostra che l’Italia è un paese caratterizzato da disuguaglianze consistenti e crescenti che chiamano in causa anche il sistema fiscale. Ci siamo, quindi, chiesti se, e in quale misura, quest’ultimo sia in grado di contrastare le importanti disuguaglianze che si generano nei mercati.

Grazie alla metodologia dei Distributional National Accounts da noi utilizzata, oltre alle diverse tipologie di reddito presenti nei dati di contabilità nazionale, possiamo considerare anche la distribuzione a livello individuale di tutte le tasse e le imposte dirette e indirette percepite dallo Stato. Questo studio rappresenta per l’Italia, quindi, la prima analisi che esamina l’effetto distributivo dell’intero sistema fiscale, composto da oltre 77 tipologie di tasse e imposte, sfidando l’approccio tradizionale che si focalizza solitamente su un’imposta alla volta.

La ragione per cui è fondamentale esaminare l’aliquota effettiva versata dai cittadini considerando la totalità delle imposte e delle tasse invece di focalizzarsi sulla sola Imposta sui redditi (IRPEF) è evidente: in Italia, l’IRPEF rappresenta solo il 23% delle entrate statali. Allo stesso tempo, l’IVA, sommata alle altre imposte indirette sui consumi, contribuisce per oltre il 26% alle entrate statali, e i contributi sociali rappresentano un ulteriore 30%. Pertanto, considerare solo una di queste imposte, non permetterebbe di raggiungere nelle stime una quota consistente del fabbisogno dello Stato, fornendo un quadro solamente parziale del sistema fiscale, incapace di catturarne la complessità e di comprendere il suo impatto su diversi gruppi della popolazione.

Considerando tutti i redditi guadagnati e la totalità delle imposte e delle tasse versate, emerge che il sistema fiscale italiano è progressivo, ma debolmente, fino al 95° percentile e diventa regressivo per il 5% degli italiani più ricchi (Figura 2).

Figura 2: Aliquota effettiva per percentili di reddito

Quindi, coloro che rientrano nel 5% degli italiani più ricchi, con un reddito medio annuo superiore a 130 mila euro, godono di un’aliquota effettiva inferiore rispetto a chi ha redditi più modesti. Questa aliquota effettiva più bassa è il risultato di diversi fattori. Il primo è che un’elevata quota dei redditi in questa fascia provengono da fonti finanziarie, le quali beneficiano di un trattamento fiscale favorevole rispetto ai redditi derivanti da lavoro. Inoltre, le imposte sui consumi, risultano essere regressive, gravando percentualmente di più sui redditi più modesti. A ciò si aggiungono i contributi sociali, i quali, oltre a non essere versati sulla porzione di reddito derivante da investimenti, non sono dovuti se si supera il tetto di100 mila euro di reddito da lavoro.

Ma è corretto includere i contributi sociali in questa analisi della progressività fiscale? La questione relativa ai contributi sociali è complessa. Da un lato, concorrono al finanziamento delle pensioni e, in parte, possono essere considerati come un risparmio obbligatorio. Dall’altro lato, non costituiscono un vero e proprio risparmio, poiché il nostro sistema pensionistico funziona sostanzialmente a ripartizione: i contributi versati finanziano direttamente le pensioni di oggi. Per questo motivo, riteniamo che sia corretto includere i contributi sociali nell’analisi: si tratta infatti di reddito prelevato e, in particolare per i lavoratori autonomi, è un reddito da versare alla casse previdenziali dopo averlo effettivamente incassato. Risulta quindi, nei fatti, indistinguibile da un’imposta.

Ad ogni modo, pur senza considerare i contributi sociali, il sistema fiscale si conferma debolmente progressivo. Anche in questo caso, diventa regressivo nella parte superiore della distribuzione, a causa di imposte indirette sui consumi che gravano maggiormente sui redditi più modesti e imposte sui redditi finanziari che, con aliquote fisse e inferiori rispetto a quelle sui redditi da lavoro, non correggono questa distorsione del sistema.

In conclusione, dal nostro studio emerge una fotografia preoccupante. La concentrazione dei redditi in Italia è in crescita, i più poveri hanno perso una quota maggiore del proprio reddito reale durante la crisi, e le disparità di genere sono presenti su tutta la distribuzione. Il nostro sistema fiscale, inoltre, non contribuisce significativamente a contenere le disuguaglianze perché, nel suo complesso, non è progressivo come ci si augurerebbe. Delle oltre 77 tasse e imposte nel nostro sistema, l’IRPEF è la sola con caratteri di progressività. Tuttavia, anche a causa del sempre minor numero di scaglioni e dell’erosione della base imponibile, l’IRPEF non è in grado di bilanciare un sistema fiscale intrinsecamente iniquo, in cui chi ha meno contribuisce proporzionalmente nella stessa misura di chi si accaparra gran parte del reddito nazionale e, in alcuni casi, anche di più.

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