ALL'INTERNO DEL

Menabò n. 182/2022

14 Novembre 2022

Dal Reddito di Cittadinanza all’ Assegno di solidarietà: verso una società meno giusta (*)

Dal Reddito di Cittadinanza all' Assegno di solidarietà: verso una società meno giusta (*)
Maurizio Franzini e Michele Raitano intervengono sull’ipotesi, formulata dalla presidente Meloni e da altri membri del Governo, di sostituire al Reddito di Cittadinanza un Assegno di Solidarietà da destinare solo a coloro che non sono in grado di lavorare. Franzini e Raitano, richiamano la ‘filosofia’ sottostante a questa proposta e indicano le conseguenze che, tenendo conto del funzionamento del mercato del lavoro, essa potrebbe avere sulla vita di molte persone e, dunque, sulla giustizia sociale.
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Stando a qualche affermazione di Giorgia Meloni e a quello che riportano molti media si chiamerebbe assegno di solidarietà la misura che prenderebbe il posto del reddito di cittadinanza. Le parole scelte per definirla meriterebbero, di per sé, una riflessione ma è più utile ed opportuno ragionare brevemente sulla filosofia, se così si può chiamare, che ispira questa proposta e, soprattutto, sui caratteri che rischia di avere una società che affidi all’assegno di solidarietà, o come altro si chiamerà, il compito di alleviare le situazioni estreme di disagio.

L’assegno di solidarietà sarebbe destinato solo a coloro che vengono spesso chiamati fragili e che, volendo identificarli, corrispondono – secondo le prime declinazioni – agli anziani (per i quali, peraltro, già prima dell’introduzione del reddito di cittadinanza esistevano forme specifiche di sostegno, come l’integrazione al minimo e l’assegno sociale) e alle famiglie con minori e disabili a carico. Quasi certamente questo elenco non è esauriente ma appare chiaro che in esso non rientreranno i giovani (e non solo i giovani) che – come si dice – sono in grado di lavorare. Dove ‘essere in grado di lavorare’ vuole sostanzialmente dire che non hanno impedimenti personali o familiari. Nella rete si legge questa affermazione di Giorgia Meloni che è riferita ai compiti di uno stato ‘giusto’: “verso chi può lavorare immagina strumenti di incentivazione per il lavoro”. 

Considerando cosa è previsto per i percettori del reddito di cittadinanza indirizzati ai servizi per il lavoro si potrebbe concludere che non è poi così ingiusto, nell’accezione di Giorgia Meloni, lo stato che ha disegnato e introdotto il reddito di cittadinanza (che prevede, come noto, obblighi stringenti di attivazione e incentivi monetari alle imprese che assumono i beneficiari della misura), così come non sarebbe da biasimare il ruolo dei così tanto criticati navigators.

Ma al di là dei termini la sostanza è che si intende non concedere il reddito di cittadinanza, o l’assegno di solidarietà, a chi è considerato in grado di lavorare. La filosofia sottostante sembra essere sufficientemente chiara: se chi non ha impedimenti familiari o personali non lavora la ragione è che può scegliere di non farlo grazie al Reddito di Cittadinanza. 

Così facendo, si potrebbe aggiungere, si sottrae al dovere sociale di lavorare e lo si fa gravando sul bilancio dello stato, cioè su tutti noi – o almeno quelli di noi che pagano le tasse. 

Il richiamo al dovere di lavorare – presente anche nella nostra Costituzione – rimanda a questioni complesse che non possiamo qui affrontare. Ma una considerazione possiamo farla: le ricchezze familiari ereditate potrebbero avere lo stesso effetto – e forse anche maggiore – sull’evasione (sia consentito di chiamarla così) del dovere di lavorare. Ma per spingere chi beneficerà di quelle eredità a lavorare non si toglie nulla o quasi nulla alle sue eredità, visto il livello attuale delle imposte di successione. Forse qui emerge quello che a noi sembra un altro tassello della filosofia: il dovere di lavorare ammette deroghe, quelle che derivano dalle ricchezze familiari. Sarebbe forse opportuno discutere di questi presupposti etici ma il punto su cui vogliamo soffermarci è un altro, probabilmente più banale. 

Che fondamento ha la tesi che togliere il Reddito di Cittadinanza a chi può lavorare significa rimuovere l’unico (apparente) ostacolo all’accesso a un posto di lavoro e – aggiungiamo – a un posto di lavoro che consenta una vita dignitosa, come dovrebbe essere per non deludere i principi costituzionali? 

I dati di cui disponiamo ci dicono, sintetizzando, che gli ostacoli possono essere numerosi. Più precisamente, oggi sono numerosi e resteranno tali in assenza di interventi che modifichino piuttosto radicalmente il funzionamento del mercato del lavoro e del complessivo sistema economico. Pensiamo ai dati sulla diffusione dei cosiddetti working poor, a quelli sullo squilibrio forte tra posti di lavoro vacanti e persone in cerca di occupazione e agli stessi dati sul Reddito di Cittadinanza. 

Dall’ultima nota diffusa dall’Anpal riferita a coloro che hanno percepito la mensilità di giugno del RdC e sono stati indirizzati ai servizi per il lavoro (meno del 40% di tutti i percettori), apprendiamo che circa 835.000 individui (sul totale di 920.000 di beneficiari indirizzati ai servizi per il lavoro) perderebbero il RdC con la riforma ipotizzata dal governo (e, come mancati percettori, a questi individui andrebbero aggiunti, in tutta probabilità, in base all’idea di riforma del Governo, anche i loro familiari, inclusi i minori). Apprendiamo anche che circa 173.000 di quegli 835.000 beneficiari lavorano. La notizia è di qualche rilievo: il 19% dei beneficiari del RdC indirizzati ai servizi per il lavoro, lavora. Alcuni di essi lavoravano prima di percepirlo, altri hanno trovato lavoro mentre lo percepivano (i dati non distinguono fra queste due categorie). Inoltre, non pochi di essi sono titolari di contratto a tempo indeterminato, benché predominino i contratti a tempo determinato. Di interesse è anche il fatto che non sia irrilevante la percentuale di donne che si trova in questa condizione. Forse qui troviamo molte donne ‘costrette’ al part time involontario che dà ben poco in termini di reddito annuale. Secondo il recente rapporto dell’Anpal la differenza di reddito medio annuale tra chi ha un lavoro a tempo pieno e chi lo ha a tempo parziale sarebbe di circa 15.000 euro. 

Tutto ciò rimanda a questioni che non possono essere eluse o lasciate sullo sfondo 

La prima è che il lavoro non è affatto incompatibile con uno strumento di integrazione del reddito, come il RdC. La direzione di marcia dovrebbe forse essere quella di agevolare questa compatibilità, sia attuando politiche che moltiplichino le offerte potenziali di lavoro, sia permettendo, temporaneamente, di cumulare il RdC con una più elevata percentuale del reddito derivante dal lavoro (attualmente fissata ad appena il 20% e per un periodo limitato). 

La seconda osservazione è che il Reddito di Cittadinanza spesso serve a portare il reddito familiare complessivo alla soglia della vita non miserabile, perché il lavoro da solo, altrettanto spesso, non dà questa garanzia. E la domanda che sorge in relazione alla proposta è molto semplice: la povertà o la vita miserabile è tale solo per chi non è in grado di lavorare? Non può esserlo anche se non si è trovato un lavoro o se si lavora alle condizioni spesso poco dignitose che offre il nostro attuale mercato del lavoro? 

Naturalmente, come già argomentato sul Menabò, possono darsi casi in cui il Reddito di Cittadinanza scoraggi dal cercare lavoro e questo vale per coloro che hanno una forte ‘preferenza per i divani’ o, direbbero gli economisti, una forte preferenza per il tempo libero rispetto al consumo, consentito dal reddito – che però, forse, non basterebbe per scegliere il divano se il reddito da lavoro promettesse consumi più appaganti. 

Ma anche pensando a individui con queste preferenze (non ai furbetti che vanno semplicemente perseguiti) la questione diventa: quale di queste due società è preferibile? Quella che, con misure come il RdC, si fa carico di questi individui ma, allo stesso tempo, non consegna a una vita miserabile tutti coloro che non sono divanisti e, malgrado ciò, non lavorano o non raggiungono il reddito che assicura una vita dignitosa, oppure quella che, con l’obiettivo di far rispettare a tutti (con eccezioni per chi povero non è) il dovere di lavorare costringe moltissimi a una vita non dignitosa, quelli che non trovano lavoro e quelli che lo trovano ma con remunerazioni del tutto insufficienti? Peraltro, permettere ad alcuni di rifiutare lavori poco dignitosi non servirebbe anche a dare incentivi per creare più lavori dignitosi e, quindi, ad avere poi meno necessità del reddito di cittadinanza? 

Rispondere a queste domande significa toccare questioni cruciali per le disuguaglianze e la giustizia sociale che dovrebbero occupare un posto di rilievo nel frequente interrogarsi su cosa sia di sinistra e cosa sia di destra.

Naturalmente accrescere la probabilità di trovare un lavoro dignitoso allevia la drammaticità di questa scelta, ma questo richiede ben più che efficaci politiche attive del lavoro, da tutti invocate ma insufficienti a soddisfare la condizione per la quale (essere costretti a) cercare un lavoro equivale a trovarlo. Occorrono politiche in grado di moltiplicare i posti di lavoro, e soprattutto i good jobs la cui carenza non è solo un problema nazionale. Dunque, sembra saggio e realistico partire dal presupposto che anche con le migliori politiche attive non si potrà rendere il lavoro ciò che oggi non è: disponibile e dignitoso per tutti. 

Il Reddito di Cittadinanza può essere migliorato sotto molti aspetti. Un punto non adeguatamente sottolineato è quello della scarsa equità dei criteri che consentono l’accesso a questa misura. Quello che è certo è che lascia quanto meno perplessi un progetto che considera titolo per accedere a un assegno di solidarietà (sottolineato: solidarietà) non la povertà ma l’impossibilità di lavorare. Sembra questa una formulazione riveduta e corretta della tesi che la povertà è responsabilità individuale: non lo è solo se ti è impossibile lavorare. 

In conclusione, si può osservare che il Reddito di Cittadinanza – pur con i suoi limiti – ha permesso di migliorare la vita di molte persone in stato di bisogno (magari anche al prezzo di un temporaneo immeritato beneficio per qualcuno che non era in quello stato) e potrebbe anche avere permesso di avvicinare la propria esistenza al profilo di vita desiderato. Diciamo questo pensando a un risultato emerso da una delle ricerche sintetizzate nell’ultimo Rapporto annuale dell’INPS: si tratta dell’effetto positivo che il Reddito di Cittadinanza sembra avere avuto sulla natalità. Con sufficiente sicurezza si può dire che nelle famiglie che hanno percepito il RdC il tasso di fertilità è cresciuto ed è stato superiore a quello di famiglie assai simili ma non percettrici del RdC. Sappiamo che il problema della denatalità è assai serio nel nostro paese e se una misura come il RdC offre, pur nella sua limitata entità, una prospettiva di sicurezza economica che spinge a fare più figli quella misura dovrebbe essere accolta con favore. Anche perché sappiamo che le giovani donne e i giovani uomini desiderano avere più figli di quelli che riescono ad avere e, dunque, ridurre questo gap equivale a accrescere la libertà di scelta delle persone. La libertà, un tema che a destra si declina forse diversamente che a sinistra. E non sarebbe male chiedersi se, al di là di altre considerazioni, è più importante difendere la dignità e la libertà di molti o rincorrere, senza la certezza di riuscire ad acciuffarli, i pochi che vogliono sottrarsi al dovere di lavorare. 


(*) Questo articolo espande quello da noi pubblicato su Domani del 6 novembre 2022 

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