ALL'INTERNO DEL

Menabò n. 185/2023

14 Gennaio 2023

La fine della politica dello zero-covid in Cina: una valutazione*

Pompeo Della Posta sostiene che i dati e l’evidenza scientifica non confermano che la Cina abbia vaccinato “poco e male”; neanche il basso tasso di vaccinazione degli anziani sembra dirimente, vista l’inefficacia contro la variante omicron dei vaccini (a virus inattivato o a mRNA) usati finora ed evidenziata in letteratura. Inoltre, secondo Della Posta, il minore tasso di letalità della variante omicron e la possibilità di usare trattamenti retrovirali efficaci dovrebbero permettere di contenere il numero dei morti dopo la riapertura.
La fine della politica dello zero-covid in Cina: una valutazione*
Pompeo Della Posta sostiene che i dati e l’evidenza scientifica non confermano che la Cina abbia vaccinato “poco e male”; neanche il basso tasso di vaccinazione degli anziani sembra dirimente, vista l’inefficacia contro la variante omicron dei vaccini (a virus inattivato o a mRNA) usati finora ed evidenziata in letteratura. Inoltre, secondo Della Posta, il minore tasso di letalità della variante omicron e la possibilità di usare trattamenti retrovirali efficaci dovrebbero permettere di contenere il numero dei morti dopo la riapertura.
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Gli effetti dell’adozione della politica dello zero-covid. Molti commentatori hanno argomentato che la politica dello zero-covid adottata dalla Cina fino al 7 dicembre 2022 fosse sbagliata, non osservando però che, pur con una popolazione 4 volte superiore a quella degli USA, quella politica aveva permesso di limitare a 30,000 circa il numero dei morti cinesi, a fronte del milione circa statunitensi; come dire che se la Cina avesse seguito la politica americana avrebbe dovuto contare intorno ai 4 milioni di morti. Secondo alcuni commentatori, tuttavia, il raffronto più appropriato, da fare dovrebbe essere quello con altri paesi orientali, come Giappone, Corea del Sud e Taiwan, che hanno avuto un numero relativamente basso di decessi senza adottare le misure draconiane assunte invece dalla Cina (il naturale isolamento geografico di tali paesi, però, li ha certamente facilitati a contenere il numero di casi di infezione importata). Guardando ai dati, tuttavia, si osserva che il rapporto fra morti e popolazione è stato (approssimativamente) per il Giappone di 58.000/126 milioni, per la Corea del Sud di 32.000/51 milioni e per Taiwan di 15.000/23 milioni. Rapportando questi dati alla popolazione cinese, ciò significa che se le cose fossero andate mediamente come nei tre paesi orientali, la Cina non avrebbe contato meno di 750-800 mila morti, anziché i 30 mila che ha avuto. 

Si è detto però che la politica dello zero-covid avrebbe comportato sacrifici eccessivi per il miliardo e 400 milioni di cinesi, che sarebbero stati tenuti per tre anni “agli arresti domiciliari”. In realtà, i lockdown temporanei (applicati selettivamente anche ad intere città, con modalità spesso molto rigide) permettevano poi alla grande maggioranza della popolazione di condurre una vita relativamente normale. Dovrebbe anche essere rilevato che il governo cinese non aveva (e non ha) imposto alcun obbligo vaccinale: per entrare nei luoghi pubblici, presentarsi sul posto di lavoro o viaggiare, si dovevano esibire i risultati negativi di un test svolto nelle 48 ore precedenti, test che era possibile fare facilmente e a costo zero in una qualunque delle tante postazioni disseminate nei punti focali delle città (per esempio di fronte ai centri commerciali). Tutto questo ha permesso di mantenere relativamente aperta la circolazione e le attività all’interno della Cina nei tre anni circa di zero-covid policy.

Si può comunque concludere che le misure di lockdown fossero inaccettabili, ma solo dopo avere valutato la contropartita che permettevano di ottenere.

Conseguenze negative attese dalla riapertura: la Cina avrebbe vaccinato “poco”. Critiche si sono levate, però, anche all’abbandono della politica dello zero-covid, perché, questo è l’argomento principale, “la Cina ha vaccinato poco e male”.

dati sulle vaccinazioni dicono però che la Cina è fra i paesi che hanno vaccinato di più nel mondo (e certamente ben più degli Stati Uniti), avendo somministrato 244 dosi ogni 100 persone, un dato simile a quello italiano. Gli Stati Uniti, invece, raggiungono il rapporto di 200 dosi ogni 100 persone, ben al di sotto del dato cinese e italiano, fra i tanti altri.

Vediamo poi dal grafico sottostante che il 57% della popolazione cinese è stata vaccinata con un booster (terza dose), mentre per gli USA, per esempio, quel dato è pari al 39%. I dati dicono, quindi, che non sia possibile affermare che la Cina ha vaccinato “poco”, senza dirlo anche, e a maggior ragione, per gli Stati Uniti e per molti altri paesi.

Conseguenze negative attese dalla riapertura: la Cina avrebbe vaccinato “male”. La Cina però avrebbe comunque vaccinato “male”, perché ha usato vaccini di produzione cinese a virus inattivato anziché a mRNA. Data la minore efficacia del primo rispetto al secondo, la Cina avrebbe sbagliato a non importare dagli americani quello a mRNA, perché così facendo ha di fatto lasciato scoperta la propria popolazione, esponendola poi all’inevitabile esplosione di contagi dopo l’abbandono della zero-covid policy, di fatto rendendo inutili i sacrifici richiesti alla sua popolazione fino al 7 dicembre 2022.

The Lancet, però, ha pubblicato uno studio nel quale si confronta la protezione offerta da un vaccino a mRNA (il BNT162b2 della Pfizer-BioNTech) con quella di un vaccino a virus inattivato di produzione cinese (CoronaVac), contro infezioni sintomatiche lievi e asintomatiche da omicron SARS-CoV-2. Lo studio conclude che “per il CoronaVac e il BNT162b2 è stata osservata una protezione di livello simile, con una efficacia relativa fra i due [statisticamente] non-significativa” (come risulta nell’Appendice, p. 15, Tabella supplementare 13, che nel misurare la relative vaccine effectiveness riporta un valore di p = 0.32).

Gli autori si soffermano anche sui soli casi sintomatici portatori di “eventi severi” (severe outcomes) e affermano che la protezione conferita da una terza dose, indifferentemente nel caso di BNT162b2 o CoronaVac, risulta generalmente rafforzata, sebbene si attesti a livelli inferiori a quelli rilevati da studi precedenti.

Va anche aggiunto che la stessa équipe del prof. Cowling aveva confrontato l’efficacia dei due vaccini prima dell’arrivo della variante omicron e anche in quel caso aveva concluso che non vi fosse differenza nella protezione offerta, questa volta però rilevando una grande efficacia della terza dose di entrambi i tipi di vaccini.

Questi dati, quindi, contraddicono anche l’affermazione che la Cina abbia vaccinato “male”.

Una critica ritenuta determinante: una percentuale di vaccinati troppo bassa fra gli anziani. Ma in ogni caso, proseguono i critici, il problema è che ci sono fasce di popolazione più fragili che (colpevolmente) non sono state vaccinate. Il dato, fornito dalla stessa Chinese National Health Commission e pubblicato, fra gli altri, dall’Economist è inoppugnabile: dice che al novembre 2022 solo il 40,4% della popolazione cinese sopra gli 80 anni ha ricevuto un booster. Altri paesi, inclusa l’Italia, presentano valori ben maggiori di quello cinese per la fascia di età superiore agli 80 anni. (Dovrebbe essere notato che il fatto che l’Economist utilizzi ed enfatizzi questo dato fornito dalle stesse autorità cinesi sembra smentire, almeno in questo caso, l’accusa spesso avanzata nei confronti della Cina di fornire dati non veritieri).

La bassa percentuale di vaccinati anziani si può forse spiegare con il fatto che in Cina, così come in Occidente, c’è stata una diffusa diffidenza nei confronti del vaccino, soprattutto fra le fasce più anziane della popolazione (nonostante che entrambi i vaccini cinesi siano stati approvati dalla Organizzazione Mondiale della Sanità e siano ottenuti, a differenza di quelli a mRNA, con una “tecnologia ben collaudata”).

In ogni caso, The Lancet, nel valutare l’efficacia delle terze dosi per diverse fasce di età, osserva che per quanto riguarda il segmento di popolazione di età superiore ai 60 anni “il booster di BNT162b2 o di CoronaVac non ha fornito alcuna protezione significativa contro l’infezione da SARS-CoV-2 omicron”. Gli autori aggiungono anche che questa scarsa protezione per le persone più anziane è stata osservata sia per le infezioni da omicron sintomatiche che per quelle asintomatiche (p. 10) (questa conclusione, comune anche ad altri lavori, potrebbe non essere così sorprendente se si pensa che quei vaccini non erano mirati a contrastare la variante omicron, che al momento in cui furono prodotti non si era ancora manifestata). Infine, gli stessi autori aggiungono che tale conclusione è “compatibile con l’evidenza generale di una minore efficacia dei vaccini negli individui più anziani rilevata in letteratura” (p. 11).

Il minore tasso di vaccinazione degli ultra-ottantenni, dunque, non sembrerebbe così dirimente.

Due aspetti relativamente rassicuranti: la minore letalità di omicron e la disponibilità di farmaci retrovirali. Vanno anche considerati almeno due significativi benefici dell’aver protetto la popolazione nei primi tre anni di pandemia. 

Il primo è che, come leggiamo da più parti, la variante omicron ora in circolazione (anche in Cina, dove a tutt’oggi non ci sono evidenze di nuove varianti, a differenza di quanto accade negli USA, dove si stanno espandendo rapidamente le varianti Gryphon e Kraken) è molto meno letale della variante delta, più precisamente in una misura oscillante fra il 66% e il 69%. Nel conto fatto in precedenza, questo significa che si potrebbero contare approssimativamente 500.000 morti in meno rispetto ai 750.000-800.000 che potevano essere attesi nel caso di esposizione ad infezioni da variante delta.

Il secondo vantaggio è che nel frattempo sono stati perfezionati molti farmaci retrovirali e che “si ha una forte evidenza scientifica che il trattamento di pazienti a rischio di infezioni severe da COVID-19 riduce il loro rischio di ospedalizzazione e morte”.

Si può forse concludere, quindi, che il saldo di vite umane risparmiate complessivamente seguendo la politica di zero-covid fino al 7 dicembre 2022, rimarrebbe comunque ampiamente positivo.

Osservazioni conclusive. La Cina, come altri paesi, avrà senz’altro compiuto errori nella gestione della pandemia e critiche sono state sollevate nei suoi confronti, a cominciare dalla mancanza e inaffidabilità dei dati forniti dopo l’abbandono della zero-covid policy (anche a causa del cambiamento della definizione di decessi a causa del COVID-19 – un aspetto per la verità comune a molti paesi occidentali). Quando queste note venivano licenziate, tuttavia, le autorità sanitarie cinesi, in una conferenza stampa di cui ha preso atto con soddisfazione l’Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno riportato il dato secondo il quale fra il 7/12/2022 e il 12/1/2023 si sarebbero avuti 60 mila decessi circa attribuibili al COVID-19 in via esclusiva (5.500 circa) o congiuntamente ad altre patologie (54.500 circa). I numeri dichiarati appaiono, almeno per il momento, in linea con le stime su riportate secondo le quali, pur considerando la minore letalità di omicron, il numero di decessi attesi Cina dopo la riapertura difficilmente potrà essere inferiore alle 250 mila unità.

È anche evidente che la politica zero-covid non potesse essere proseguita indefinitamente. Circolavano voci insistenti in Cina secondo le quali la riapertura sarebbe avvenuta dopo la celebrazione del XX Congresso del Partito comunista cinese. Le proteste di piazza di Shanghai del novembre 2022 potrebbero senz’altro avere giocato un ruolo importante nel determinare il timing della riapertura e soprattutto spiegherebbero il fatto che sia stata effettuata in maniera piuttosto repentina (anche se alcuni allentamenti delle restrizioni erano già stati introdotti a novembre). Se anche così fosse, tuttavia, non si potrebbe non concludere che, almeno in questa occasione, l’autoritario sistema cinese non solo avrebbe tollerato le proteste rispetto alla politica seguita, ma avrebbe preso atto che quella politica non riceveva più il consenso di una parte della popolazione (difficile dire quanto maggioritaria, ma certamente più “rumorosa”), al punto di arrivare a cambiarla.

L’accusa principale rivolta contro la Cina poi è, inevitabilmente, quella di essere una dittatura (a tale proposito consiglio un paio di letture). Questa accusa, però, non dovrebbe poter giustificare qualunque cosa si scriva su quel paese, non importa se corretta o meno, affidandosi al pre-giudizio o al sentito dire. Così facendo, infatti, si alimentano narrative distorte che fomentano diffidenza e perfino odio nei suoi confronti, in un clima che si sta pericolosamente avvicinando a quello della guerra fredda del secolo scorso (la brutalità del titolo dell’articolo “Ci conviene che la Cina si schianti economicamente?”, è solo uno dei tanti esempi). 

Del ritorno di quel clima credo che nessuno dovrebbe sentire il bisogno. 


* Ringrazio i proff. Pietro Manfredi, Mario Morroni e Roberto Tamborini per i loro commenti e suggerimenti. Ringrazio anche il prof. Roberto Burioni per la email in cui mi ha scritto che “disprezza profondamente i collaborazionisti”, motivandomi così a redigere questo lavoro. Resto il solo responsabile del contenuto dell’articolo.